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Lassù
qualcuno ci ama
Chirurghi e oculisti che volano nelle aree più povere del mondo per aiutare le persone a rischio cecità e formare i medici locali. Siamo stati una giornata a bordo del nuovissimo Flying Eye Hospital dell’associazione Orbis
DI Christian Benna

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Tempo medio di lettura: 5' 25''

Gli angeli custodi esistono davvero. E hanno ali che servono per volare da una parte all’altra del mondo per ridare luce agli occhi dei più sfortunati. Non è una leggenda: circa due milioni di persone li hanno incontrati sulle piste di piccoli scali aeroportuali in Bangladesh, Camerun, Etiopia, India e Vietnam. È lungo l’elenco delle «apparizioni» dei medici di Orbis, gli angeli custodi in camice azzurro che atterranno a bordo del loro ospedale volante tra le comunità più povere del pianeta per curare tutte quelle patologie degli occhi che, se trascurate, possono portare a gravi e invalidanti problemi alla vista. Nel mondo ci sono 285 milioni di persone in condizione di ipovisione, con patologie che colpiscono la cornea, la retina o il nervo ottico.

 

Circa 40 milioni di questi sono completamente ciechi, ma altri lo diventeranno presto se non riceveranno un’assistenza medica adeguata. L’80% di questi ipovedenti potrebbe essere curato con interventi di chirurgia rifrattiva di appena 15 minuti. Una passeggiata, per qualsiasi chirurgo oftalmologo. Eppure questo non succede. Perché tutte queste persone vivono in Paesi poveri e non hanno accesso a strutture sanitarie specializzate. In Zambia, per esempio, un Paese da 15 milioni di persone, c’è un solo ospedale oftalmico. In Etiopia, 75 milioni di abitanti, ci sono quasi tre milioni di ipovedenti, ma gli oftalmologi attivi sono appena un centinaio. Moltissime persone sono quindi condannate alla cecità semplicemente perché la vista non è considerata una «priorità» dai fragili sistemi sanitari locali, che faticano già a far fronte a emergenze considerate vitali. Ingiustizia? Fatalità?  Senza farsi troppe domande filosofiche, i medici di Orbis più di 30 anni fa hanno preso il volo a bordo del loro primo Flying Eye Hospital, con l’obiettivo di raggiungere i luoghi più poveri del pianeta offrendo assistenza sanitaria gratuita.

 

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I medici al lavoro nella stanza dove si effettuano interventi con strumenti laser. In camice rosa, ospite d’eccezione, l’attore Daniel Craig.

 

«La nostra missione è combattere le patologie particolarmente invalidanti della vista», racconta Rebecca Cronin, ceo di Orbis Uk, che anche noi abbiamo incontrato sulla pista di un aeroporto, a Stansted, in occasione della presentazione del nuovo Md 10 dell’associazione: «Abbiamo una convinzione: nessuna persona deve soffrire l’ingiustizia di vivere la cecità per il resto dei suoi giorni quando la malattia, se presa in tempo, è facilmente guaribile». Il Flying Eye Hospital esce per la prima volta dagli hangar negli Usa, nel 1982; il suo quartier generale ancora oggi è a New York, ma ormai è un’associazione non profit globale, con sedi sparse in tutto il mondo. Ed è un’iniziativa che racchiude in sé l’azione diretta sul campo di medici oculisti specializzati, la formazione di personale medico locale e la sensibilizzazione rivolta a tutti i cittadini del mondo.

 

L’unico ospedale volante al mondo non riesce, ovviamente, a coprire il bisogno sanitario di 285 milioni di persone, «ma il nostro velivolo è uno strumento potente dal punto di vista operativo e anche della comunicazione», continua Cronin, «perché il sostegno che riusciamo a offrire in giro per il mondo ottiene grande visibilità e permette di attirare l’attenzione dei Paesi avanzati su un problema che grava sulle famiglie e sulle economie di intere nazioni povere». Nelle scorse settimane, il vecchio Dc 10 degli angeli custodi degli occhi è andato in pensione. Al suo posto sono arrivate nuove ali, un trimotore cargo Md 10 donato dalla Fedex, azienda che si farà anche carico di fornire e gestire i piloti volontari.

 

Il Flying Eye Hospital non è solo un velivolo che serve a portare aiuto negli angoli più remoti del pianeta. Ma è anche un gioiello di tecnologia medica adattata agli spazi di un aereo cargo. Al suo interno ci sono 46 posti a sedere dedicati alle sessioni di training e ai momenti di formazione organizzati per i medici dei Paesi in via di sviluppo, una sala operatoria dotata degli strumenti più avanzati per interventi laser, una sala dedicata alle visite ambulatoriali e una stanza sterile. Insomma, si tratta di un vero e proprio ospedale sistemato dentro gli spazi ridotti di una carlinga.

 

 

L’attività dei volontari di Orbis ha colpito nel vivo il mondo del profit più sensibile ai temi sociali. Lo spiega Rebecca Cronin: «Riceviamo il sostegno di privati cittadini, di governi, fondazioni ma anche di diverse grandi aziende che hanno preso a cuore il nostro lavoro. Uno dei grandi successi che abbiamo ottenuto è far capire che basta poco per risolvere grandi problemi. E quello della cecità è ancora un problema devastante che potrebbe essere in gran parte debellato». Essere ipovedenti in Paesi in via di sviluppo è una condanna: chi non vede non può lavorare e grava per sempre sulle spalle di famiglie già povere. Perciò le patologie che affliggono gli ipovedenti sono anche un problema sociale. 

 

Tra gli amici di vecchia data degli angeli custodi della vista c’è Omega: la manifattura orologiera del gruppo Swatch è a bordo dell’ospedale volante di Orbis dal 2001. 

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