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La responsabilità
di vestire la legge
Libertà e giustizia sono i fondamenti della civiltà. Ecco perché dentro i tribunali si respira il senso del sacro. Ed ecco perché chi ci lavora deve esprimere, anche nell’aspetto, i valori di serietà, rispetto, credibilità
DI Giancarlo Maresca - FOTO DI Fredi Marcarini

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Il sordo senso di insoddisfazione che caratterizza gli ultimi decenni non è un tributo necessario a progresso e modernità. Innanzitutto la modernità non è affatto una cosa moderna, essendo stata un carattere del regno di Amenophis IV, dell’Atene di Pericle e Fidia, della Roma di Augusto, della Firenze medicea, della Vienna di Francesco Giuseppe e Johann Strauss, della Belle Époque, dell’Italia del boom economico e di tanti altri periodi. Anche il progresso ha un curriculum lungo quanto la storia, nel corso della quale ha suscitato più entusiasmi di quanti ne abbia spenti. Bisogna solo sapere che non ha ancora tramutato il piombo in oro e quando lo farà saranno in molti a rimpiangere il piombo. Il progresso è frutto dello spontaneo impulso a rendere qualsiasi cosa possibile, poi accessibile e, infine, facile.

 

In tal modo ogni suo prodotto diventa da utile a necessario, così che dove c’era una domanda sorge un bisogno. Tra prima e dopo la somma non è zero, perché l’umanità si trova comunque in condizione di faticare meno e guadagnare o campare di più. In assenza di simili crescite si deve parlare di novità e non di progresso, differenza che va sempre tenuta presente. Il progresso è un fenomeno quantitativo il cui ruolo è farci vivere sempre più a lungo e più ricchi, ma solo la civiltà, che è un’architettura qualitativa, ci fa vivere meglio. Il rapporto tra civiltà e progresso è simile a quella tra politica e potere. Quando quest’ultimo riduce la prima da gestione a spettacolo, queste differenze e molte altre vengono nascoste affinché quante più cose sembrino la stessa cosa. Non a caso, i Paesi con cattiva politica sono sempre poveri di filosofia e attenzione alla lingua. Progresso e civiltà sono due percorsi naturali all’uomo e come lui contraddittori. Il limite cui tende il progresso è far diventare qualcuno onnipotente ed eterno, quello della civiltà assicurare a tutti una situazione in cui sia possibile essere felici. Il progresso resta tale anche nelle mani di pochi, la civiltà non può essere che collettiva.

 

 

Dalla toga candida dei senatori romani alla barba sfatta di Antonio Di Pietro: la liturgia del tribunale, compito etico per eccellenza, richiederebbe ai suoi «sacerdoti» un dovere estetico. Abbiamo indagato con magistrati e avvocati quanto l’eleganza sia segno di ordine morale. In questa gallery l’avvocato penalista Nicola Quaranta di Bari, l’avvocato penalista tributario Federico Papa di Milano, l’avvocato penalista Andrea Schietti di Milano. Pic by @fredimarcarini . . . #Arbiter #Arbitermagazine #eleganza #elegance #menswear #style #bespoke #gentleman #elegance #styleman #fashion #manstyle #menswear #manswaerdaily #Tailoring #gentleman #tailored #sumisura #fattisumisura #sartorial #sartorialist #law #court #avvocati

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È indispensabile che ognuno vi partecipi depositando quotidianamente spiccioli di libertà su un conto su cui, al momento giusto, troverà un capitale immenso. La vera tassa con cui sosteniamo la civiltà è qualche rinuncia a fare come ci pare per farlo in modo sostenibile, in uno scambio che alla lunga paga a usura. Purtroppo rinuncia è una parola che oggi non si può pronunciare, quindi dobbiamo tenerci stretta la civiltà ereditata perché per qualche tempo non ne avremo di più, mentre possiamo sprecarne tanta. Per evitare che ci venga tolta senza nemmeno accorgercene bisogna conoscerne i fondamenti, che in questa sede possiamo ridurre a libertà e giustizia. La libertà che conta è quella di vivere e morire secondo i propri principi, agendo ed esprimendosi in ogni forma che non sia lesiva di salute, proprietà e dignità altrui.

