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Il nome
del Martini
Umberto Eco fu l’Athanasius Kircher di questo cocktail e dei suoi derivati, colui che ha fatto del bere un esercizio intellettuale. Scopriamo la sua personale ricetta
DI Roberto Pignoni

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Il semiologo era un appassionato di Martini, ma anticonformista. Amava berlo in un tumbler basso di cristallo, contenente grossi cubi di ghiaccio, che col passare del tempo rendevano il Gin meno aggressivo, a vantaggio della sua lucidità.

 
 
 
 
 
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«Il nepente, segno di civiltà». Così Umberto Eco definì il Martini cocktail, perché nella mitologia il nepente era un farmaco che leniva il dolore. Lo aveva bevuto in ogni parte del mondo, dalla Bologna universitaria, città dove insegnava, alle rive del Niger, dall’Harry’s a Le Cirque. Il professore, lo scrittore, il bibliofilo era assetato di tutto: dai fumetti a James Bond, fino ai codici medievali, e scriveva di qualunque cosa, ovviamente anche del cocktail Martini. Il suo amore nasce negli anni da studente quando spiega che il Gin lo si può produrre tranquillamente in casa propria: basta una vasca da bagno, minimo 20 litri di alcol (o Vodka), cui si aggiungono bacche di ginepro, semi di anice stellato, angelica, sedano, bucce di arancia, mandorle, cannella. Si lascia il tutto in infusione per qualche giorno mescolando e assaggiando di tanto in tanto, poi lo si filtra, travasando il liquido, dalla vasca alle bottiglie. Fortunatamente il Gin non necessita di invecchiamento, quindi, ghiacciato lo si può bere il giorno stesso! Così immaginava la produzione di Gin e l’apertura con i suoi amici universitari di un bar a Bologna, dedicato al Martini. Erano lui e Roberto Leydi, quando trentenni scrissero Shaker, il libro dei cocktail, pubblicato da Pizzi Editore (oggi irreperibile). Umberto Eco filosofo, scrittore, jazzista e cultore dei piaceri maschili fu definito l’Athanasius Kircher del Martini cocktail e dei suoi derivati: colui che ha fatto del bere un esercizio intellettuale. 

 

 

Ovviamente troviamo uno dei suoi tanti esercizi intellettuali nella prefazione del libro di Lowell Edmunds Ed è subito Martini, versione tradotta dell’originale Martini, Straight Up. Qui, proprio qui, detta le sue regole. Quando entra in un american bar, non pretende che il barman sappia chi è o che cosa faccia, ma che si ricordi che cosa beve, perché un gentiluomo non dovrebbe né chiedere né insegnare. Come tutti i martiniani amava essere coccolato dal bartender: i bar nel mondo sono le nostre cucce, il rifugio segreto dove riposare lo spirito, incontrare amici, avviare audaci incontri. Umberto Eco beveva Gin Martini on the rocks in proporzioni 16:1.

 

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La copertina del libro «Ed è subito Martini», versione tradotta con prefazione di Umberto Eco nel 2014 dell’originale «Martini, Straight Up» di Lowell Edmunds.

E qui inizia il mistero anticonformista del suo Martini: il bicchiere è un tumbler basso di cristallo, contiene grossi cubi di ghiaccio cristallino e trasparente, in questo ampio contenitore viene versato il cocktail Martini. Il professore diceva: «Non voglio discutere sulle mie preferenze, a me piace così», perché non c’è un Martini assoluto, perché in una sera ne voleva bere almeno quattro, durante le lunghe ore che trascorreva fino a tirar mattina con studenti e colleghi, perché così lentamente il ghiaccio annacquava il Gin rendendolo meno aggressivo. «Sono esigente, intenditore, vizioso e come tutti i martiniani voglio essere accontentato», ripeteva. E Mauro Lotti, uno degli ultimi bartender nostrani, ce lo ha spiegato molto bene una sera da Fourghetti a Bologna, affermando che il modo di bere Martini con il ghiaccio è tipico degli intellettuali, che amano parlare molto durante la serata, rimanendo il più a lungo possibile lucidi. Umberto Eco di Martini riuscì anche a scriverne nella sua settimanale rubrica sull’Espresso «La bustina di minerva», affermando: «Gli americani bevono tre Martini a colazione, io li batto di gran lunga, ma con il Gin Martini alla mia maniera, e di Bond? Come mai un intenditore vuole il Martini shakerato e non mixed? C’è chi sostiene che se il Martini viene shakerato si introduce più aria nella mistura (si chiama “bruising the drink”) migliorandone il sapore ma alleggerendo la gradazione. Personalmente non ritengo che un gentiluomo come Bond beva Martini shakerato. Non credo neppure che questa definizione appaia nei testi originali dei romanzi di Fleming, così come in Conan Doyle non appare mai la frase: “Elementare caro Watson”. Per non parlare poi del discusso Vodka Martini…».

 

Con buona pace di lady Vesper Lynd. Professore scorbutico e incontentabile: «Pochi i luoghi dove bere sicuri: due o tre bar a Bologna, due a Milano, ma nessuno a Parigi, per la semplice ragione che in Francia non sanno fare il Martini, neppure se glielo spieghi direttamente al banco. So di andare sul sicuro al Peninsula di Hong Kong, all’Otani di Tokyo o al Raffles di Singapore, ma non si creda che negli Stati Uniti lo sappiano fare ovunque». Infatti, il barman Mauro Lotti lo ha seguito più volte in giro per il mondo durante le presentazioni dei suoi libri o per dei congressi, e trascorreva tutta la notte a fare il Martini di Umberto Eco.

 
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