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La politica
presa per il collo
L’eleganza e il rigore che un tempo costituivano la cifra di chi governa il Paese lasciano oggi spazio alla sciatteria. Ecco allora i consigli di stile per i nostri leader
DI Stefano Zurlo - FOTO DI Laila Pozzo

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Tempo medio di lettura: 8' 25''

Ricordo ancora il modo arcigno in cui il commesso mi squadrò. «E la cravatta?». No, non l’avevo messa e non l’avevo neppure in tasca. Come fare? Non potevo mancare l’appuntamento con il presidente del Senato Marcello Pera che mi aspettava nei suoi sontuosi uffici, fra stucchi e velluti. Per fortuna, il valletto che mi aveva sbarrato la strada, venne in mio soccorso: «Eccone una», e già me l’aveva infilata e le sue mani esperte stavano componendo il nodo. Ero salvo. Quella cravatta era il mio passaporto senza il quale, quel giorno di una quindicina d’anni fa,  non avrei superato la frontiera di Palazzo Madama.

 

Quel confine oggi resiste ancora, ma molto è cambiato: lo stile e il rigore che costituivano la cifra del Palazzo sono in gran parte evaporati. Oggi deputati e senatori sono un suk di fogge e colori: c’è chi plaude, perché i parlamentari, peraltro sempre più detestati, sarebbero più vicini al look della gente comune, ma le scorciatoie non pagano e la loro immagine si è accartocciata. Dalla sacralità alla sciatteria: è un biglietto da visita avvilente quello che viene offerto al Paese. «Una volta non era così, i lavori in aula si svolgevano seguendo una liturgia precisa», spiega Enzo Scotti, sindaco di Napoli negli anni 80, ministro dell’Interno nei mesi cruciali in cui Giovanni Falcone creava gli strumenti per combattere Cosa nostra, poi sottosegretario con Berlusconi e oggi presidente della Link Campus University. «Non potevi dare le spalle alla presidenza, non potevi parlare quando qualcuno interveniva. Non come oggi che ognuno fa come gli pare e si è smarrita una grammatica comune. Allora la  cravatta era obbligatoria e i jeans banditi».

 

Nella Prima Repubblica l’etichetta era insuperabile e la giornata aveva il suo metronomo. Come in chiesa. Col tempo divieti e consuetudini sono caduti, anche se al Senato qualcosa si è salvato dal naufragio: «Diciamo che alla Camera hanno vinto i modernisti, al Senato il partito tradizionalista ha fatto quadrato. La cravatta è sempre di rigore e i jeans sono ancora all’indice». Ma la grande deriva va avanti. Inesorabile.

 

Ancora Scotti: «Un giorno accompagnai il presidente della Repubblica Sandro Pertini a Pistoia per l’inaugurazione di un museo. Io ero ministro per i Beni culturali, Pertini era un personaggio elegante e attentissimo all’abbigliamento che per lui era l’espressione della propria moralità. Basti dire che anche in prigione, giovane antifascista, la sera arrotolava con cura i pantaloni sotto il cuscino per non apparire l’indomani trasandato, senza dignità, in balia dei propri persecutori. Dunque, arrivammo a Pistoia e Pertini scopri con raccapriccio che mi era saltato un bottone dell’impermeabile. “Così, mi disse, non ti posso portare alla cerimonia”. Allora convocò il prefetto e gli diede l’ordine: “Faccia chiamare sua moglie e le chieda, per favore, di riattaccare il bottone a Scotti”. Il prefetto eseguì e io potei tagliare il nastro del museo. Eravamo parte di una comunità: gli uomini in aula vestivano di scuro e le donne, le poche che c’erano, portavano tailleur tendenti al nero. Camera e Senato non facevano differenza». Non c’era ancora l’arcobaleno di sfumature che si vede oggi. Il cerimoniale contro l’informalità. Ma, quel che più preoccupa, lo smarrimento di una bussola universale. Ognuno va dove pare e come gli pare.

