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Il guardaroba
di Vittorio Feltri
Giornalista controcorrente, Vittorio Feltri conosce bene le regole e sa come sovvertirle. Tanto con la tastiera quanto con l’abbigliamento
DI Alessandro Botré - FOTO DI Stefano Triulzi

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Tempo medio di lettura: 5' 25''

Quel primo «occhio dell’eleganza», composto dal nodo della cravatta, dal colletto sovente stondato e dai baveri della giacca, sono uno degli elementi estetici che associamo a Vittorio Feltri. Un dettaglio della divisa dello storico giornalista, uno dei suoi tanti, che come tutti i dettagli fa la differenza. Un nodo ben cazzato, sorretto con pertineza da una spilla di cui molti ignorano l’esistenza o la funzione (ovvero di dare tono al nodo soprattutto a fine giornata) denota volontà estetica. Vittorio Feltri, classe 1943, è un libero pensatore, controcorrente, genuino, dissacrante, colto, spiritoso e irriverente. Fondatore e direttore editoriale del quotidiano Libero, ha fatto i suoi esordi giornalistici a 19 anni nella redazione dell’Eco di Bergamo, è stato inviato speciale del Corriere della Sera e direttore del Quotidiano Nazionale, L’Europeo, Il Borghese, L’indipendente, Bergamo Oggi e Il Giornale.

 

Conosce le regole e proprio in virtù di ciò, da uomo libero, si permette di sovvertirle. Con la parola, con la penna, così come con l’abbigliamento, che appunto è un affascinante linguaggio. «Va privilegiata la comodità, evitando delle forzature che non sono estetiche ma volgarizzanti», puntualizza il direttore bergamasco. «Cerco di presentarmi al meglio delle mie possibilità. D’altronde l’abbigliamento serve a non avere troppo freddo né troppo caldo, scelto coerentemente con certi principi elementari. è importante che le scarpe siano comode e non pacchiane, che non infastidiscano gli occhi del passante o di chi sta con te. Vivendo in società bisogna non infastidire. Si tratta di mantenere un’educazione minima verso il prossimo, poi non sto a impazzire sulla scelta dei capi. Ricordiamoci che la vecchia definizione dell’abbigliamento è la seconda pelle: così come abbiamo cura per la pelle naturale, dobbiamo curare anche questa, altrimenti saremmo incoerenti».

 

E a proposito di curare, Vittorio Feltri ha ben qualche altra mania, oltre alle celebri spille da cravatta: in primis gli orologi, per esempio i Rolex Ovetto. «Amo il tre bottoni», prosegue, «mi pare che la giacca stia più composta. Mi piacciono le spalle cadenti, per essere comodi alla scrivania, con gli spacchi laterali. Le camicie le faccio su misura: è la scelta migliore, dato che con 60 euro puoi avere un buon prodotto. Sui pantaloni voglio le tasche lungo la cucitura, le doppie pince per comodità e due tasche dietro. Gli abiti, circa un paio all’anno, me li confeziona il mio anziano sarto Bertolassi, sono ben curati. Fa una bella ricerca tra i tessuti: amo quelli ruvidi, i tweed, le grisaglie di una volta. I pettinati li detesto».

 

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La cabina armadio di Vittorio Feltri.

 

Come si diceva, l’abbigliamento è un linguaggio e Feltri possiamo identificarlo con una giacca di tweed ruvida come carta vetrata accompagnata da un impeccabile nodo, naturalmente sorretto dalla spilla, punto di luce metallico che contrasta contrappuntisticamente il tessuto cardato. Altro che pettinati lucidi. «Il risultato finale di un abbigliamento deve essere armonico: deve venire spontaneo. Per esempio la scelta dei colori è empirica, ripeto che non bisogna impazzire. Poi contano la postura, il comportamento, l’abito mentale».

 

Nel suo caso, il suo habitus mentale ordinato si riverbera tanto nelle tenute, sempre impeccabili, quanto negli armadi, ordinatissimi. «Penso che il guardaroba rispecchi la mia personalità ordinata. Come la casa, bisogna creare il guardaroba su misura in base alle proprie necessità. Per esempio la mia casa di Milano sembra una suite, perché in settimana sono sempre fuori al ristorante e sabato e domenica torno a Bergamo. Nella cabina armadio tutto è a portata di mano in modo ordinato. Non sono maniaco dell’ordine ma nemico del disordine».

 

 

Feltri ha mai avuto maestri del vestire, esempi? «Anni fa ho avuto un capocronista al Corriere d’informazione, Mario Perazzi, il cognato della Fallaci: un uomo di rara eleganza, nonostante fosse piccolo e leggermente tracagno. Un vero signore. Avevo 28 anni. Ecco, da lui ho un po’ copiato. Un altro è stato Dino Buzzati: elegante, molto sobrio». Tempi in cui anche i giornalisti davano l’esempio di come ci si vestiva. Oggi invece: «C’è una tendenza allo svaccamento», sentenzia Feltri. 

 

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Vittorio Feltri, direttore editoriale del quotidiano «Libero», nel salotto della sua abitazione milanese, veste un suo tipico spezzato sportivo.

 

«Il giornalista aveva il suo abito, poi le cattive abitudini hanno prevalso sulle buone. Se un giornalista va a intervistare in pubblico e si presenta vestito da profugo non fanno bella figura né lui né il giornale. Pensiamo alle calzature: tutti hanno le sneaker, che mi fanno orrore. Io indosso prevalentemente francesine, quasi tutte lisce, e mocassini. Vestirsi bene dà benessere. Per esempio, a Bergamo abito in collina: indosso pantaloni di tela, leggera per l’estate o robusta d’inverno, giacca di tweed, foulard sotto la camicia o anche cravatta. E parlo in dialetto con mio fratello».

 

Oggi invece cosa succede a livello di habitus?

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