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Piemontese
di toga
Bello, vero e buono sono un’unica cosa. Una legge di vita per l’avvocato Michele Vietti, che tiene i suoi capi di vestiario sempre ben esposti
DI Alessandro Botré - FOTO DI Nahaeng Lee (AKAstudio-collective)

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Tempo medio di lettura: 4' 50''

«Il mio guardaroba è costruito nel tentativo di tenere in evidenza il maggior numero di capi di vestiario. Una volta finito in fondo a un armadio, un pullover o un paio di scarpe vengono dimenticati ed è come non averli. Invece tenere in bella vista non solo gli abiti, appesi secondo i pesi per stagione, le camicie, le bretelle, le cravatte, le scarpe, aiuta a selezionare i capi più adatti con cui comporre l’abito che giorno per giorno si vuole indossare». Di certo l’avvocato piemontese Michele Vietti sa quello che vuole e non manca di pertinenza.

 

Nato 63 anni fa a Lanzo Torinese, cittadina della provincia di Torino a 515 metri sul mare, capoluogo delle omonime valli, famose per la villeggiatura tra le due guerre e centro di nascita dello sci alpino, si è trasferito a Torino dal 1980, rimanendo montanaro nell’anima. Adora sciare, scalare le montagne, contemplare un bel panorama di cime innevate, annusare un bosco, camminare lungo un torrente. Di Torino dice: «Ha l’eleganza della capitale subalpina che unisce il gusto francese allo stile italiano. La sua è un’eleganza sobria e discreta ma non per questo meno stilosa e affascinante. A suo modo, potrei sentirmi affine al conte di Cavour, piemontese come me, elegante, gaudente, conservatore illuminato, imprenditore e soprattutto grande intelligenza politica che ha portato il suo re dalla Sardegna all’Italia».

 

 

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Studi classici, laurea in giurisprudenza a 23 anni, Michele Vietti è diventato avvocato a 26. Consigliere comunale di Torino nel 1990, deputato nel 1994, consigliere del Consiglio superiore della magistratura nel 1998, sottosegretario alla Giustizia nel 2001, all’Economia nel 2005, capogruppo dell’Udc alla Camera dei deputati nel 2008, vicepresidente del Csm nel 2010. Dal 2014 insegna Diritto commerciale all’Università degli studi internazionali di Roma ed è tornato alla professione forense. Ama leggere, viaggiare, ascoltare musica classica e lirica, fare sport. Gli chiedo dunque come è nato in lui il piacere del vestire: «Credo che derivi da mia madre che anche oggi, a 90 anni, è attenta agli abbinamenti di abito, scarpe, accessori ed è sempre elegante anche se non aspetta visite», racconta Vietti.

 

 

«Da ragazzo poi accompagnavo mio padre al suo negozio di abbigliamento di fiducia, e lì ho cominciato ad apprezzare le buone stoffe, i bei colori e il gusto degli accessori. I miei sarti sono il napoletano Arturo Pastena e il torinese Antonio Comito. Le giacche sono rigorosamente a tre bottoni, senza dettagli particolari, e in vari tessuti. L’unico accorgimento che adotto è portare l’ultimo bottone della manica sempre slacciato, per sottolineare che l’abito è su misura. Per me l’abbigliamento elegante, come il diavolo, sta nei particolari. Certo è importante che un abito abbia un buon taglio e una buona stoffa ma ciò che distingue chi lo indossa è non solo il portamento bensì la cura degli accessori. Io porto solo camicie bianche a righe blu, azzurre o rosse con i polsini doppi che chiudo con una serie di gemelli che negli anni ho collezionato e che ammontano a un centinaio.

 

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Le camicie sono Xacus, Barba, Burberry, le ultime le ho fatte dal mio sarto Pastena, e a Torino le facevo da Sebastian, ora chiuso. Poi cravatte di Marinella o di Giorgio, ma rigorosamente napoletane. Poi gilet di tutti i colori. La pochette è rigorosamente bianca col bordino blu. Colleziono anche penne e orologi, che insieme ai gemelli sono gli unici gioielli che un uomo possa portare. Per me i segnatempo non sono mai di marche alla moda ma solo dei grandi maestri orologiai: Breguet, Audemars Piguet, Patek Philippe, A. Lange & Sohne…».

 

 

 

D’altronde, come noi di Arbiter sappiamo e come anche Michele Vietti tiene a specificare, il termine «eleganza» deriva dal latino «eligere», ovvero scegliere, e dunque sta a indicare una persona «scelta» appunto, nel senso di selezionata, raffinata, non comune, non banale. «L’eleganza è un modo di vivere», specifica l’avvocato, «con buon gusto, classe, stile, armonia. Come disse Somerset Maugham, “l’uomo elegante è quello di cui non noti mai il vestito”, ma “la trascuratezza nel vestire è un suicidio morale”, per citare Honoré de Balzac. L’eleganza alla fine è il giusto equilibrio tra naturalezza e cura». Vista la conoscenza classica del giurista Vietti, che traspare anche solo dando una rapida occhiata alla sua libreria, gli chiedo anche come definisca due concetti fondamentali della nostra civiltà europea: qualità e bellezza.

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