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Figli
di puritana
Lo chiamano scandalo, ma in realtà è un film già visto. Dall’orco Weinstein all’outing di Kevin Spacey, ora sul grande schermo va in scena la condanna...
DI Roberto Pignoni

apertura

Da sinistra, Angelina Jolie e Rose McGowan. «Ho avuto una brutta esperienza con Harvey Weinstein in gioventù», ha dichiarato la Jolie. «Come risultato, ho scelto di non lavorare più con lui, mettendo in guardia le altre quando lo facevano». Gwyneth Paltrow e Asia Argento, altre due accusatrici di Weinstein. «Ero una ragazzina, avevo firmato, ero pietrificata», ha rivelato la Paltrow. Lei rifiutò le avances e si confidò con Brad Pitt, che all’epoca era il suo fidanzato. Pitt affrontò Weinstein e, poco dopo, il produttore le intimò di non parlare con nessun altro di quello che era successo. «Pensavo che mi avrebbe licenziata», ha detto.

 
 
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Il gioco di questo momento è quello di continuare a mettere la M… armellata nel ventilatore per vedere che schizzi che fa. Qualcuno lo trova divertente, un po’ come scriveva De André: «Si sa che la gente dà buoni consigli sentendosi come Gesù nel Tempio, si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare cattivo esempio». Ognuno oggi nasconde la mano, diniega una risposta, gioca al perbenismo in casa, ma il suo sogno erotico rimane quello di accarezzare il lato B della segretaria di turno. La prima edizione di Hollywood Babilonia è del 1959, scritto e riccamente illustrato da Kenneth Anger, il suo seguito, il volume 2, è del 1984. Entrambi trattano eloquentemente «il viale del trapasso», una Hollywood che dal suo nascere ha sempre prodotto il sogno degli spettatori, quello che avrebbero voluto essere, quello che non avrebbero potuto mai fare. «Dreams, dreams, show me my dreams», gridavano le folle maschili e femminili di fronte alla scandalo. «Hai una pistola in tasca, o sei solo contento di vedermi?», domandava Mae West nel film Sextette (del 1978), e tutti a ridere, tutti ad appropriarsi di questa battuta. Tanto era solo finzione, era solo cinema, forse. L’omosessualità era contenuta (mascherata da qualche matrimonio riparatore), ma non troppo se pensiamo al film Well, nobody’s perfect, storpiato dalla distribuzione italiana in A qualcuno piace caldo, quando nel finale Daphne (Jack Lemmon) rivolgendosi a Osgood (Joe E. Brown), recita:

 

libri

Uscito in Francia nel 1959, «Hollywood Babilonia» è un libro di Kenneth Anger che mise a nudo scandali, intrighi e debolezze umane del mondo hollywoodiano (il sequel è del 1984). Sullo stesso tema è stato anche «Le Masochisme au Cinema» di Jean Streff, del 1979.

 

Daphne: «Osgood, voglio essere leale con te: non possiamo sposarci affatto».

Osgood: «Perché no?».

Daphne: «Beh… in primo luogo io non sono una bionda naturale…».

Osgood: «Non m’importa».

Daphne: «… e fumo, fumo come un turco…».

Osgood: «Non m’interessa».

Daphne: «Ho un passato burrascoso: per più di tre anni ho vissuto con un sassofonista. «Osgood: Ti perdono».

Daphne: «Non potrò mai avere bambini…».

Osgood: «Ne adotteremo un po’».

Daphne: «Ma non capisci proprio niente, Osgood! Sono un uomo!».

Osgood: «Beh, nessuno è perfetto».

