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Senatore voluto da Cavour, si autodefinì «un minchione in politica». Dalle speranze risorgimentali alla decadenza morale dei compagni di scranno, l’esperienza in Aula di Giuseppe Verdi è cronaca di oggi. Al grido di «tutti a casa»
DI Giuseppe Martini
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Giuseppe Verdi giura da Senatore il 15 novembre 1875 ( da «Storia dell’Italia contemporanea», Roma, 1885)

Tempo medio di lettura: 7' 20''

Se avete milioni spendeteli a fare tutti i lavori ai fiumi prima che ci allaghino tutti! Poveri noi in che mani siamo!… o ambiziosi, o ignoranti. A me poco importa dei bianchi, dei rossi, dei destri, dei sinistri, ma vorrei degli uomini capaci, e pratici. Del resto se ne accorgeranno loro stessi più tardi, perché le imposte non si potranno pagare». Potrebbe essere lo sdegno del solito passante intervistato di questi tempi sotto campagna elettorale, e invece è Giuseppe Verdi che in una lettera del 1879 si lamenta per l’ennesima volta dell’irrefrenabile decadenza della politica italiana. Dall’altra parte c’è Giuseppe Piroli, suo quasi concittadino (Verdi delle Roncole, Piroli di Busseto), penalista eminente, a quell’epoca consigliere di Stato, già deputato dal 1860 al 1876 fra i più stimati da tutti i colleghi dell’emiciclo e soprattutto amico strettissimo e consideratissimo di Verdi e di sua moglie Giuseppina Strepponi

 

. Erano stati vicini di scranno durante la breve esperienza parlamentare di Verdi, nominalmente fra il 1861 e il 1865, ma Verdi vi rimase con continuità solo da febbraio a giugno 1861, poi pochissime altre volte, e occasionali, con alle spalle seduto Quintino Sella, il mastino delle tasse: esperienza sonnecchiosa da Verdi assunta controvoglia ma svolta con diligenza, sufficiente per dargli un’idea di quegli intrighi della politica che per il rimanente seguiva dai giornali, per lo più nell’imbarazzo e del dolore progressivo di chi, dopo aver creduto e accompagnato con la propria musica l’avventura risorgimentale, si vedeva costretto a prendere atto della decadenza morale della classe dirigente. Poco si registra della presenza in aula di Verdi, disinteressato alla politica attiva quanto nessun altro (nominato senatore nel 1874, non ci andrà mai): di quel poco, le alzate di mano a seguire la posizione di Cavour, l’uomo che lo aveva voluto candidato come testimonial della cultura italiana, e un paio di pezzi improvvisati, uno stornello e un coretto, donati proprio a Piroli. Questi è l’amico per eccellenza di Verdi, l’unico a cui Verdi dedica parole di spontaneo affetto che di rado si sentirebbero uscire dalla bocca dell’orso di Sant’Agata.

 

A lui ricorre per mille favori, profittando della sua posizione eminente negli snodi del potere, per lo più per cercare lavoro a qualche bisognoso o per sbloccare qualche pratica burocratica (già da allora, farraginosissime). A lui ricorre per le confidenze e per richiederne la compagnia nella propria villa di Sant’Agata durante le vacanze parlamentari (non lo fa con nessun altro), prospettando grasse risate (l’umorismo di Verdi è tutto da riscoprire) e briscole a volontà. E soprattutto a lui ricorre per la conversazione politica, sapendolo esperto, onesto e ovviamente più informato di altri. Il carteggio con Piroli è il grande carteggio politico di Verdi. Sono oltre 700 lettere scambiate fra 1859 e 1890, di cui 600 rimaste.

 

 

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Un foglio del carteggio (oltre 700 lettere, tra il 1859 e il 1890) tra Verdi e l’amico Giuseppe Piroli, penalista e senatore.

