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La vita
è un gioco 
La tv e la tecnologia hanno ucciso l’infanzia. L’attività ludica è invece un valore da riscoprire perché insegna ai bambini a risolvere i problemi e a interagire con gli altri
DI Sara De Carli

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Tempo medio di lettura: 5' 50''

Era il 1982, l’anno in cui uscì il Commodore 64. Dagli States arrivarono i My Little Pony e dal Giappone il Nintendo, benché il videogioco leader di mercato fosse ancora la console Atari. Paolo Bonolis esordiva sulla neonata Italia 1, con Bim Bum Bam. Un’era geologica fa. Ma il sociologo americano Neil Postman proprio in quell’anno profetizzò che la tv e la tecnologia, ammaliandoci con la loro veste ludica, avrebbero presto ucciso l’infanzia. La tesi del suo saggio è più articolata di quanto si possa a prima vista pensare: secondo Postman il tipo di intrattenimento che la tecnologia offre è uno svago proprio dell’adulto, non del bambino, che da sempre al contrario gioca muovendosi, in gruppo, lavorando di fantasia e di immaginazione. La condivisione massiccia della tecnologia fra adulti e bambini avrebbe invece cancellato l’infanzia come momento specifico della vita, eliminando il diritto dei bambini a poter giocare da bambini, comportarsi da bambini, essere bambini. Una profezia esagerata? Se ci guardiamo attorno, è quello che è accaduto:

 

 

«Oggi il bambino “perfetto” è quello con in mano un tablet: piccoli e adulti lì condividono la stessa esperienza, parlano finalmente la stessa lingua, tant’è che qualcuno dice con orgoglio: “Mio figlio è avanti!”. Questo in realtà significa misconoscere la specificità del cervello infantile, una specificità continuamente confermata dalle neuroscienze: ovviamente questo causerà presto dei problemi. Intanto un prezzo i bambini l’hanno già pagato: l’eclissi della loro competenza ludica e della capacità fantastica». A parlare così è Daniele Novara, pedagogista, fondatore del Centro psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti, che sta facendo molto discutere con il suo recente Non è colpa dei bambini (Bur Rizzoli), un libro-denuncia sul dilagare delle diagnosi che etichettano i bambini come affetti da disturbi quando forse, almeno in alcuni casi, stanno soltanto facendo i bambini. 

 

La cartina di tornasole della tesi di Postman è proprio il gioco, che per un bambino non è una parentesi di relax nelle attività quotidiane ma è il «tutto»: il regno della scoperta, della fantasia, del fare le cose per il gusto di farle… Tutto ciò plasma la capacità di apprendimento che ci accompagnerà per tutta la vita. «Il gioco tradizionale ha una funzione profondamente evolutiva, sta sempre dentro una dimensione mitico-simbolica», spiega ancora Novara. Le sue riletture sono sorprendenti: «L’altalena è sfidare il cielo, le biglie sono il far girare il mondo, giocare a nascondino significa scomparire e ricomparire.

 

Non solo, il nascondino consente di elaborare l’angoscia di stare soli e al buio, costruisce l’autostima perché fa fare l’esperienza di qualcuno che mi viene a cercare…». Allo stesso modo rincorrersi non è allenare le gambe, perché il gioco è altro da un esercizio e da una partita: «Quando due bambini giocano a prendersi o a “ce l’hai” stanno integrando aspetti psicologici straordinari, è il desiderio di incontrarsi che si misura con il desiderio di sottrarsi all’altro». Negli ultimi 30 anni invece i giochi tradizionali sono scomparsi, si è ridotto l’amico immaginario e il gruppo spontaneo di bambini praticamente non esiste più. Con quali conseguenze? Un primo tema è legato al movimento: «Fare la capriola ormai è un problema, alle medie due ragazzi su tre non sono in grado di eseguirla e chi non si è mai arrampicato su un albero manca di senso dell’equilibrio.

 

Un tempo tutto ciò lo faceva il gioco, ora ci siamo inventati la psicomotricità», afferma Novara. I nostri ragazzi, in altre parole, sono avviati fin da piccolissimi agli sport più vari, ma non hanno più spazi di gioco libero di movimento: così arrivano all’adolescenza con una buona competenza tecnica nel loro sport preferito, padroneggiando alla perfezione i gesti tecnici, ma non hanno forza e non hanno armonia. L’altro tema è legato alle competenze sociali: «Il gruppo spontaneo, di strada o di cortile, era la struttura sociale primaria della vita infantile. Il gruppo spontaneo è terapeutico: sviluppa l’autostima, la resilienza, la creatività, la capacità di cavarsela, ma allo stesso tempo il gruppo tiene dentro tutti, bambini di età diverse e bambini con difficoltà. Vivendo il gruppo spontaneo si impara moltissimo, ci si costruisce come persone. Oggi invece i bambini giocano in gruppo solo nei villaggi turistici, ma quelli sono gruppi eterodiretti o in gruppi selezionati dai genitori, con bambini con la caratteristica di essere tutti simili fra loro. Il resto sono giochi individuali». Insomma, le soft skills (cooperare, gestire lo stress, riconoscere un conflitto, saper chiedere aiuto, pensare out of the box, gestire l’ambiguità, argomentare… tutte quelle competenze che saranno sempre più strategiche nella società complessa in cui ci troviamo, anche a livello di curriculum) senza gruppo spontaneo infantile ce le stiamo giocando.

Andrea Ligabue di professione è un ludologo. Di aziende che fanno recruitment facendo giocare i candidati ne ha già viste parecchie. «Gli Hr manager cercano sempre più buone competenze, non buone attestazioni. Il gioco è un ottimo strumento per vedere come una persona reagisce a un imprevisto, che soluzioni adotta, se è in grado di uscire dagli schemi. Platone diceva che si scopre di più di una persona in un’ora di gioco che in un anno di dialoghi», afferma. Di gioco Ligabue se ne intende, in tutte le sue forme:

 
 
 
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