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Un'orchestra
a sei corde
«Innalzare la chitarra dalla taverna ai palcoscenici più raffinati del mondo». Con un talento mai più eguagliato, Andrés Segovia ha consegnato a questo strumento il ruolo che merita nel regno di Euterpe
DI Adriano Sebastiani

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Tempo medio di lettura: 9' 5''

Redimere la chitarra, togliendola dalla taverna e innalzandola a palcoscenici più meritevoli, autorevoli, di rispettata dignità». Un concetto che amava ripetere durante le numerose interviste che concedeva, ormai personaggio celebre e celebrato in tutto il mondo, a giornali e televisioni. Più che riascoltare migliaia di ore di registrazioni e concerti, più che arrovellarsi scandagliando le numerose biografie che, in vita e post mortem, gli sono state dedicate, per capire il senso e il valore dell’opera di Andrés Segovia, il più grande virtuoso della chitarra classica di tutti i tempi (scomparso esattamente 30 anni fa), bisogna guardare a questo impegno morale.

 

Una promessa fatta alla chitarra, sua fedelissima compagna, ma forse, se vogliamo scavare nella psicologia e cercare chiavi di lettura meno sfacciate, si tratta di una promessa fatta prima di tutto a se stesso. A una vita che è stata un continuo desiderio (recondito, quasi sicuramente non cosciente) di innalzamento, il raggiungimento, riconosciuto, di una redenzione. Redenzione da un’infanzia iniziata in salita, con i primi riferimenti, i genitori, che vengono a mancargli troppo presto. Andrés Segovia era nato a Linares, una cittadina nel cuore dell’Andalusia, la sera del 21 febbraio 1893. All’età di circa tre anni i suoi genitori si separarono e il piccolo Andrés fu affidato alle cure degli zii, Eduardo Bueno de los Herreros e Maria Matilde, sorella della mamma, residenti a Villacarrillo. Gli zii adottivi lo assecondarono nel coltivare lo studio della musica e in particolare la sua viscerale passione per la chitarra. E anche il destino ci mette lo zampino: per motivi di lavoro la famiglia si trasferì a Granada, città che si rivelò fondamentale per la crescita musicale del fanciullo. I suoi progressi strumentali furono rapidi e sorprendenti, dimostrando una impressionante facilità nell’apprendimento e una determinazione assoluta. Segovia sostenne sempre di essere stato autodidatta, probabilmente perché nel giro di pochissimi incontri i suoi insegnanti non sapevano più cosa dirgli.

 

 Andrés Segovia

Andrés Segovia nel 1984. Autodidatta, sperimentò la sua prima apparizione in pubblico nel 1910 a Granada, a 16 anni. Nel 1924 la consacrazione, con il concerto che tenne al Conservatorio di Parigi.

 

A 12 anni divenne la mascotte di una «Estudiantina» o «Tuna», cioè l’orchestrina a plettro degli universitari spagnoli, esibendosi anche in veste di solista in svariate località dell’Andalusia e assaporando così il gusto dei primi successi. In quel periodo cominciò anche ad apprezzare lo charme femminile e la sua passione si rivelò un utile strumento di corteggiamento: la dolcezza del suono della sua chitarra lo rendeva agli occhi delle ragazze un uomo interessante, ricco di fascino, e mise in luce un grande dono divino: il suo eccezionale carisma personale. Da quel momento, unendo quest’ultimo alla sua genialità, a un’instancabile volontà e a una carica energetica non indifferente, Segovia dette inizio a una carriera folgorante, che lo portò a trionfare in tutte le sale da concerto più importanti del mondo, rivendicando il posto che legittimamente spettava alla chitarra nella musica colta. Raggiunse risultati e traguardi realmente incredibili, prima di lui mai neanche lontanamente sospettati, lottando con una grinta da leone, ma anche con la consapevolezza dell’importanza culturale del suo operare, senza mai mollare un attimo, arrivando addirittura in un anno a tenere oltre 160 concerti, un record pazzesco.

 

Il cammino di redenzione ed esaltazione della chitarra, che Segovia si carica sulle spalle, si esprime anche nella sua convinzione nel chiedere ai compositori di scrivere per lui, con l’intento di creare per lo strumento un nuovo e vasto repertorio di eccellente qualità musicale, e divulgare così in tutto il mondo, attraverso le sue esecuzioni, la poesia del suono della chitarra, le sue meravigliose timbriche orchestrali e le sue possibilità polifoniche. A questo punto, il passo successivo era impegnarsi, come fece, affinché lo studio della chitarra fosse incluso nei programmi di studio in tutti i conservatori, le accademie e le scuole musicali, per aprire ai giovani la strada a una seria e approfondita professionalità e assicurare così anche il loro futuro. 

