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Talento
di famiglia
Un imprenditore visionario, Palmiro Monti. La capacità d’impresa italiana unita alla tecnica svizzera, per una storia che compie 130 anni. La leggenda di Eberhard & Co.
DI Stefano Zurlo
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Barbara Monti, figlia di Palmiro e ad di Eberhard & Co. e Mario Peserico, direttore generale.

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Quando eravamo bambini, negli anni 60, il confine di Chiasso ci metteva soggezione. La Svizzera era la terra dove migliaia di italiani erano andati in cerca di un pizzico di benessere e dove vivevano spesso in alloggi precari, baracche o poco più, ai confini della miseria. E però in quello stesso decennio c’era chi andava controcorrente, non come operaio o cameriere, ma portando talento imprenditoriale e scintille creative. La storia di Palmiro Monti in Italia la conoscono in pochi, perché il nostro è il Paese delle geremiadi. Peccato: negli anni 60 Monti, lombardo di Cermenate, famiglia solida e benestante, prende la macchina e va fra le montagne del Giura, dove da secoli gli elfi svizzeri si dedicano a pulsanti, quadranti, lancette, addomesticando il tempo che scappa e mettendolo al servizio degli uomini.

 

E qui, a La Chaux-de-Fonds, incontra Maurice Eberhard, un cognome che è un mito planetario, una bandiera internazionale dell’orologeria, e lo convince a vendergli l’azienda di famiglia. Un’epopea. Discreta e quasi pudica, come tante grandi storie. Ma il fatto che questo successo sia appartato, fuori dal frastuono generale, non ne sminuisce la portata. E il fascino: la saga è proseguita e prosegue oggi con la seconda generazione, e poggia sulle spalle della figlia di Palmiro, Barbara Monti, amministratore delegato, affiancata da Mario Peserico, direttore generale. Eleganza e tecnica a braccetto, mentre questo atelier del lusso da polso spegne le 130 candeline miscelando sempre con una sorta di magia gli ingredienti: l’occhio è tricolore, le mani rossocrociate, il quartier generale a Bienne, tre quarti d’ora di macchina dalla sede storica di La Chaux-de-Fonds; il riferimento storico a Milano.

 

Georges-Eberhard

Il fondatore, l’artigiano svizzero Georges-Lucien Eberhard.

Un miracolo, in equilibrio su radici profonde. «Siamo nati nel 1887», racconta Barbara Monti: «Il fondatore Georges-Lucien Eberhard era un artigiano dell’orologeria che a un certo punto tentò il salto. E ci riuscì». Ai primi del ’900 Eberhard è già un brand. Ma il passaggio delle Alpi e la discesa in Italia arrivano dopo, quando il timone viene afferrato dal figlio di Georges-Lucien, Maurice. «Credo che rispetto al padre, rinserrato nelle valli, lui avesse una maggior propensione al rapporto umano», aggiunge Peserico, «al viaggio, all’esplorazione». Fra la Prima e la Seconda guerra mondiale scoppia una sorta di attrazione fatale: Eberhard scopre il mercato italiano, gli italiani scoprono lui. «Rispetto al modello paterno, probabilmente più rigido», prosegue Barbara, «Maurice era più aperto, un viveur, veniva spesso in Italia, andava a Napoli a farsi fare le camicie, era innamorato del Sud».

 

Semplificando, potremmo dire che siamo sempre sul grande sentiero tratteggiato da Goethe con il suo Viaggio in Italia. Lo stupore davanti alla classicità, il disvelamento di una natura prodigiosa, l’incontro con un gusto dal tratto antico e raffinato. Ma Eberhard junior trova anche una platea attenta ed esigente che s’invaghisce dei suoi cronografi. E comincia a servire anche la Regia Marina militare. Dopo la guerra Eberhard batte, per chi può, il tempo della rinascita e annuncia come una campana la stagione del boom e della risalita. Una promessa che però svanisce:  piano piano gli ingranaggi s’inceppano e il destino è in agguato.

 

La figlia e il genero, la coppia predestinata alla successione dinastica, muoiono in un incidente in Italia. Maurice è ormai in là con gli anni, affaticato: è la crisi che non ha pietà nemmeno per i quarti di nobiltà. «È in quel momento cruciale», dice Barbara, «che mio padre incrocia monsieur Eberhard. Papà aveva una trentina d’anni, studi di ragioneria, molta energia e grande fiducia in se stesso.

 

Palmiro-MontiPoi, dietro di lui, si muovevano i capitali della famiglia e di alcuni amici. «Maurice Eberhard è sulla linea degli 80 ed è in trattativa con alcune banche per vendere. Numeri e cifre che sviliscono inevitabilmente quelle costruzioni fantastiche.Lo svizzero che ama l’Italia afferra l’alternativa e cede lo scettro all’italiano che ama la Svizzera.La seconda vita di Eberhard può cominciare. Anche se non ci sono i titoloni dei giornali a magnificarla. Alchimie. Empatie. Tradizioni importanti e ingombranti che si rinnovano senza perdere la loro origine. «Mamma», confida Barbara, «sosteneva che Maurice avesse visto in papà un figlio cui affidare la sua creatura». Sì, forse Monti è meno celebrato dei Borghi, dei Ferrero, dei Benetton e dei tanti cavalieri del made in Italy. Ma forse l’impresa di Palmiro Monti è ancor più vertiginosa perché fra le mani si ritrovava un pezzo di grandeur elvetica, un punto di riferimento del settore. Insomma, Monti non partiva dal più banale dei garage, ma da quegli opifici immortalati in foto e disegni un po’ cupi e seriosi sin dai primi dell’800. 

 

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