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Così ho progettato
la cover di Arbiter
Nonostante l’iper-tecnologia, il semplice gesto di schizzare sul foglio bianco un’idea di progetto è ancora l’azione più efficace per far crescere il pensiero
DI Hani Rashid

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Tempo medio di lettura: 3' 50''

Brooklyn, 12 febbraio 2018, 4 AM. Oggi il semplice atto di sedersi alla scrivania, prendere una matita e un bloc notes e schizzare su un foglio un’idea di progetto è una… specie in via di estinzione. Le tecnologie digitali ci danno la possibilità di bypassare completamente questo momento dell’idea creativa messa manualmente su carta. Oggi possiamo inserire dati, sviluppare calcoli, realizzare rendering, dare forma alle nostre idee, tutto senza avere la necessità di prendere in mano una matita o una penna. Questa non è per niente una cosa negativa. Anzi, al contrario, sotto molti aspetti è molto positivo. Non è più necessario temperare matite, caricare penne, bagnare, raschiare, macchiare; dobbiamo semplicemente dare ordini ai nostri strumenti, addirittura solo attraverso la voce, senza più nemmeno usare le mani o essere costretti ad alcun gesto. E immediatamente, all’ordine della nostra voce, le cose prendono forma, vengono disegnate, corrette, cancellate, sagomate. Eppure. 

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L’architetto canadese di origini egiziane Hani Rashid mentre presenta il modello in scala dell’Hermitage Modern Contemporary Museum di Mosca, uno dei progetti realizzati da Asymptote Architecture, lo studio da lui fondato con la moglie Lise Anne Couture nel 1989, che oggi ha sede a New York.

 

Eppure in qualche modo mi sembra di sentire le voci deboli, ma molto presenti, di alcuni fantasmi. De Chirico, Giacometti, Le Corbusier, Aldo Rossi e molti che sono laggiù, persi in qualche spazio lontano, che con espressione perplessa continuano a porre domande su questioni che ancora oggi, nonostante tutta questa tecnologia al nostro servizio, ancora non hanno avuto una risposta. Continuano a cercare con i loro occhi quelle verità che ci stanno ancora sfuggendo, nonostante siamo ormai arrivati alla fine dell’epoca moderna, per entrare in un’epoca nuova. Lo schizzo di progetto che ho realizzato per questa copertina di Arbiter è un pezzettino di questa lunga conversazione che ogni giorno intrattengo con questi giganti lontani, chiedendo loro null’altro se non continuare a inspirarmi un pensiero puro, che forse attraverso l’opera delle mie mani, o del mio computer, potrebbe emergere come un qualcosa di eccitante e degno di quella storia lunga e avvincente che da millenni ha accompagnato il mestiere del pensare e del costruire. In fin dei conti, sono un architetto e sono costantemente alla ricerca dei «soliti ignoti»: la forma, lo spazio, l’ordine, le proporzioni, il significato, la musicalità di una costruzione, di un progetto. Sono questi i fondamenti della mia disciplina e continua a essere difficile afferrarli, dar loro un senso.

 

Lo schizzo e il disegno, il modello e l’installazione, il rendering e la simulazione sono tutti protagonisti di questa ricerca senza fine. Un processo lungo, complicato, multi-tecnologico, oggi. Eppure, quella semplice linea, lo strano graffio che segna la superficie di qualsiasi materiale è l’atto principale in questo gioco e forse anche il gesto più importante di tutti. Lo schizzo semplice e innocente della mano probabilmente sopravviverà a qualsiasi tecnologia, a tutte le virtualizzazioni che giorno dopo giorno continueranno a evolvere e a nascere e a entrare nel nostro come in qualsiasi altro mestiere. A volte la necessità, e la possibilità, di segnare un tratto, di prendere un’annotazione senza il bisogno di attaccare un aggeggio a qualche presa è la freccia più efficace che abbiamo nella nostra faretra creativa. Una forma di «protesta gestuale» che contiene tutto il potenziale e la forza provocatoria che, spesso, servono per rompere l’inerzia e compiere quel primo passo che conduce poi a un grande progetto.

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