 

 

Dalla toga candida dei senatori romani alla barba sfatta di Antonio Di Pietro: la liturgia del tribunale, compito etico per eccellenza, richiederebbe ai suoi «sacerdoti» un dovere estetico. Abbiamo indagato con magistrati e avvocati quanto l’eleganza sia segno di ordine morale. In questa gallery l’avvocato d’affari Mario Colasurdo di Milano professa lo stile britannico: scarpe @edwardgreen1890 e abiti blu dello scomparso sarto Gianni Campagna. Eugenio Fusco, procuratore aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Milano, predilige l’eleganza formale e i completi sartoriali che si fa confezionare a Chieti, sua città di origine, presso la sartoria del maestro abruzzese Pio Marinucci. L’avvocato penalista Fabrizio Siggìa di Roma. Abiti della sartoria Sarrocco, cravatte @Hermes oppure confezionate su misura da una sartoria di Trastevere. Camicie su misura, rigorosamente bianche, e francesine nere realizzate dal calzaturificio Brugnoli. Pic by @fredimarcarini . . . #Arbiter #Arbitermagazine #eleganza #elegance #menswear #style #bespoke #gentleman #elegance #styleman #fashion #manstyle #menswear #manswaerdaily #Tailoring #gentleman #tailored #sumisura #fattisumisura #sartorial #sartorialist #law #court #avvocati #craftmanship

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Quanto alla giustizia, la sua essenza fu così descritta nel III secolo: «Iustitia est constans et perpetua voluntas ius suum cuique tribuendi. Iuris praecepta sunt haec: honeste vivere, alterum non laedere, suum cuique tribuere». La giustizia consiste nella costante e perpetua volontà di riconoscere a ciascuno i propri diritti. Le regole del diritto sono queste: vivere onestamente, non recare danno ad altri, attribuire a ciascuno il suo. Nella prima parte del suo splendido brocardo il saggio Ulpiano definisce la giustizia, nella seconda riassume i principi del diritto. Entrambe ci riguardano come portatori di doveri, non solo di diritti, perché onestà ed equità si devono esigere da se stessi, prima che dallo Stato. Resta il fatto che una macchina giudiziaria è indispensabile, perché per un processo equo non sono sufficienti le buone leggi, devono sussistere terzietà e inamovibilità degli organi giudicanti, una garanzia di stabilità delle procedure e accesso al patrocinio. 

 

Per trattare materie delicate come i diritti personali, o la stessa vita, occorrono un rigido protocollo e la credibilità di chi vi prende parte. Chi lavora alla giustizia ne è in qualche modo sacerdote, sia in quanto partecipe di un rito sia perché condivide una conoscenza che per la generalità delle persone resta misteriosa. «Iura novit curia», è la magistratura a conoscere la legge e decidere quale applicare, recita un altro famoso brocardo. Tra formule e paramenti, il senso del sacro è di casa in un tribunale quanto in un tempio. La sostanziale differenza sta nel fatto che la mentalità giuridica è del tutto laica, quindi immanente e non trascendente. Il crocifisso in aula non ha nulla di confessionale, vuole solo simboleggiare l’altezza alla quale gli operatori si sono impegnati ad agire col proprio giuramento. Sì, perché a differenza di altri rappresentanti per i quali è perfettamente legale e morale fregarsene dei rappresentati, come per esempio i deputati, magistrati e avvocati pronunciano un solenne giuramento di fedeltà.

 

 

Dalla toga candida dei senatori romani alla barba sfatta di Antonio Di Pietro: la liturgia del tribunale, compito etico per eccellenza, richiederebbe ai suoi «sacerdoti» un dovere estetico. Abbiamo indagato con magistrati e avvocati quanto l’eleganza sia segno di ordine morale. In questa gallery l’avvocato penalista Domenico Aiello di Milano, Luca Poniz, sostituto procuratore presso il Tribunale di Milano ed ex vicepresidente dell’Associazione nazionale magistrati e l’avvocato Federico Cecconi di Milano, specializzato in diritto penale societario. Pic by @fredimarcarini . . . #Arbiter #Arbitermagazine #eleganza #elegance #menswear #style #bespoke #gentleman #elegance #styleman #fashion #manstyle #menswear #manswaerdaily #Tailoring #gentleman #tailored #sumisura #fattisumisura #sartorial #sartorialist #law #court #avvocati

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Se ho costretto il lettore a un itinerario tortuoso era per dimostrare come e quanto la partecipazione all’applicazione della legge sia un ministero, più che un mestiere. Chi lo vive come tale non ne trascura alcun aspetto, incluso quello estetico. Vestire con rigore è il modo con cui chi abbia scelto di tutelare gli interessi di un cliente o dello Stato rappresenta la propria correttezza nel farsene carico. Non è vanità quanto serietà e rispetto, che sono nutrimento della fiducia e quindi della civiltà. In napoletano aulico l’avvocato di terza classe viene definito «paglietta», con riferimento al cappello da passeggio tanto amato a Napoli quanto irriverente in tribunale. Il termine dimostra come, nell’immaginario comune, professionalità carente e atteggiamento inadeguato siano indissolubilmente legati. Ho vissuto tra aule e cancellerie per una ventina di anni, durante i quali l’inesorabile disgregarsi dell’antica banchisa di attenzione faceva emergere iceberg che nel mare della sciatteria si notavano da lontano. Ricordo tra questi l’avvocato Eugenio Cricri, ancora attivo. Presiedeva la commissione che mi ammise all’esercizio della professione forense, ma ancor più lo ricordo per sobrietà e costanza dello stile.

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