 

Dunque Hollywood ha sempre perdonato tutto facendo sognare tutti. L’uomo era macho, anche se a volte no, la donna era l’oggetto del desiderio ubbidiente, devota, appagatrice, e fuoco nel focolare. I giochi sadomaso erano concessi abbondantemente e per quanto riguarda la pedofilia, beh solo qualcuno continua a criminalizzare Polansky, vogliamo parlare di Nabokov e di Lolita, delle spose amanti di Chaplin (lui Charlie che a 35 anni, in Messico, sposò di corsa una tale Lita o Lillita McMurray già gravida, di appena 16 anni), di Thomas Mann, del suo professor Gustav von Aschenbach e del giovane Tadzio? Hollywood depravata? Cinecittà non è mai stata priva di pruriginose storie in anni dove il cattocomunismo censurava allora più di oggi. Cinema sì, ma anche teatro e televisione, ovviamente.

 

I corpi di ballo di Macario? «E che corpi», sottolineerebbe Totò, che buongustaio era e lo dimostrava continuamente; poi i giovani attori diventati subito grandi sotto le mani del grande regista Luchino Visconti: da Alain Delon a Helmut Berger… I giovani di Visconti e i giovanissimi di Pasolini, le «gradisca» di Fellini, le ninfe di Non è la Rai con Ambra Angiolini, quella con il gonnellino scozzese tanto, ma tanto corto, che come una perfetta naughty girl scorrazzava, sotto e sopra la regia di Gianni Boncompagni, non ancora donna e non più bambina. Si proprio «zio Gianni» che a 47 anni si fidanzò con Isabella Ferrari che ne aveva 15 (era il 1980 e la giovane Fogliazza, questo il suo cognome vero, aveva appena vinto il concorso Miss Teenager). La storia insegna che se vuoi vedere il cammello, qualcosa lo devi pur mostrare, e sante sono le parole di quell’oggetto del desiderio, perfino presidenziale, come Marilyn Monroe che disse: «Se avessi rispettato tutte le regole non sarei arrivata da nessuna parte». Se lo dice lei, c’è da crederci. 

 

Dunque, per quanti giorni ancora dovremo subire, la M… armellata mediatica (con poche se non uniche voci fuori dal coro, prima fra tutte Selvaggia Lucarelli) contro Weinstein, Kevin Spacey e qualche altro per ora ancora anonimo regista italiano? Basta aspettare. La domanda è: sono colpevoli? Sì, ma detto una volta non può bastare? O, come scrive Mattia Feltri, dopo la revoca del premio Emmy a Kevin Spacey dovremo revocare anche i tre premi Oscar a Clark Gable, che stuprò Loretta Young? Distruggere i quadri di Salvador Dalí, che seduceva i ragazzini? Bruciare i dipinti di Balthus che adorava le ragazzine e lo stesso valga per ballerine bambine di Degas? Revocare il premio Nobel a Ernest Hemingway che cacciava specie protette, beveva e dopo pestava le mogli? Cambiare il titolo a Cuore perché Edmondo De Amicis picchiava regolarmente sua moglie? E Kafka che si masturbava guardando i neonati? Fare scritte oscene sulla Domus Aurea perché Nerone sposò un ragazzo dopo averlo fatto castrare?

 

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L’attore Kevin Spacey, pure lui finito nel gorgo dello scandalo per presunte molestie sessuali a ragazzi.

 

Oppure gridare allo scandalo perché i registi di film porno non hanno mai chiesto sesso in cambio di lavoro, ma hanno sempre pagato regolarmente i propri attori? Harvey Weinstein non è un orco solitario, ma la caccia all’orco è aperta, soprattutto quando la morte dell’orco o la sua fine determina la vittoria dei suoi competitor, che per 30 denari si compreranno la sua posizione e i suoi beni, e la moglie che dopo dieci anni di matrimonio (ignara di tutto?) confessa: «Ho il cuore a pezzi, ho deciso di lasciare mio marito», dopo debito accordo economico. Harvey Weinstein non è un orco solitario, e la caccia è solo apparentemente antitetica a certi meccanismi di potere, come risponde l’attrice porno Valentina Nappi in un’intervista:

 
 
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