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Ambasciatore
al nord
Salernitano residente a Lugano, Sabato Marmora è un fedele del sarto Antonio Visone, da cui realizza due abiti al mese. Esportando eleganza
DI Alessandro Botré

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Tempo medio di lettura: 7' 10''

Chi frequenta il Canton Ticino, appendice meridionale della Svizzera che in verità per cultura e lingua apparterrebbe alla Lombardia, sa che negli ultimi anni ha visto l’arrivo di numerosissimi campani. Dietro una targa o un’insegna rossocrociata, spesso capita di sentir risuonare l’inconfondibile accento, che sia in un taxi, in un grotto oppure in un bar. Alcuni di loro, pochissimi a dire il vero, arricchiscono quella terra che non spicca certo per eleganza, dei colori e della cultura del ben vestire che è nel Dna di una parte del Sud Italia.

 

Come il protagonista di uno dei primi servizi di questo ciclo, il private banker napoletano Vincenzo Gonnella, con un guardaroba tutto su misura di notevole consistenza, quasi interamente opera del sarto Antonio Visone. Anch’egli partenopeo, ça va sans dire, nonché trait d’union tra Gonnella e il protagonista di questo servizio. Accade infatti che, un giorno, Gonnella nota che nella bottega del maestro Visone c’è un cospicuo numero di gilet, di pantaloni e di giacche, tutti per uno stesso cliente.

 

 

 

Il loro futuro indossatore è Sabato Marmora, un professionista che di recente si è aggiunto alla schiera di quelli che possiamo definire «partenopei e parte svizzeri», chiamando in causa una celebre battuta di Totò. Classe 1968, Sabato Marmora è originario di Salerno. Dopo una parentesi lavorativa a Milano, si è stabilito in Ticino, in cerca di quella sicurezza e quell’ordine che nel nostro Paese ormai non si trovano più. Si occupa del settore immobiliare, ma la sua grande passione, che arde sin da quando era un fanciullo, è l’abbigliamento. «Mi è sempre piaciuto vestirmi bene», racconta. «Anche da ragazzino non vestivo mai casual. Alle superiori amavo la giacca e la cravatta, magari abbinate a un jeans per risultare più informale. Fondamentale trovo sia l’abbinamento con le scarpe, che sono come i cerchi in lega per una macchina: sono in grado di renderla bella o brutta. La scarpa deve essere assolutamente pulita e lucida, sporca non mi piace affatto. D’altronde ogni cosa bella è fatta dai dettagli. Se per esempio indossiamo un abito tinta unita e ci mettiamo delle belle scarpe, una bella cravatta, la pochette, ravviviamo l’insieme». 

 

 

 

Chiedo a Marmora come sia giunto a costruirsi il suo personale paradigma estetico. «Mi sono costruito nel tempo, da me, alcune regole. Per esempio: non abbinare una camicia a quadri o una cravatta regimental con un abito a quadri. Ci sono arrivato per gradi. Un tempo mi servivo dell’abbigliamento già confezionato, da Boglioli a Ballantyne, solo adattandolo nelle forme. Poi ho conosciuto il sarto Antonio Visone, tramite un mio amico, nel 2007. Inizialmente, quando si trattò di fare il primo abito, ero un po’ scettico. È lui, Visone, che è arrivato a costruirmi il mio attuale abito, suggerendomi con l’estro della scuola napoletana: per esempio il pantalone un po’ più corto con il risvolto a quattro centimetri, che poi io ho portato a cinque. Alcune particolarità mi sono arrivate da lui, che a sua volta si divertiva perché sosteneva che io valorizzassi quello che portavo, e che conservassi al meglio gli abiti. Tanto è vero che nel suo ultimo sito internet ha inserito parecchi miei capi. Piano piano, mi ha invitato a scoprire sempre più dettagli, come il monopetto con revers a lancia e panciotto a lancia. Poi, nella mia formazione è stata importante l’osservazione di riviste come Monsieur e Arbiter. Penso proprio che il sartoriale non lo abbandonerò più».

 

 

 

Ormai Marmora fa circa un paio di abiti al mese, che Visone impiega da 15 giorni a un mese per realizzare. Non li fa per esigenza, ma per arricchire il proprio guardaroba: vede una stoffa bella, gli piace, la compra. Come dargli torto? Tra i tessuti preferiti mi parla di Vitale Barberis Canonico, Ermenegildo Zegna, Loro Piana, Holland & Sherry, Drumohr. Insomma un connubio tra Italia e Inghilterra. «Seguo anche un po’ le mode per quanto riguarda i colori», confessa. «Con le cromie spazio molto, non sono schematico, amo i quadri, le righe, i tinta unita che abbino a cravatte colorate. Ecco, amo molto la cravatta anche se non la porto sempre, ogni tanto ho la camicia sbottonata, con o senza foulard. Le mie cravatte sono di Ferretti (Milano), Cepparulo (San Giuseppe Vesuviano) e Magnifique (Napoli). Non sono su misura ma devono essere lunghe 150 centimetri: devono poter arrivare esattamente dove inizia la cintura tenendo presente che porto la vita dei pantaloni bassa, e i due lembi devono essere pari. Talvolta faccio più abiti di una stessa tipologia in più colori, ma mai dello stesso tessuto. Magari se ho tanta stoffa faccio fare per un abito due pantaloni, uno con e uno senza pince.

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