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La disfida
del presepe
Il simbolo della natività visto da due diverse prospettive: quella di Matteo Salvini, segretario federale della Lega Nord, e quella di Luigi De Magistris, sindaco di Napoli
DI Redazione

presepe

 
 
 
 
Tempo medio di lettura: 10' 30''

Senza rinunciare a un atomo della sua valenza religiosa, trasmette 

un messaggio che vale per tutti: la centralità della vita e dell’uomo

 

Il presepe secondo Matteo 

di Matteo Salvini

Il presepe per me ha sempre avuto un significato speciale. Da bambino insistevo per partecipare alla sua preparazione fin dal principio: raccogliere il muschio, allestire il lenzuolo blu sullo sfondo, ritagliare le stelle dal cartoncino, erano i segnali dell’inizio di una festa. Dedicavo particolare attenzione alla cometa che ogni giorno muovevo quasi impercettibilmente verso la stalla dove le statuine di Maria e Giuseppe aspettavano la comparsa del bambinello nella culla. Allora per me era quasi un gioco. Un gioco importante a giudicare dall’attenzione che vi rivolgevano i miei genitori, ma di cui solo con il passare del tempo ho realizzato la straordinaria forza nel trasmettere con semplicità e immediatezza i valori fondamentali della nostra vita. Peraltro il presepe di casa mia non era un’installazione fissa, un soprammobile.

 

Le sue figure erano in lento, costante, movimento: dall’inizio dell’Avvento fino al giorno di Natale insieme alla stella cometa avvicinavo un passo alla volta anche le statuine dei pastori verso la Natività, senza dimenticare i tre Magi per i quali calcolavo traiettorie più lunghe affinché arrivassero puntuali per il giorno dell’Epifania. Stelle e uomini in cammino, come in cielo così in terra, fino all’essenzialità del messaggio finale: una madre, un padre e un bambino. Senza scomodare questioni teologiche, è di per sé evidente come il fulcro del presepe stia nella celebrazione della vita che basta a se stessa, che non richiede altro al di fuori dell’amore capace di vincere anche le difficoltà più evidenti, trasformando un’umile stalla nel trionfo della famiglia. Un uomo e una donna che diventano un padre e una madre, non un genitore 1 e un genitore 2. Quando ero bambino tutto questo esisteva nelle case, come nelle scuole o negli uffici privati, ed era da tutti considerato normale, oltre ogni divisione sociale, politica, culturale. Oggi invece che da padre cerco di trasmettere tutto ciò ai miei figli, mi accorgo di compiere un atto di resistenza contro lo sgretolamento del mondo che ci circonda.

 

Attorno al presepe si sono sviluppate le più assurde isterie ideologiche che in nome di una supposta tolleranza religiosa hanno in molti casi portato a bandire la scena della natività da molti luoghi pubblici, a partire purtroppo dalle scuole. Di nuovo non serve essere dei sofisticati intellettuali per capire che il presepe cristiano è una delle rarissime rappresentazioni che, pur senza rinunciare a un atomo della sua valenza religiosa, trasmette un messaggio che vale per tutti: la centralità della vita e dell’uomo. Per questo ogni anno mi impegno per difendere i presepi e le celebrazioni del Natale nelle scuole, denunciando l’assurdità di chi vorrebbe ridurre tutto ciò alle «feste d’inverno». Saranno anche più politicamente corrette, ma producono solo l’effetto di sradicarci da tutto ciò che siamo. Paradossalmente poi queste follie che vengono giustificate dal desiderio di non urtare la sensibilità delle persone di altre religioni, sortiscono come unico effetto il totale disorientamento in primis delle comunità immigrate.

 

A incoraggiarmi intervengono spesso dei genitori musulmani esterrefatti davanti a quella che per loro è un’inconcepibile rinuncia alla nostra identità: hanno perfettamente ragione. Fortunatamente nel cuore profondo del nostro Paese né le assurdità ideologiche di questo tipo di sinistra né la loro esaltazione mediatica hanno saputo attecchire, al contrario stiamo vivendo un periodo di felice riscoperta del presepe sia nel suo messaggio sia nella sua dimensione più artigianale e artistica. A partire dalle delicate figure intagliate nel legno della Val Gardena fino all’ironia di quelle napoletane che arricchiscono il mosaico delle statuine con i personaggi della cronaca, il rito del presepe in Italia testimonia i diversi caratteri dei territori che ne hanno interpretato nei secoli il senso a modo loro.

 

Anche al sottoscritto è capitato di finire rappresentato in forma di statuina: un grande onore per me, oltre che un simpatico motivo di ironia per i miei detrattori. Eppure nemmeno qui la dimensione del gioco riesce a seppellire un significato che si intravede sotto la superficie e rivela una saggezza profonda: non importa quanto un personaggio sia famoso, apprezzato o discusso. Nella nostra vita così come nello scenario del presepe, ogni giorno sta a noi scegliere se accontentarci di un ruolo decorativo, da bella statuina, oppure trovare in noi stessi il coraggio, come scriveva Gilbert Keith Chesterton, di «difendere non solo le incredibili virtù e saggezze della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile: questo immenso, impossibile universo che ci guarda dritto negli occhi».