 

Con effetti, sul piano estetico e più in generale del comportamento, di volta in volta bizzarri, ridicoli, indecifrabili. Raffaele Volpi, il deputato più rifinito della Lega e secondo i maligni l’unico presentabile del Carroccio, oggi alla sua terza legislatura, ha catturato alcuni fotogrammi di questa lunga discesa: «Siamo passati dal doppiopetto firmato Caraceni del Divo Giulio ai sandali del senatore grillino Carlo Martelli. Martelli ha infatti dato nella XVII legislatura una sua personalissima interpretazione del dress code imposto a Palazzo Madama, insomma l’allineamento fra giacca e cravatta, abbigliandosi con giacca, cravattino nero portato sopra una camicia lasciata pendere fuori dai pantaloni spesso multitasca, dai quali spuntavano sandali francescani a piede nudo». Un quadretto irresistibile. Non l’unico nel rompete le righe di questi anni. Volpi va avanti con occhio implacabile: «Nelle aule frequentate da un maestro di stile come il senatore Gianni Agnelli, che sul dettaglio irriverente costruiva una lezione  di fascino, si è visto di tutto. Proprio di tutto. Per esempio, la battaglia del parlamentare leghista Francesco Speroni per dare al cravattino di cuoio texano con borchia la dignita’ di cravatta». Speroni ha fatto storia e ha contribuito a mandare in tilt quel linguaggio comune, sostituito da una babele di riferimenti personalizzati.

 

«Di calzature», insiste feroce Volpi, «si può parlare ricordando il deputato italoamericano Amato Berardi, eletto all’estero, dall’eleganza formale ma statunitense. Berardi trovava nelle scarpe con lacci di vernice nera, modello prima comunione, l’ostentazione della nuova upper  class d’Oltreoceano». Ma nel catalogo degli orrori compilato da Volpi c’è ben altro: «Uno degli episodi che lasciò più sconcertati i parlamentari seduti sugli scranni di Montecitorio fu, nel corso della XVI legislatura, l’apparizione sui banchi del governo del sottosegretario leghista Daniele Molgora, che già aveva destato interesse per l’esibizione di giacche di lana dai complicati disegni di stile lappone. Quella volta Molgora si palesò con un abito estivo verde brillante di chiara fede padana su camicia bianca e cravatta in tono. Una mise che più che a un esponente dell’esecutivo lo faceva apparire simile a un operatore di Borsa di New York, impegnato con la classica giacca di scuderia alle grida di Wall Street». Insomma, siamo arrivati alla rottura dei modelli e alla dispersione dei codici. «Questa legislatura», aggiunge Volpi, si è aperta con il quasi scandalo di Roberto Giachetti che ha presieduto la prima seduta senza cravatta. Ma l’anarchia è venuta avanti a tappe. I primi a superare i bleu, i grigi argentati e i microdisegni furono i dirigenti socialisti alla corte di Bettino Craxi. Con loro furono sdoganate le cravatte celesti che, forse per una certa continuità politica, sono passate, con il semplice cambiamento di larghezza e di nodo, ai berlusconiani che ne fanno ancora oggi con il fazzolettino bianco nel taschino un segno distintivo».

 

Infine, nell’album quasi dadaista e capriccioso, ecco il rosa che mancava, marchio di fabbrica di Gianfranco Fini: «Nei momenti di massimo spolvero,  sotto l’invidiabile abbronzatura e sopra le camicie immacolate», è il saluto malizioso di Volpi, «Fini introdusse  le cravatta rosa che, fra incarnato e fantasia, più che al presidente di Montecitorio rimandavano allo spettatore di una partita di cricket in una colonia inglese dei primi del ’900». Tante teste, infinite soluzioni dagli effetti, talvolta, arlecchineschi. «Un giorno», è il commiato di Scotti, «passeggiavo per il Transatlantico con Nilde Iotti, donna molto rigida. All’improvviso notò che un deputato del suo partito aveva dato una manata, credo amichevole, sulla schiena a un commesso. “Scusi un attimo”, mi sussurro’ dandomi del lei perché allora non c’era familiarità fra un democristiano e un comunista; poi si avvicinò a quel parlamentare e lo apostrofò: “Ricordati che qui tu rappresenti il Paese. Qui non ti è consentito dare del tu al personale e neppure una manata». Oggi il fatto sarebbe irrilevante e rilevarlo provocherebbe un incidente, oggi molti deputati rappresentano a stento se stessi. La coralità dell’aula è andata perduta». Allora buongusto e galateo andavano a braccetto. Oggi che hanno divorziato si sono nascosti da qualche parte. Insieme all’orgoglio: l’appartenenza al Paese e ai suoi ideali è sospesa su qualche nuvola.

 

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