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Quelli che volevano
il mondo a colori
Cinquanta anni fa, a San Francisco, la Summer of Love celebrava l'inizio della più grande rivoluzione culturale e di pensiero dell'era contemporanea. Tra musica, idea, lsd e creatività. I figli dei fiori hanno cambiato la storia
DI Walter Gatti

hippy

Tempo medio di lettura: 6' 45''

C’era forse un tempo in cui il mondo era grigio e formale. Poi è arrivata l’era hippy, l’era dell’Acquario, e tutto è cambiato: il mondo si è trasformato in technicolor. E da allora i colori non sono più tramontati sul globo. Dal punto di vista del puro dizionario, «hippy» sta a indicare un tipo «giusto», «alla moda». Ma quando questa storia inizia, «quella» moda ancora non esisteva, era una pagina ancora da scrivere. Tutto è iniziato a San Francisco, California, dove nella prima metà degli anni 60 il piccolo quartiere di Haight Ashbury, a due passi dal Golden Gate Park, divenne crogiuolo di teatro, controcultura, poesia, comportamenti liberi. In quei giorni tutto prendeva il colore vivo e sgargiante dei fiori. «If you’re going to San Francisco, be sure to wear some flowers in your hair», cantava Scott McKenzie, e quel che accadeva era proprio questo.

 

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Una coppia durante il concerto di Woodstock.

Ad Haight-Ashbury, tra le bellissime «painted ladies», le multicolori case vittoriane della zona, si trasferirono migliaia di giovani e motociclisti, fotografi e musicisti, intellettuali e visionari, attempati esoteristi e poeti dediti a promiscuità sessuale assoluta, registi sperimentali e attori di teatro-off, scrittori tossici e giovani che volevano provare libertà impensate nelle loro case del Texas o del Midwest. I ragazzi di San Francisco, ignari e spensierati, con braccialetti di perline colorate e fiori nei capelli (gli stessi fiori, guarda caso, che in quell’anno divennero celebri in Italia con una canzone anti-militarista dei Giganti che diceva: «Mettete dei fiori nei vostri cannoni…»), non sapevano che nel 1967, l’anno della Summer of Love, stavano dando vita a un fenomeno di costume che avrebbe segnato la cultura del mondo così profondamente da essere ancora oggi considerato la base di molta nostra quotidianità.  Quelli sono stati gli anni della luce, del sole, dopo decenni di grigiume. Non a caso una delle canzoni simboliche di quell’epoca è stata Here Comes the Sun, uno dei capolavori di George Harrison, in cui i Beatles cantavano «the smiles returning to the faces».

 

Il sole e il sorriso entravano nelle città e nelle case, negli occhi delle ragazze, e vestivano di luce gli abiti e le camicie sgargianti, venate di allucinazioni e di freschezza svolazzante. Era il tempo dei raggi del sole. Musiche e mode, comportamenti e amori, rapporti personali e cultura, sessualità ed ecologia: tutto è entrato da quell’estate in una nuova dimensione, trasformando il mondo paternalista e puritano dell’America nell’avanguardia di un pianeta più giovane e spontaneo, meno scontato e irrigidito, libero di esprimere creatività e spontaneità a ogni livello della sua vita quotidiana. Quei tempi californiani hanno coltivato un ambiente culturale e musicale in cui fiorì, proprio nell’estate di quell’anno, il primo festival rock della storia, quello di Monterey, reso celebre dal «rito» di Jimi che brucia la Fender elettrica al termine di uno show fulminante.

 

Due anni dopo arrivò, nel 1969, l’adunata oceanica di Woodstock, che già riuscì a mostrare il radicamento del movimento hippy sulla costa Est, confermando che la rivoluzione dei figli dei fiori aveva attraversato tutto il Nordamerica a cavallo tra le due presidenze americane più discusse, quelle di Lyndon Johnson e di Richard Nixon. Temi e valori di quella rivoluzione, che si esprimeva in musica, toccavano la libertà sessuale e l’ecologia, in un nuovo e più rispettoso rapporto con la natura, rifiutando la violenza e le guerre (in primis quella del Vietnam) e tagliando radicalmente i ponti con il potere (culturale e sociale) costituito.

 

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L’infinito serpentone di auto e folla che invase le strade dello Stato di New York; gli Who durante la loro esibizione; gli organizzatori si aspettavano 50mila spettatori: arrivarono in 500mila, da ogni angolo d’America.

 

Di tutto quel fermento la musica rock è stato il veicolo più veloce e virale. Il movimento hippy ha avuto a San Francisco la sua epifania e da lì sono uscite le band che hanno indirizzato i gusti e i costumi di una generazione: i Doors di Jim Morrison, gli psichedelici Grateful Dead, gli anarchici Jefferson Airplane, l’irrefrenabile Janis Joplin, i lisergici Quicksilver Messenger Service. Anche il cinema ha subito la forte influenza di quella generazione che nell’arte rompeva gli schemi e portava nei vari linguaggi un tocco di follia visionaria e di influenze allucinogene. I film più rappresentativi di quell’ambiente, che ne raccontano le vicende oppure ne hanno assorbito le vene acide profonde, rimangono il rocambolesco Easy Rider (Peter Fonda, Dennis Hopper, Jack Nicholson), il freakissimo Alice’s Restaurant, Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni (capace di mettere insieme Rolling Stones e Pink Floyd, Allman Brothers e Jerry Garcia in una storia di amore, deserti e distruzione), anche se nessuno raggiunge la vetta del lungometraggio per eccellenza del mondo hippy: Hair, storia struggente di un gruppo di freak che assapora la libertà del loro tempo prima di finire stritolato nell’idiozia della guerra del Vietnam.

 

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Joe Cocker sul palco di Woodstock domenica 17 agosto 1969 (l’esibizione fu interrotta per ore da un violento temporale).

Erano gli anni 60: e oggi? Tra esteriorità e valori la cultura degli hippy ha lasciato semi che hanno creato la nostra attualità quotidiana. Nelle pubblicità e nei costumi, nei rapporti sociali e nelle espressioni artistiche ci ritroviamo un po’ tutti a essere e sentirci hippy. Dai jeans alle t-shirt, dai Ray-Ban allo stile casual chic dei young rich, tutto ha radici dalle parti di San Francisco. Come anche molta parte della odierna cartellonistica pubblicitaria, che spesso cita artisti come Rick Griffin e Wes Wilson, maestri nell’uso dei colori basici e delle grafiche surrealistiche. Ne ritroviamo le tracce un po’ ovunque.

 

Ovviamente nel cinema, si pensi ai Fratelli Cohen del Grande Lebowsky o al Bertolucci di Dreamers. Tracce che si ritrovano anche nella musica rock odierna, dai Flaming Lips ai Black Rebel Motorcycle Club, dai Phish a Chris Robinson, insieme a tutti i nomi del vastissimo movimento americano delle jam band, che ripercorrono con galoppate sonore chilometriche il sogno fantastico di Haight-Ashbury.

Ma il lascito più importante e considerevole è nascosto nelle radici di ciò che ha rivoluzionato la vita di ogni essere umano: il web. 

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