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Il mio presente
va veloce
John Baldessari, uno dei padri dell’arte concettuale, mette in discussione il senso e i valori dell’automobile nel mondo contemporaneo. Interpretando una vettura da 585 cavalli
DI Mattia Schieppati e Andrea Bertuzzi

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Tempo medio di lettura: 6' 40''

Il primo ricordo? Quando, da ragazzini, «si andava sul ciglio della strada, tra la polvere, e attendevamo che sfrecciasse lì davanti qualche automobile. C’erano sogno ed emozione, l’emozione della velocità, dell’andare…», racconta John Baldessari con la voce cavernosa resa roca dalle ormai 85 primavere, riportando la memoria a quando la sua criniera di capelli non era ancora del bianco scenografico che svetta oggi in cima ai quasi due metri d’altezza. Sembra quasi di vederla quella striscia dritta d’asfalto sotto il sole della West Coast fine anni 40, quando il mito della Frontiera era finito da poco e cresceva impetuoso quello della grande America potenza mondiale. La strada, la velocità, l’automobile erano parte costitutiva di questo mito. Un’America on-the-road sempre e comunque.

 

Flashback nel flashback. Per arrivare al capannone supersegreto in cui incontriamo Baldessari, uno dei padri nobili del Novecento creativo americano, artista concettuale, surrealista fuori tempo massimo, pop artist ante litteram (difficile arrivare a una definizione unica che racchiuda quasi 60 anni di carriera) ci si lascia alle spalle Los Angeles e si percorre per un’ora e mezza proprio una di quelle strade californiane immerse nel nulla. Destinazione Oxnard, dove ha sede un grande centro logistico di Bmw North America. Qui, all’interno di un anonimo blocco di cemento cui si accede da una porticina chiusa dall’interno, si trova il Body & Paint Training Center dell’azienda, dove in genere vengono fatte le customizzazioni dei modelli. In queste settimane il capannone è diventato una sorta di Area 51, isolata e inavvicinabile, dove Baldessari insieme al suo staff, in un indaffaratissimo spazio a metà tra officina meccanica e atelier creativo (ci sono cavalletti che reggono cofani e alettoni, barattoli di vernice, rulli e pennelli, carte adesive e rendering di progetto), sta dando vita e colore a un altro mito della velocità: la diciannovesima Art Car, interpretazione d’artista di una vettura della casa tedesca destinata alle competizioni sportive. 

 

 

 

Mentre leggete di questo incontro esclusivo avvenuto a metà novembre, la realtà è già andata oltre: la Bmw M6 Gtlm da 585 cavalli reinterpretata da Baldessari ha già sfilato sulla passerella di Art Basel Miami, e il 29 gennaio ha affrontato la dura prova della pista alla 24 Ore Rolex di Daytona, per poi correre nel campionato Iwsc per il team Bmw RLL.

 

La Bmw M6 Gtlm in azione: si è piazzata al 12° posto assoluto e 8° di classe.

La Bmw M6 Gtlm in azione: si è piazzata al 12° posto assoluto e 8° di classe.

 

Il progetto Art Car nacque come divertissement nel 1975 quando l’allora pilota e collezionista francese Hervé Poulain, d’accordo con il direttore dell’epoca di Bmw Motorsport Jochen Neerpasch, chiese all’amico artista Alexander Calder una personalizzazione dell’auto con cui si apprestava a correre la 24 Ore di Le Mans. Da allora, in 46 anni di vita il progetto ha coinvolto 17 artisti internazionali come Roy Lichtenstein e Robert Rauschemberg, Sandro Chia e Andy Warhol, Frank Stella e Jeff Koons, chiamati a sbizzarrire la propria creatività e intelligenza «firmando» un’auto da collezione. «Ogni Art Car è una riflessione sulla contemporaneità, è un oggetto che segna il tempo in cui è realizzata, e non solo dal punto di vista artistico», chiarisce Thomas Girst, responsabile del Cultural Engagement di Bmw Group. Il commitment che la casa automobilistica pone alla star di turno al momento del coinvolgimento non è solo, quindi, che cosa un artista può inventarsi per lasciare il suo segno in questa incredibile galleria di star, ma che cosa l’artista ha da dire, attraverso la sua arte, per aprire una riflessione sul valore sociale, ideale, economico, psicologico, comunicativo dell’auto.

 

 

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L’artista John Baldessari, 85 anni.

La scelta di affidare la conciliazione dei tanti opposti che scaturiscono oggi dal concetto auto a un «inconciliabile» come Baldessari non è casuale: è un artista che ha fatto della messa in discussione continua (e ironica) dell’essere artista e del ruolo dell’artista la sua poetica creativa, ma è anche un insegnante, un teorico, un instancabile provocatore perennemente alla ricerca di un linguaggio fuori dagli schemi. La sua arte è un grammelot che nasce dalla commistione di immagini, frasi, fotografie, colori, bianco e nero, dove il significante diventa spesso il significato, e viceversa. La critica lo definisce «artista concettuale», e il concetto da cui è partito per interpretare l’automobile e il suo immaginario è semplice, ma profondo:

 

«L’auto è innanzitutto un oggetto che si guarda girandoci intorno, un qualcosa di tridimensionale, mentre io ho quasi sempre lavorato su una superficie piatta, su due dimensioni. Inoltre, l’auto è un oggetto che si muove. Il fatto di poter creare un’opera tridimensionale, immaginando come verrà vista mentre è in movimento, è stata la prima sfida che mi ha conquistato come artista, mi ha permesso di entrare in un territorio che, a 85 anni, mi era ancora sconosciuto. E il mio ragionamento è iniziato da lì, da questa ambiguità: due o tre dimensioni? Ferma o in movimento?», spiega. «Tutti sanno cos’è un’auto, tutti hanno un’auto, l’auto è un oggetto pop già di suo. In California, ma credo un po’ in tutto il mondo, i ragazzi modificano le loro auto disegnando fiamme sulle fiancate, strisce colorate, per rendere la propria auto più cool. Mi sono messo su questa lunghezza d’onda».

 

Ecco i bolli di diverse dimensioni che portano sul bianco della carrozzeria i colori primari che costituiscono il marchio di fabbrica di Baldessari, i famosi «dot» che punteggiano la sua serie di opere più celebre, fotografie in bianco e nero sulle quali l’artista annullava alcuni particolari (il volto, gli occhi dei soggetti) sovrapponendo bolli colorati. Un annullamento dell’identità da un lato, dall’altro la focalizzazione sull’oggetto trattato artisticamente, una sorta di «mirino» per tenerlo costantemente a fuoco («il grande bollo rosso sul tetto l’ho immaginato pensando a quando l’auto sarà in pista, e le riprese dall’elicottero punteranno su quel tondo rosso», spiega, come se l’auto, ripresa a distanza, non fosse altro che un puntino rosso in una sorta di videogame primordiale…).

 

 

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