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Fondazioni tra
i fondali
Francesca von Habsburg, Leonardo DiCaprio, Alberto di Monaco. Così alcune celebri ong si sono schierate in difesa del mare in pericolo. Anche attraverso linguaggi non convenzionali, come l’arte
DI Mattia Schieppati

Fondazioni

Tempo medio di lettura: 7' 50''

Altro che interminabili convegni in grandi sale dalle luci soffuse, con palchi, microfoni e cravatte d’ordinanza. Qui la riflessione multidisciplinare sul climate change, sullo stato di salute degli oceani e sull’elaborazione di progetti di sostenibilità di portata globale si fanno in costume da bagno e infradito, indossando bombole e respiratori, oppure durante lunghe serate in rada, sotto la luce delle stelle australi, con discussioni incrociate tra artisti, curatori museali e biologi marini. «Siamo un think tank aperto che cambia le regole del dibattito. La missione che ci siamo dati è quella di arrivare a una profonda conoscenza dei nostri oceani attraverso le lenti dell’arte, e mettere in campo soluzioni creative alle istanze più pressanti che il mare ci pone. L’arte è un veicolo potentissimo di comunicazione, cambiamento e azione». Il mix ideato da Francesca von Habsburg è esplosivo, ed è una delle voci più originali nel ricco panorama delle fondazioni e delle realtà non profit che, per colmare la latitanza di governi e istituzioni, si sono prese la responsabilità di affrontare giorno dopo giorno il tema della salvaguardia degli oceani.

 

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Dardanella, la nave oceanografica che ospita il progetto TBA21-Academy, con uno squalo balena.

 

Il think tank di cui parla von Habsburg, una delle figure di riferimento nel campo della promozione culturale e del collezionismo d’arte (oltre che essere l’imperatrice titolare della corona asburgica, ma questa è un’altra storia…), si chiama TBA21-Academy, ed è nato nel 2011 all’interno della fondazione da lei creata. L’Academy da quattro anni organizza spedizioni di studio e ricerca nel Pacifico mettendo a bordo di una nave oceanografica, la Dardanella, staff composti da artisti delle più diverse discipline, scienziati, ricercatori e biologi marini. Una sorta di avamposto galleggiante che monitora costantemente gli effetti del cambiamento climatico sui mari, e propone soluzioni progettuali e di sensibilizzazione.

 

«Ogni volta che chiediamo a un artista di unirsi al progetto e partecipare a una spedizione, la proposta è sempre stata accolta con serietà e sensibilità. Comprendono che non è un gioco, o una gita in barca, ma è un percorso molto serio. In generale, quando un artista accetta un progetto, non importa quanto sia complicato, o sfidante: la risposta è sempre mossa dall’entusiasmo e dall’empatia, e sono questi due elementi quelli che possono consentire davvero di cambiare le cose. Se ci si ferma ad analizzare difficoltà, costi, benefici, non si farà mai un passo avanti nella battaglia per la salute dei mari». Un progetto che nasce da una passione, quella di Francesca per la subacquea. «Ho imparato a nuotare, fare snorkeling e quindi diving in Giamaica, da bambina. Sono sempre tornata lì, da 50 anni, e lì ho insegnato a nuotare ai miei figli. Proprio la familiarità e la frequentazione con quei tratti di mare mi ha fatto suonare il campanello d’allarme su quanto il mare stia soffrendo: la situazione è precipitata nel giro di pochissimi anni. Chi non fa diving non può immaginare quanto il climate change stia mettendo in crisi gli oceani», racconta.

 

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Un branco di suri bandagialla nelle acque al largo dell’Indonesia.

