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Anche quando faceva il lavabicchieri, Pietro Delise, futuro fondatore del Jackie O’, si vestiva dal sarto, di rigore in giacca e cravatta. Perché è vero: l’abito fa il monaco
DI Alessandro Botré - FOTO DI Luciano Di Bacco

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Tempo medio di lettura: 5' 25''

Era il 1962, e il ventenne Pietro Delise lavorava come lavabicchieri al bar Bondolfi, Porta Cavalleggeri, Roma. Il bar esiste ancora oggi ed è in mano alla quarta generazione. Quando attaccava il turno, per esempio alle tre, c’era la consuetudine che si dovesse essere lì un quarto d’ora prima, per prendere il caffè come normali clienti. 50 lire, ossia 45 più cinque di mancia, che la volta dopo naturalmente ci si ridava. Arrivavano a prendere il loro caffè al banco i clienti abituali, al fianco di Pietro. Lo guardavano. Gli dicevano educatamente «Buongiorno». Non riconoscendolo, perché lui era in giacca e cravatta. «Ero già malato di abbigliamento allora», sorride lui. Sei anni dopo, quell’elegante e spigliato ragazzo che ce l’aveva messa tutta per imparare il mestiere del barman aprì le sue prime discoteche, prima a Cortina e poi a Riccione, la patria delle balere e dei vitelloni.

 

 

Da lì il volto di Riccione cambiò. Quindi tornò a Roma, prese contatto con Renzo Gallo e Alberigo Crocetta del Piper. Poco dopo fondava il Jackie O’, (da Jackie Onassis). Gil Cagnè era l’immagine del locale, Pietro il conducente, sua moglie Paola le pubbliche relazioni. Prese lo Scorpio a Porto Cervo e il ristorante romano Valadier. Poi li vendette e lavorò un anno al Club 84, il locale della dolce vita. Poi passò alla Mercedes, nelle pubbliche relazioni. Dopo arrivarono le offerte dal mondo della moda: iniziò con una rappresentanza di un marchio di scarpe di Monsummano. Un giorno incontra Paolo Borgomanero, futuro socio di Della Valle e Montezemolo in Acqua di Parma. Stava comprando Avon Celli: dopo un mese lo chiama a Bologna e gli offre di fare il direttore commerciale con 100 milioni all’anno nel 1989. Pietro gli risponde che preferisce iniziare come rappresentante, per il Lazio, la Campania e la Puglia.

 

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Pietro Delise in sella alla propria Harley Davidson 883 davanti alla sua villa di Fregene. L’abito, di Sartoria partenopea in lana super 140, è in principe di Galles, per lui il tessuto da giorno per eccellenza. Cravatta Marinella, full brogue Castori.

 

Oggi distribuisce, insieme alla sua collaboratrice Simona, vari marchi di maglieria, calze, camiceria. «In questi anni nella moda ho notato dei cambiamenti pazzeschi», racconta. «Il problema oggi è la mancanza del concetto di qualità da parte del consumatore e soprattutto del commerciante. Siamo prigionieri di un sistema che è cambiato: centri commerciali, outlet, vendita online hanno portato a un imbastardimento del mercato dove tutti cercano comunque di vendere incartandosi da soli. La gente compra la giacca blu, il gessato blu, il gessato grigio, le vetrine sono tutte uguali.

 

A Milano c’è più varietà, ma la crisi ha fatto in modo che molti vogliano spendere meno per il prodotto. Una maglia di Drumohr o di Fedeli costa così e basta, se vuoi il cashmere lo devi pagare. Con Avon Celli vendevamo il cashmere seta 80.20, la lana 2.48, ma anche il cashmere cardato. C’erano dei rivenditori che sostenevano di comprare del cashmere uguale al mio ma pagandolo meno. Tiravo fuori la mia bilancia e gli facevo vedere che il mio pesava magari 180 grammi, il loro 130. Loro questo non lo sanno. Se io vado in un negozio mi fido del negoziante, ma oggi rischio di trovarmi quasi lo stesso pantalone che da lui trovo a 240 euro da Zara, che costa 29 euro e 90. I negozianti non hanno voglia di fare ricerca, la fa forse il 20%. Quando gli proponi cose di qualità ti rispondono che è cara».

 

 

Pietro Delise lavora ancora con passione, come quando faceva i cocktail a Cortina 50 anni fa. Il vestire è parte di lui. Prosegue: «La cosa più importante nell’abbigliarsi è la personalità. Faccio un esempio limite: Renzo Arbore, che veste in un modo terribile. Nel suo mondo un po’ kitsch questo genio della comunicazione è elegante. È tutto stonato, ma diventa intonato nel momento in cui se lo mette lui. Io metto sempre un accessorio che deve spaccare: una cravatta rossa con l’abito blu, una cravatta verde con l’abito grigio, le mie cinture con le fibbie d’argento intercambiabili. Anni fa mettevo le scarpe Sabelt rosse o i pantaloni bianchi: la gente mi chiedeva se vendevo i gelati. I pantaloni bianchi li ho sempre portati, ne avrò 10 paia negli armadi, d’estate sono perfetti e sopra ci metti quasi tutto. L’eleganza deve passare inosservata, come l’appiombo di una giacca o del pantalone. È spontaneità, è il modo in cui una persona si muove. Dopo di che ognuno ha il suo stile, e poi c’è la classe. Uno dei miei miti era Carlo d’Inghilterra da giovane: portava sempre “line on the line”; gessato, camicia a righe e cravatta regimental. Idem con i principe di Galles, camicia a quadrettino celeste e cravatta principe di Galles o quadro più grosso, o anche abbinamenti con il pied-de-poule. Ma devi saperli mischiare, perché se sbagli i colori e le grandezze sei rovinato. Devi avere la cultura che ti permetta di creare gli accoppiamenti».

 

Pietro ha talmente tanta roba che negli ultimi 10 anni non mi si è mai vestito nello stesso modo, facendo girare vestiti, cravatte, pantaloni. 

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