Qui emerge la sua capacità di intuire la realtà, più che di analizzarla. Non è come l’avvocato Piroli, incline a vedere le sfumature. Nato all’ombra dei filari di pioppi della bassa emiliana, figlio sì d’oste ma nipote di proprietario terriero, Verdi usa l’accetta per giudicare, non il bisturi. Non ama i cavilli e le meschinerie della politica lo disgustano e lo deprimono: «Son ben contento non essere che un minchione in politica, ed un povero Compositore di musica fuori di politica». Non è vero, perché il suo intuito lo guidava molto bene e i suoi giudizi, a un secolo e mezzo di distanza, appaiono lucidissimi. «Voi direte che sono un pessimista!… Nò nò… Io credo d’essere nel vero, dicendo, che sono profondamente convinto, che su questa strada troveremo in fondo la ruina completa!». Essendo poi il primo a sapere che la responsabilità politica non è un obbligo ma una scelta, è tranchant nel giudizio morale: «E ditemi un po’: cosa vuol dire che quando l’Italia era divisa in tanti piccoli Stati, tutti quasi avevano le Finanze in ottimo stato, ed ora che siamo uniti siamo rovinati? Ma tutte le ricchezze d’una volta se l’è mangiate il Diavolo? Voi mi risponderete: l’armata e la marina… E mandateli a casa tutti!».

 

E questa è solo una lettera del 1867. Il punto è che lo sfogo di Verdi è lo stesso dell’italiano medio di oggi, e più si procede a scorrere le lettere, più Verdi sembra descrivere una realtà che ci vediamo intorno. L’esperienza impressionante della lettura di questo carteggio è che si disegna un panorama politico perfettamente sovrapponibile a quello attuale. Si potrebbe divertirsi a sostituire al nome di qualche parlamentare o ministro dell’epoca il nome di qualcun altro parlamentare o ministro di oggi, e il risultato non cambierebbe. In 150 anni, siamo nel fondo sempre gli stessi. Piroli, che vedeva lo spettacolo politico dal vivo, ce ne offre un assaggio, siamo alla vigilia delle elezioni del 1865: «Oggi poi succede una metamorfosi sui banchi della Sinistra che muove veramente a pietà.

 

verdi

Quintino Sella.

Il Mordini e il Crispi, visto che si avvicina il momento di afferrare il potere, mutano di peso il loro programma; accettano quello del partito governativo che ha tenuto il potere in questi ultimi anni, e si contentano di dire: sia pure lo stesso programma che oggi accettiamo, noi riteniamo di poterlo attuare meglio di voi. Dunque levatevi di là, e lasciateci provare alla nostra volta».

 

Verdi prendeva atto, e si appartava nel suo deserto agreste, fiero di non dovere nulla allo Stato e della sua posizione privilegiata di artista, che ne avrebbe fatto addirittura il quarto contribuente d’Italia. Razza forte di campagna, Verdi infatti non era un contadino come si divertiva a millantare, già molto astuto in fatto di uso dei media. I suoi 600 ettari di terra acquisiti in trent’anni nel comune di Villanova d’Arda, di cui 190 solo con gli introiti di Aida, erano lì a dimostrarne l’appartenenza alla fiera classe dell’imprenditoria terriera, per definizione progressiva.

 

È una guida anche per l’interpretazione del musicista: tutt’altro che conservatore, semmai innovatore morbido e a piccoli passi, ma anche concreto e disilluso. Concretezza e disillusione erano la stesse che usava giudicando la scena politica, e sono proprio il filtro che nelle lettere con Piroli permette di osservare l’impressionante identità di situazioni, vizi, piccolezze, furberie. Non tanto gli scandali: le collusioni fra finanza e politica, dalle società ferroviarie ai tabacchi, cominciano proprio allora e le intercettazioni non sono una novità di adesso: il ministro Giovanni Nicotera usava controllare i dispacci telegrafici privati. Verdi, si è visto, aveva capito che il problema dei fiumi andava risolto subito, e oggi sappiamo come va la faccenda. E l’emigrazione?

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