 

E, anche se i progetti di TBA21-Academy nell’ultimo periodo si sono rivolti soprattutto al Pacifico australe, è proprio guardando all’amata Giamaica che von Habsburg accende un segnale di speranza rispetto a questa battaglia che sembra immane. «La cosa sorprendente è vedere quanto gli oceani siano pronti a risorgere se solo gli si offre una possibilità. Con la fondazione quattro mesi fa siamo riusciti a istituire un santuario marino in Giamaica, uno spazio di mare protetto. Solo quattro mesi, eppure sto ricevendo decine di messaggi dalle persone che vivono lì, e che hanno ricominciato a vedere nelle acque i pesci pappagallo, che erano scomparsi da anni, vedono rinascere i coralli… la sfida sarà vinta quando vedremo ritornare anche gli squali: quando arrivano gli squali, è segno che il reef è tornato in piena salute».

 

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L’attore Leonardo DiCaprio. Attraverso la fondazione che porta il suo nome, dal 1998 ha sostenuto oltre 65 organizzazioni non governative impegnate in progetti di tutela degli ecosistemi terrestri e marini (oltre 61 milioni di dollari i grant distribuiti in nove anni).

Passione personale come motore d’azione che è anche alla base dell’impegno di un altro sorprendente alleato dei mari in pericolo, l’attore Leonardo DiCaprio che, con la fondazione nata nel 1988, è impegnato nel sostegno di una settantina di progetti attivati da altrettante ong per la tutela degli ecosistemi marini e terrestri. In quasi dieci anni la Leonardo DiCaprio Foundation ha sovvenzionato progetti per oltre 61 milioni di dollari, e la voce di DiCaprio è ascoltatissima anche dalle istituzioni internazionali. Tutto parte da un’incondizionata passione per il mare. «Prima di diventare un attore, sognavo di diventare un biologo marino. Da bambino ero affascinato dagli oceani e dalla loro wildlife. Allora decisi che qualsiasi cosa avessi poi fatto nella vita, dovevo trovare il modo di dare voce a questo ambiente sommerso e senza voce».

 

Dalla sua prima immersione, «25 anni fa, nel reef australiano», racconta, non si è più fermato: « Galapágos, Mozambico, Belize, Costa Rica. Ogni immersione è un insegnamento: vedo con i miei occhi quanto sia fragile l’ecosistema in cui viviamo. Purtroppo gli oceani sono un territorio non regolamentato; solo l’1% delle acque marine è area protetta, tutto il resto è “wild west”». Per questo, ribadisce l’attore, «ci vuole azione, serve una leadership mondiale che guidi un cambio di mentalità, e bisogna diventare dei cittadini responsabili. Perché aria e acqua pulite e un clima vivibile sono diritti inalienabili dell’uomo».

 

Ricordi da bambino che affiorano anche da un altro personaggio la cui voce non suona mai indifferente nei grandi (e decisivi) contesti internazionali, come il principe Alberto II di Monaco. «A inizi anni 70 nostro padre regalò a me e alle mie sorelle Carolina e Stefania un poster del National Geographic che mostrava il livello di inquinamento a livello globale. Ci disse di metterlo in camera e di guardarlo ogni tanto. Io continuo a farlo ancora oggi e mi accorgo purtroppo con rammarico quanti pochi passi avanti siano stati».

 

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Alberto II di Monaco. Nipote di Alberto I noto anche come «il Principe Navigatore», dal 2006 attraverso la Prince Albert II of Monaco Foundation è impegnato in attività di salvaguardia dell’ambiente marino.

Più che nei doveri di sovrano di uno Stato che vive in simbiosi con il mare, l’impegno del Principe per la tutela dell’ambiente marino affondano le radici nella cultura familiare (il suo trisavolo, Alberto I noto anche come «il Principe Navigatore», fu uno dei padri della moderna oceanografia e fondò nel 1910 il Museo oceanografico di Monaco). Ma la decisione di impegnarsi in prima persona mettendo al servizio della salute del mare una fondazione che porta il suo nome è venuta nel 2006, dopo un viaggio al Polo Nord: «Ci si immagina un ambiente inospitale, arido, e invece è un ecosistema fragilissimo, che risente immediatamente dei contraccolpi dell’inquinamento».

 

La Prince Albert II of Monaco Foundation da allora è impegnata in diversi progetti di sostenibilità e tutela dell’ambiente marino, con un focus naturalmente sul bacino mediterraneo. 

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