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Napoli chiama
Londra risponde
Per la prima volta Jeremy Hackett, enfant prodige di Savile Row, incontra la più antica cultura partenopea del su misura. Ne nasce un dialogo sul filo dell’alta sartoria
DI Giancarlo Maresca - FOTO DI Luciano Di Bacco

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Tempo medio di lettura: 4' 25''

L’idea di un incontro con Jeremy Hackett mi venne suggerita dall’amico Roberto Viscomi, che avendo con lui una certa confidenza si offrì di fare da tramite. Nato nei pressi di Bristol, Hackett si era fatto conoscere commerciando capi vintage acquistati nei mercatini, attività che forse più di ogni altra aiuta a distinguere ciò che è passato per sempre da ciò che ha la stoffa per restare, o ritornare. Nel 1979 lanciò una propria linea, nella quale selezionava dall’immenso bacino del British style i materiali e stilemi più significativi, aprendo un primo negozio in King’s Road. Il volume Mr Classic e un blog consacrarono la sua autorità di esegeta del mondo maschile classico, confermata da un’eleganza personale purissima, sempre leggera e gioiosa. Quanto al prodotto, in verità la fantasia e pignoleria degli esordi andò diluendosi man mano che le vetrine si moltiplicavano, ma pur affievolendosi l’ammirazione per il prodotto mai era venuta meno la mia stima dell’uomo. Non a caso a un certo punto ha venduto tutto, passando dalla cura dell’azienda a quella della casa, del giardino e dei cani.

 

C’è forse qualcosa di più british? Decisi di proporgli un’intervista pubblica a Napoli, in un evento sostenuto dal Cavalleresco ordine dei Guardiani delle nove porte e da un suo fondatore d’eccezione come Maurizio Marinella. Di lì a poco Roberto mi accompagnò a Londra, dove avevo chiesto un appuntamento con Hackett per chiarire i temi che intendevo trattare. Ci aspettò nella sala da the dell’Hotel Brown’s, riserva naturale di raffinata tranquillità in piena Mayfair. Sebbene l’inglese impacciato di cui dispongo limitasse la mia capacità comunicativa, capii benissimo ciò che mi serviva perché me lo raccontava qualcuno, anzi qualcosa, che intendo perfettamente: l’abbigliamento, i modi, il portamento del mio interlocutore. Vestiva senza alcun sussiego con un eloquente completo di flanella cardata grigia da 20 once e un paio di half brogue nere con una punta a becco quasi certamente di Cleverley, ma soprattutto indossava come una vestaglia la misura tutta britannica del gesto e dei toni. Solo dal modo in cui versava il the e farciva gli scones ho compreso aspetti della mentalità inglese che mi erano ancora oscuri.

 

 

Jeremy Hackett con Roberto Viscomi e Maurizio Marinella, che mostra all’ospite una ricostruzione della sua città ideale, Londra all’ombra del Vesuvio. A lato, Hackett siede sulla Vespa gialla che Marinella guidava da ragazzo e che conserva in boutique come un trofeo.

Jeremy Hackett con Roberto Viscomi e Maurizio Marinella, che mostra all’ospite una ricostruzione della sua città ideale, Londra all’ombra del Vesuvio. A lato, Hackett siede sulla Vespa gialla che Marinella guidava da ragazzo e che conserva in boutique come un trofeo.

 

 

Confesso che col mio abito di Sportex, che nessun inglese metterebbe nella city, avevo l’aspetto del perfetto cafone. Ancor peggio sarebbe stato arrivare in ritardo e così ero corso dall’aeroporto all’hotel senza cambiarmi, ma ho taciuto il disagio e i suoi motivi per non aggravare la mia posizione. Avrei infatti violato il principio cardine dell’educazione inglese: never explain, never complain, mai spiegare, mai scusarsi. Nemmeno Jeremy ha fatto cenno alla cosa, mentre il suo rigoroso doppiopetto non è stato altrettanto generoso e mi ha severamente rimproverato, ma anche raccontato che il suo padrone dominava lo stile inglese come una madrelingua. Dopo un mese Hackett era per la prima volta a Napoli, che lo ha accolto con una giornata mozzafiato. Molti degli appassionati giunti ad ascoltarlo vestivano con tessuti, fogge e accessori inglesi.

 

 

Domanda. Mr. Hackett, quali sono le parole chiave dello stile inglese? 

Risposta. Cura, understate e dress code. Per ogni occasione c’è un abito giusto, nulla di meno e soprattutto nulla di più.

D. Quali personaggi vi hanno inciso più profondamente?

R. Innanzitutto Brummell, che ha introdotto i concetti di essenzialità, gusto per il bel taglio e monocromia, e il Duca di Windsor, che inventò o diffuse molte soluzioni che hanno arricchito in modo definitivo il linguaggio estetico maschile. Indimenticabile il contributo di David Niven e Cary Grant, mentre tra i fuoriclasse contemporanei citerei Lord March, Edward Fox, il Duca di Beaufort e su tutti il Principe Carlo, esempio incontrastato di pertinenza in ogni contesto.

D. Molti vedono in James Bond un campione di stile inglese. E lei?

 

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