 

Senza dubbio uno dei pilastri su cui si fonda il suo successo fu la sua metodologia di studio. Acuto osservatore, perennemente affamato di sapere tecnico-musicale, non perdeva occasione per arricchire la sua formazione adattando al suo strumento esercizi e studi di amici pianisti e violinisti, tramite cui riuscì a potenziare l’agilità e la scioltezza delle dita, perfezionando la precisione dei passaggi e incrementando la bellezza e la pulizia del suono. Un secondo pilastro fu rappresentato dalla sua costanza nello studio: si imponeva un severo ritmo che prevedeva quattro sedute da 75 minuti ciascuna, due al mattino e due nel pomeriggio, alternando la tecnica ai brani, fatto che gli permise di mantenersi in perfetta forma lungo tutto il suo cammino. Un terzo, forse il più considerevole, fu infine la sua insaziabile sete di cultura: diventò un accanito lettore di testi riguardanti la poesia, la letteratura, la filosofia, la storia, la storia dell’arte, visitò musei, ascoltò concerti, frequentò teatri di prosa, e se non avesse intrapreso la carriera di musicista sarebbe sicuramente stato un uomo di lettere, magari un poeta o uno scrittore di livello molto elevato.

 

Aveva 24 anni quando incontrò e conobbe una persona che avrebbe cambiato il corso della sua vita artistica: il suo primo impresario, Ernesto de Quesada, direttore dell’agenzia Conciertos Daniel, con il quale intrecciò un legame che sarebbe durato molto a lungo. Era una persona molto intelligente, attenta e astuta: capì subito o quasi che Segovia era un cavallo vincente. Gli organizzò una prima tournée in Spagna che confermò la sua intuizione e successivamente altre due, tra il 1919 e il 1920, in Argentina e Uruguay. Il successo fu strepitoso. Nel 1923 Segovia sentì di essere maturo per suonare nella capitale mondiale della musica, Parigi, il tempio più luminoso e influente. Il suo nome sarebbe stato accanto a quelli dei più autorevoli musicisti di fama internazionale: i violinisti Jascha Heifetz e Fritz Kreisler, i pianisti Alfred Cortot, Arthur Rubinstein e Wilhelm Backhaus, il violoncellista Pablo Casals e la clavicembalista Wanda Landowska.

 

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La chitarra Hermann Hauser di Segovia del 1937.

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Il concerto del suo esordio parigino si tenne presso il Conservatorio il 7 aprile del 1924, davanti al pubblico più preparato e qualificato che egli avesse mai affrontato. Nel frontespizio del programma appariva Audition de Guitare Espagnole donnée par Andrés Segovia, una richiesta furba di de Quesada per far attrarre l’uditorio grazie all’esotismo che la Spagna allora evocava. Nel pubblico madame Debussy, Manuel de Falla, Albert Roussel e Paul Dukas: il successo fu integrale, e fu anche la sua definitiva consacrazione come uomo e artista: i colleghi e i critici furono unanimi nel decretare che la chitarra di Segovia era degna finalmente di essere ascoltata e apprezzata come strumento da concerto, al pari del violino, del pianoforte, del violoncello e degli altri strumenti della grande tradizione musicale. La sua carriera non ebbe più limiti. Tenne concerti fino a pochi giorni prima della sua scomparsa, affiancandoli a seminari di perfezionamento dove insegnava alle giovani promesse. 

 

Il suo stile è rimasto inconfondibile: la purezza e il calore del suono, la grande varietà espressiva, la sapienza dei contrasti timbrici, gli accenti, gli intensi vibrati e l’estrema caratterizzazione dinamica del fraseggio sono ciò che rendono uniche le sue interpretazioni, avvolgendole in un’aura di mistero. La gamma dei colori timbrici passa attraverso varie sfumature, da suoni morbidi e rotondi ad altri aspri e crudi, mentre l’articolazione del fraseggio alterna legati e staccati, rubati e accelerandi, sempre in funzione espressiva, emulando una vera e propria orchestra con tutti i suoi strumenti e creando così un vocabolario strumentale che non ha eguali. Personalissimo è l’uso del rubato, molto spesso associato a un suono corposo e profondo, e quello del ritenuto, in cui una singola nota, spesso vibrata, viene messa in evidenza con un effetto così particolare da sembrare un evento musicale autonomo. Meno appariscenti ma cruciali sono i suoi frequenti leggeri decelerandi, impiegati per bilanciare i più evidenti effetti di rubato, in modo da non perdere mai la continua propulsione ritmica.

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