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Poeta lirico corale, Ibico nacque nel sec VI a.C. in Magna Grecia, nell'odierna Reggio Calabria, dove trascorse la prima parte della sua vita. Figlio di Ftio, come ci è tramandato da fonti attendibili, era di nobili origini, tanto che avrebbe anche potuto divenire tiranno della città natia. Ivi sotto l'influenza del coevo Stesicoro(1), l'opera di cui giunta sino a noi è assai rimaneggiata e frammentaria, si accostò ai motivi dominanti dell'epos greco, al carme lirico sul modello del più autorevole lirico siciliano. Di seguito, per dedicarsi compiutamente all'attività poetica, compì viaggi in Ionia, nel Peloponneso, e a Samo(2), dove dimorò a lungo presso la corte di Policrate. Qui conobbe Anacreonte(3), ed ebbe occasione di ottenere benefici e ricchezze.
La leggenda legata alla sua fine, avvenuta in tarda età, riporta che egli fu aggredito ed ucciso da dei ladroni, i quali sarebbero stati scoperti per intervento di uno stormo di gru. Avendole intravisto in volo, egli le invocò come vendicatrici. Successivamente uno degli assassini, vedendo uno stormo di gru in volo sopra un teatro, ridendo disse: "ecco le vendicatrici di Ibico" svelando il crimine commesso e cagionando la condanna a morte dei malfattori. In effetti, quasi a ribadire quanto narrato, una specie di gru reca il suo nome.
Delle sue composizioni poetiche, che furono raccolte in sette libri dai curatori alessandrini, ci resta solo un centinaio di frammenti, testimonianti una doppia matrice della vasta produzione del poeta: da un canto si hanno carmi lirici di contenuto eroico, o encomii, e dall'altro si figura un'intensa, quanto talvolta molle e languida poesia d'amore, riferita spesso come lode alla bellezza degli efebi, che risulta investita di raffigurazioni naturali e vivide, immagini idilliache giustapposte allo stato dell'"invasato" dal demone amoroso, premente talor con impeto e voluttà nella psiche dell'autore, in un irrisolto accostarsi alla propria pena.
Similmente a quanto espresso dalla lirica contemporanea in Ibico "si rivela la concezione largamente dominante presso i Greci: l'amore si avvicina all'uomo come una forza pericolosa e travolgente, che lo rapisce fuori di sé ed è in sostanza patimento"(4). In uno splendido quanto noto frammento si disvela in una duplice visione, da un lato la meraviglia della natura ridesta in primavera, dall'altro tumultuoso sentire del cantore, nel contrasto fra letizia suggerita delle forme e dramma irrisolto nel pathos interiore, l'ambigua quanto invincibile natura del sentimento. Paolo Veronese
note
(1) Stesicoro: vissuto a Imera, in Magna Grecia VII-VI sec.a.C.
(2) Isola greca delle Sporadi meridionali, in cui ebbe i natali Pitagora
(3) Anacreonte:nato a Teo, in Ionia, intorno al 570 a.C. Di lui ci restano circa centosessanta frammenti.
(4) A. Lesky, Storia della letteratura greca, Milano, il Saggiatore
(Violenza di Eros)
A primavera i meli cidonii
abbeverati all'acque dei fiumi,
dove le vergini Ninfe
hanno il loro immacolato giardino,
e i germogli della vite,
turgidi sotto l'ombra dei tralci
vinosi, sono tutti fioriti.
Ma per me l'amore non dorme
in nessuna stagione.
Come Borea di Tracia
che il fulmine avvampa,
del seno di Cipride balza
e con aride manie mi scuote
sin dall'ime radici,
notturno, invincibile.
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Un'altra traduzione della precedente:
A primavera i cidonii
meli irrigati e le correnti
dei fiumi, delle Vergini
nel giardino intatto, e le viti in germoglio
sotto gli ombrosi tralci
pampinei crescono fiorenti. Ma per me Eros
non riposa in alcuna stagione:
e, come per folgore infuria
il tracio Borea, balzando
da parte di Cipride con ardente follia,
tenebroso spietato
possente nel profondo domina
l'anima mia.
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(trad. C.Diano, Saggezza e poetiche degli antichi,Vicenza )
appunto di metrica:
Il verso detto ibiceo, proprio alla produzione del nostro, presenta uno schema metrico decisamente originale nella sua risoluzione ritmica, che si può variamente interpretare: come un gliconeo con base dattlica, una tetrapodia logaedica catalettica, etc.
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