 

 

A Napoli il presepe è una delle fonti di attrazione turistica più importanti.

Ma attenzione a non innovare troppo

 

La tradizione è tradizione 

di Luigi De Magistris 

Quando ero bambino il presepe lo costruiva mio padre, proprio lui. Con le sue mani. Ma io lo aiutavo e fino all’adolescenza è andata avanti così. Facevamo questo presepe grande ogni anno, e ogni anno aggiungevamo un dettaglio nuovo: il ruscello con la matrice, le montagne costruite con il cartone delle scatole di scarpe. Quando sono diventato adulto non l’ho più fatto. Con il lavoro di magistrato prima e di sindaco poi non ho più tanto tempo. Ma ogni Natale, nelle varie case che ho abitato, il presepe non è mai mancato. Con la mia famiglia compriamo lo scheletro della struttura e mia moglie e i miei figli si divertono ad aggiungere sempre nuovi pastori. Io credo che il presepe a Napoli vada oltre il Natale. Anche se è indissolubilmente legato alla nostra tradizione natalizia è come se in un certo senso l’avesse superata. Si è radicato nell’animo e nella cultura delle città. Non è un caso che passeggiando anche nei mesi caldi dell’estate, o in altri periodi dell’anno ancora, nelle viuzze del centro storico, in via San Gregorio Armeno per l’esattezza, ci si trovi ad ammirare la bellezza dei presepi costruiti dai maestri artigiani.

 

Ma non c’è dubbio che quando ci addentriamo nel cuore del centro storico tra l’inizio di novembre e il mese di dicembre rimaniamo esterrefatti: il presepe si mostra a noi in tutta la sua potenza, creatività e pienezza. E diventa ancora più evidente, si sottolinea ancora di più quel legame fortissimo che c’è tra il presepe e i napoletani. Non credo esista famiglia napoletana, o sia esistita, in cui non ci sia stato, o non ci sia, un presepe in casa: piccolo o grande, comprato in blocco o costruito artigianalmente pezzetto di sughero su pezzetto di sughero. Forse siamo così legati perché rappresenta la nostra comunità in piccolo: c’è tutto dentro. La nascita di Gesù ovviamente. Maria, San Giuseppe, l’asinello, il bue, le pecorelle, i re Magi sulla strada.

 

Ma c’è anche il racconto dei mestieri con le trattorie, il pescivendolo, il pastore. E non per ultimo il racconto della vita. Il presepe napoletano è fatto di persone e infatti dentro le vediamo camminare, chiacchierare, salutarsi. Vivere insomma. E rappresenta quella vita del napoletano così legata alle tradizioni, al calore della famiglia, a quello del borgo antico, con quel carattere sempre solenne, molto religioso. Quello del presepe è un aspetto che la dice lunga sul rapporto tra il Natale e la città. Io ho visto tanti presepi unici in tutti i quartieri di Napoli. Ogni anno gli artigiani si «sfidano» a colpi di mostre: impossibile scegliere il più bello. Incontro sempre molta qualità e attenzione nella lavorazione, con quella pazienza e dedizione ai dettagli che solo chi si sente dentro questa tradizione può realizzare.

 

C’è un grado elevatissimo di artigianalità dietro ai maestri; ma anche i cittadini comuni non sono da meno: al presepe ci teniamo proprio tanto e anche noi lo costruiamo o lo componiamo con amore, attenzione, dedizione. Negli ultimi anni mi sono appassionato anche ai presepi viventi, li organizzano in diversi quartieri di Napoli e devo ammettere che è emozionante rivedere ogni volta come la natività rivive nelle persone. Insieme alle statuette canoniche poi c’è tutta un’altra tradizione legata sempre ai maestri artigiani ma secondo me slegata dal presepe, che è quella dei pastori. Ogni anno vengono realizzate nuove immagini, nascono nuove figure che si ispirano alla contemporaneità. Quando qualche tempo fa abbiamo dato a Sophia Loren la cittadinanza onoraria di Napoli, la statuetta che la rappresentava è comparsa in ogni bottega.

 

Come lei così i calciatori del Napoli, i capi di governo, gli attori, le star di Hollywood. Però attenzione, con il presepe non puoi innovare troppo! La tradizione è tradizione! I nuovi personaggi, i pastori «innovativi» sono simpatici, ma li teniamo fuori. Alcuni vengono realizzati con grande ironia come l’Higuain di turno, altri come dei veri e propri miti. Penso alla statuetta di Totò, o a quella di Pino Daniele e Massimo Troisi. Personaggi che hanno fatto la storia di Napoli. Credo che questo legame con l’attualità dipenda molto dalla capacità dei napoletani di reinterpretare le cose che accadono attorno a noi con ironia. Poi come sindaco devo ammettere che la tradizione del presepe porta in città un ritorno in termini economici e di turismo enorme. Posso dire con certezza che il presepe napoletano è una delle fonti di attrazione turistica tra le più importanti a Napoli. Le vedo le persone che rimangono incantate. E sono così tante che dal primo dicembre di ogni anno la via di San Gregorio Armeno diventa un senso unico. Nelle domeniche natalizie e nei giorni di festa la gente arriva in massa. Guarda i presepi e riempie le strade.

 

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