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Così ho dipinto
il Toscano e Mario Soldati
Un dialogo a distanza con il «maestro W.» di Mario Soldati, scavando e raschiando tra le venature lignee della carta per dare luce al disegno misterioso della natura
DI julian jaramillo torres
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Julian Jaramillo Torres al lavoro nel suo studio.

Tempo medio di lettura: 1' 40''

Anni fa nel mio percorso artistico e biografico sono arrivato a lavorare usando come supporto la carta dei manifesti pubblicitari. Una carta verde, verde forra e verde petrolio, che mi ha affascinato e sorpreso innanzitutto per ciò che nascondeva. Lacerandone le superfici e raschiandone la patina, emergeva il bianco della cellulosa generando così forme o macchie che per me erano come paesaggi visivi. Quei «paesaggi» avevano a che fare con tante letture fatte e soprattutto con la memoria dei paesaggi andini e costieri dove sono nato. Per graffiare occorrono strumenti taglienti, e anche questi richiamano una biografia, la mia, segnata da molte ferite. Ma mi richiamano anche un libro amato come La giacca verde di Mario Soldati.

 

Leggendolo mi colpì la figura del direttore d’orchestra, il maestro W., che si muove in un intreccio tagliente di ambiguità che si fanno sempre più arrischiate. Con il tempo la mia tecnica poi è evoluta. Ho iniziato a combinare basi digitali, fotoritocchi, stesure di colori, graffi sia della superficie pittorica sia della carta sottostante, con raschiature ancora più profonde. È un’evoluzione frutto anche di un soggiorno newyorkese, che mi fa molto piacere presentare ora sulla copertina di una rivista innovativa ma radicata nella tradizione del made in Italy come Arbiter. Innovazione e tradizione rappresentano un modus operandi nel quale mi ritrovo, perché regolato dalla lezione di semplicità che mi impartirono i miei genitori e illuminato dal pensiero limpido e profetico di Hannah Arendt. 

 

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