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La Repubblica
dei furbi
Cent’anni dopo Henri-Frédéric Amiel fu un altro intellettuale, un focoso toscano, a mettere alla gogna il dilagare della furbizia come regola di vita (e di potere). Lanciando i suoi strali letterari contro un’Italia diventata ormai un Paese fondato irrimediabilmente sull’eterna lotta tra furbi e fessi. Quel fustigatore era Giuseppe Prezzolini, un «fesso» straordinariamente ribelle
DI Vittorio Feltri

Prezzolini

Tempo medio di lettura: 5' 25''

«I cittadini italiani si dividono in due categorie: i furbi e i fessi». Giuseppe Prezzolini scrisse un piccolo saggio che cominciava così nel 1921 su un Quaderno della Voce. Era un perugino di sangue senese, perciò litigioso e generoso. Letterato, poeta, ideologo, fondatore di giornali, agitatore. Non aveva ancora 40 anni, e aveva vissuto abbastanza per imparare la morale eterna dei suoi connazionali e decidere che l’Italia era condannata a subirla per sempre, non cambiando mai. Il primo capitolo del Codice della vita italiana ospitava questa frase sconsolata: «L’Italia va avanti perché ci sono i fessi. I fessi lavorano, pagano, crepano. Chi fa la figura di mandare avanti l’Italia sono i furbi, che non fanno nulla, spendono e se la godono».

 

Conobbi Prezzolini circa 60 anni dopo, e la pensava allo stesso modo. La frase dà l’impressione che lui stesse dalla parte dei fessi. Invece no. Detestava entrambe le categorie. Infatti riteneva che i furbi fanno schifo, ma i fessi hanno il torto di meritarsi la supremazia dei furbi. Per due ragioni. La prima è la stupidità, che è peggio della cattiveria: non capiscono di essere turlupinati dall’altra categoria e perciò si sottomettono per ignoranza. La seconda è che i fessi sono furbi mancati, come Leporello rispetto a Don Giovanni, stessa pasta, ma in fondo servi nell’intimo, incapaci di ribellarsi, vivono di invidia e ci marciscono per pavidità. Aveva 100 anni quando sosteneva le medesime cose, e per campare scriveva articoli che chiamava «alimentari».

 

Non aveva nessuna intenzione di insegnare nulla, lo riteneva un compito vano: scriveva per non saltare il pasto. Scrisse il Manifesto dei conservatori, ma era conscio fosse fatica sprecata in un Paese dove anche i reazionari per essere à la page dichiarano di essere riformisti. Per coerenza viveva a Lugano, dopo essere stato a lungo in America. Era molto famoso, uno dei massimi intellettuali italiani, non era decaduto né di testa né di animus pugnandi. Poteva sistemarsi altrimenti quanto a reddito e a onori. Invece no, gli toccava sgobbare da vecchione non per sport ma per necessità.

 

 

Perché? Io lo so: era un fesso. Ma non il fesso stupido, era il tipo di fesso in cui io ho messo la mia residua speranza non dico per la resurrezione degli italiani, non esageriamo, ma perché trovi decoroso rigoglio, una piccola fioritura, quel modesto, borghese, ideale di vita onesta ma senza fanfare berlingueriane incarnato dal centenario ribelle di Lugano. Se ne era andato dall’Italia rifiutando di essere risucchiato nel gorgo delle due categorie l’una complementare all’altra. Impossibile. Non è questione di vivere o no in Italia. È un timbro della nostra razza. Così, pur volendosi distinguere dalla massa (riteneva la democrazia un inganno, poiché equiparava il suo voto a quello di un vagabondo ubriacone), e abitando fuori dai patrii confini, fu afferrato dalla sua stessa maledizione. Era, insomma, un fesso. Lo sapeva. Inesorabilmente fesso. Povero ma onesto. Cioè fesso. Ma un fesso diverso, di quelli non affetti dall’«inchinite» ai caporioni. Posso dirlo? A me piacerebbe esistesse il partito dei fessi. Fessi alla Prezzolini però.

 

Fessi ma ribelli. Ingenui e un po’ coglioni, ma con la schiena diritta. Se si è così, in Italia, ma non solo, si finisce triturati e persino sbeffeggiati. Propongo un colpo di reni dei fessi. Qui più che Prezzolini preferisco il Nazareno, che nel Vangelo proponeva una ricetta di emancipazione: essere «candidi come colombi, ma furbi come serpenti». Senza diventarlo. Essere furbi giusto il tempo per fottere i furbi, dire che il re dei furbi è nudo, e svergognarlo. Durerebbe poco il trionfo sui furbi, ma intanto che soddisfazione. Prezzolini direbbe che è impossibile. Mi contraddirebbe, a causa del pessimismo che lo caratterizzava e lo induceva a essere rigorosamente certo della prevalenza presente e futura del cretino.

 

Non lo diceva per superbia o per cinismo, ma per sperimentata consapevolezza dell’umana natura, e dava alla sua prosa un sapore di ironia amara, che è una caratteristica delle persone molto intelligenti, e perciò tormentosamente atee (o tormentosamente religiose). Lui sosterrebbe che l’unica chance è andarsene dall’Italia. Gli risponderei: ah sì, per essere fessi a Lugano… Ecco dunque la lezione da trarre dalla analisi del perugino-americano: imitare la dirittura d’animo, l’intelligenza tagliente di Prezzolini, fondando una terza categoria nemica dei furbi e dei loro utili idioti. Quella dei fessi-in-piedi, non dei fessi proni. Fessi ribelli. Infatti i Prezzolini esistono, anche in Italia, e una loro presenza mordace sfaterebbe la legge crudele per cui i fessi sono stupidi e imbelli e condannati a portarsi sulle spalle i furbi. Trattasi di una sottocategoria di fessi, li chiamo i fessi perbene ma non tonti; i fessi prezzoliniani, i quali hanno capito il gioco dei furbi, e si rifiutano di accettare docilmente lo status quo. Se c’è una possibilità di riscatto per questa nostra terra e di addolcimento dei suoi guai, la vedo qui: sta nella ribellione dei fessi, per una volta emancipati dalla stupidità e dall’invidia. Mi rendo conto. Difetto di logica. 

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