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La sfida di misurare
il tempo alle Olimpiadi
Cosa significa vincere o perdere una medaglia per un centesimo di secondo? Mentre per gli atleti azzurri inizia l’avventura olimpica di Pyeongchang, l’abbiamo chiesto a chi ha fatto della misura del tempo una professione
DI Ettore Pettinaroli
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Sofia Goggia, una delle stelle dello sci alpino italiano.

Tempo medio di lettura: 7' 25''

Amore e odio, non trovo altro modo di definirlo». Il rapporto tra Cristian Zorzi e il cronometro è sempre stato tormentato. E dire che al forte fondista della Val di Fiemme, capace di mettersi al collo una medaglia d’oro olimpica a Torino 2006, oltre a un argento e a un bronzo a Salt Lake City nel 2002, l’esperienza non manca. Ogni atleta convive quotidianamente con il responso delle lancette. Spesso con soddisfazione, ma non sempre.

 

«Succede quando mi sembra di essere andato forte e invece il cronometro mi smentisce beffardamente. Il brutto è che lui non sbaglia mai, non conta balle. Quindi il problema sono io e non sempre mi piace riconoscerlo», spiega Zorzi. Poco importa se negli sport invernali l’influenza del meteo, del tipo di percorso e dei materiali è spesso rilevantissima. La classifica la scrivono i tempi, senza se e senza ma. Ovvero ancora lui, il cronometro. E così sarà anche nelle prossime settimane a Pyeongchang, la località della Corea del Sud che ospiterà i XXIII Giochi olimpici invernali dove l’assegnazione delle medaglie, ovvero l’ingresso nell’Olimpo dei grandi campioni, sarà non di rado decisa da frazioni di secondo. Decimi, a volte soltanto centesimi. Pesantissimi, però.

 

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Strumenti di cronometraggio del 1980.

Una responsabilità, quella di congelarli in maniera perfetta, che dal 1936 si assume Omega, da 82 anni timekeeper ufficiale delle Olimpiadi invernali: evento che è uno stimolo forte e continuo all’innovazione tecnologica più estrema, in funzione della precisione dei rilevamenti, ovvio, ma anche della spettacolarità mediatica. Nella corsa all’oro olimpico il cronometro è però protagonista anche quando non si vede. Ovvero molto prima della gara. Per esempio quando si effettuano i test di scorrevolezza degli sci (da fondo o da discesa), con le fotocellule sistemate dai tecnici in modo strategico, o si cercano le posizioni aerodinamiche più redditizie. Prove scientifiche in cui il fattore umano ha un ruolo marginale. Oppure quando si valutano i tempi di spinta degli slittinisti o degli equipaggi del bob: un momento questo spesso decisivo, perché anche solo cinque centesimi di secondo di troppo possono compromettere l’intera discesa.

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Una delle telecamere per il fotofinish utilizzate da Omega. La camera Scan’O’Vision Myria cattura 10mila immagini digitali al secondo.

 

La misurazione del tempo permette (o impone) quindi di intervenire sui dettagli tecnici che, se perfezionati a dovere, possono far scalare molte posizioni in classifica. Il crono svolge un ruolo di primo piano anche nella fase di preparazione atletica prima della gara, con test e ripetute che consentono tra l’altro all’atleta di migliorare il proprio ritmo e di conseguire una miglior consapevolezza del proprio stato di forma e delle sensazioni che si provano a ogni determinata velocità. L’equazione, in questo caso, è relativamente semplice: «Se faccio questa fatica o se raggiungo questo numero di battiti significa che sto andando a questa velocità», spiega Zorzi. Non è un caso che i fondisti effettuino spesso le ripetute basandosi sul tempo, verificando poi la distanza coperta  in un determinato numero di minuti (e non il contrario, come accade in molti altri sport). La corretta gestione del ritmo è di grande aiuto in numerose specialità, sia di durata che esplosive: nelle prove a cronometro distance o nelle qualificazioni delle gare sprint dello sci di fondo, nella prova di cross country della combinata nordica e soprattutto in tutte le prove del pattinaggio di velocità, dai 500 ai 10mila metri. Confessiamolo.

 

La maggior parte di noi guarda le gare di pattinaggio solo in occasione dei Giochi olimpici e non ricorda esattamente come si svolgono. Eppure è un gioco semplicissimo. I pattinatori si schierano al via a due a due e il tempo conseguito nella propria manche conta per la classifica finale. Non ci sono dunque fasi eliminatorie progressive. L’anello, anzi l’ovale come viene chiamato abitualmente nello skating, misura 400 metri e vi sono tracciate due corsie larghe 4 metri ciascuna. Di fatto ogni atleta è solo con se stesso, proteso alla ricerca del miglior tempo. In questo caso il segreto per una performance eccellente è raggiungere il più presto possibile una elevata velocità di crociera e poi mantenere un passo costante.

 

 

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Il traguardo del pattinaggio: la fotocellula di Omega è posizionata a due cm sulla superficie del ghiaccio e assicura il blocco del tempo appena il pattino del vincitore supera la linea.

 

 

Uno a cui questo esercizio riesce molto bene è Nicola Tumolero, fresco vincitore a inizio 2018 del titolo europeo sui 5mila metri e con concrete speranze di salire sul podio a Pyeongchang. «Il ritmo ormai ce l’abbiamo nel sangue. In allenamento effettuiamo migliaia di giri su ovali sempre della medesima lunghezza. Alla fine di ogni tornata tutti noi pattinatori sappiamo con precisione quasi assoluta quanto abbiamo impiegato al punto che con i compagni mi diverto a scommettere sui centesimi, perché sui secondi ci è davvero difficile sbagliare», racconta il ventitreenne campione proveniente dall’Altopiano di Asiago: «Succede sempre, sia quando facciamo ripetute su lunghe distanze o più brevi ma con intervalli ridotti tra l’una e l’altra». Il tempo, quasi al centesimo, è nella testa, così come la regolarità. In occasione della vittoria agli Europei, Tumolero ha pattinato per poco più di sei minuti, girando sempre tra i 29”4 e i 30”1.

 

 

 

Un metronomo, insomma. Tumolero è un ragazzo metodico e ama scaricare sul pc i tempi registrati in allenamento o in gara: «Segno le medie, ma anche i giri più veloci e quelli chiusi con i tempi più alti. Così, anche valutando le possibili diverse condizioni di scorrevolezza del ghiaccio, posso fare utili raffronti da un anno all’altro o da un periodo all’altro della stessa stagione. A seconda del responso, i riscontri del cronometro mi accompagnano, mi spronano o mi danno fiducia». Già, perché tecnica e potenza si costruiscono, ma al momento dello start l’ansia è sempre ai massimi livelli e si può ridurre solo con la consapevolezza di quanto di buono è stato fatto in allenamento. Mettere nelle gambe un ritmo elevato consente di affrontare la gara con qualche pensiero in meno. «Al via non penso mai a tabelle o centesimi di secondo, ma vado a sensazioni cercando la costanza sui ritmi che so di valere», dice ancora Tumolero. 

 

 

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