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Lo spettacolo
del potere
Mentre il Louvre porta in mostra le rappresentazioni dei «potenti» di tutti i tempi, dai re Assiri a Macron (ed esaltando la grandeur francese), l’Italia si accontenta di una politica ridotta a macchietta popolare
DI Fabiana Giacomotti

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Tempo medio di lettura: 5' 50''

Provate a immaginare se un museo italiano esponesse per un anno intero le proprie collezioni d’arte propagandistica di ogni tempo, dalle statuine assiro-babilonesi fino all’arte orafa rinascimentale con i dodici Cesari in pietre preziose e argento. Riservando poi l’ultima sala a un montaggio sullo stile dei propri capi di Stato negli ultimi due secoli, cassando tutti i derelitti (ghigliottinati, sfiduciati, estromessi, cornuti) e infilandoci invece quelli di successo, senza alcuna distinzione fra i re per diritto divino e i presidenti eletti democraticamente e inneggiando al potente del momento. Che cosa accadrebbe a una mostra come questa in Italia? Che quei pochi giornali ancora forti e indipendenti la coprirebbero di contumelie. O di ridicolo. O di entrambi. Pur rispettando il presidente Mattarella, la sua storia e il suo impegno civile e politico, verremmo colti da fou rire vedendolo ritratto a grandezza naturale in un’esposizione, illuminato su uno schermo a led mentre un sistema elettronico ne evidenzia progressivamente la spilletta della Repubblica, la fascia tricolore, il taglio di capelli, in loop con Vittorio Emanuele II a cavallo, Alcide De Gasperi e Sandro Pertini con pipa scontornata e aria sorniona.

 

Invece, questo è proprio quel che accade alla Galérie Richelieu del Musée du Louvre in occasione della mostra Le théâtre du pouvoir: quanto di meglio possa distillare la grandeur francese, in una lezione aperta e sfacciata per tutti. Ogni giorno, la esplorano centinaia di visitatori, perlopiù maschi dall’aria di manager, con un taccuino aperto e la macchina fotografica del cellulare sguainata. Percorrono le sei sale, si soffermano sulla statuaria in argento, glissano su un grottesco Enrico IV in barbetta a punta tardo-cinquecentesca ed erculea nudità. Ovunque si scorgono accenni alle Vite di Svetonio. Dal re «costruttore» dell’antichità, intermediario fra l’Olimpo e la massa umana, fino a tutto il XVIII secolo, a cui spetta mantenere la pace e ampliare i confini e, con loro, la prosperità. Si viene intrattenuti a lungo sulla forma e la teoria del ritratto «in forma deorum» della tradizione classica, si viene invitati a riflettere sul valore storico e simbolico dei regalia, le insegne del potere monarchico e, forse inevitabile, si arriva alla rappresentazione pittorica di precisione fotografica del potere, cioè a Jacques-Louis David, interprete dell’impero napoleonico.

 

Quando ci si inoltra nell’ultima sala, si è dunque e ipoteticamente pronti a qualunque chiusura di stampo trionfalistico sulla contemporaneità. Non ci si aspetterebbe, però, di trovarsi di fronte a un montaggio fotografico su schermo luminoso in cui trovano posto solo i re e i presidenti della Repubblica per così dire «di successo» (Luigi XIV con i suoi tacchi alti rossi e le calze di seta, Napoleone I, Charles De Gaulle con il frac, Valéry Giscard d’Estaing con il volto dai tratti racé, François Mitterrand, Jacques Chirac), mentre non vi è traccia di Luigi XV «le bien aimé», sostenitore dell’Indipendenza delle colonie inglesi (forse perché morto di vaiolo), di Luigi XVI, ghigliottinato, ma soprattutto non si dà conto delle ultime due presidenze, quella di Nicolas Sarkozy e quella, pur opaca, di François Hollande.

 

Da Chirac si passa direttamente a Emmanuel Macron, del quale si decrittano invece con diletto posture (spalle indietro, testa alta, mezzo sorriso fisso), «symboles» (la spilletta della Repubblica all’occhiello, l’ultimo dei regalia) et «décor» (bandiera della Francia a sinistra, dell’Europa a destra, un giardino alle spalle). Ci sono momenti in cui si capisce perché certe nazioni abbiano un’immagine migliore rispetto ad altre, e perché quella della Francia che tutto ammanta, da Versailles al camembert, risulti infinitamente superiore alla nostra. Questa mostra ce lo svela.

 

È la sfacciataggine. Il «ti esagera» («tu esagera», in milanese) che mamma Rosa Berlusconi consigliava al figlio Silvio. Volare alti sopra gli squilli di tromba, fregarsene delle incongruenze e dei paragoni impossibili per ribadire la propria primazia, sempre e comunque e anche quando non suffragata da dati reali. Se il Louvre potesse mettersi in cortile il Napoleone in veste di Marte pacificatore di Antonio Canova restaurato di recente all’Accademia di Brera, lo farebbe domani e ci costruirebbe attorno un evento epocale. Noi, nel dubbio, andiamo più volentieri ad attaccare un biglietto alla statua di Pasquino. Sarà, per fare della storiografia spiccia, che la Francia è Stato e potere unico dai tempi di Enrico IV e della Parigi che val bene una messa, mentre l’Italia si è unita da poco più di un secolo e mezzo. Sarà che in Italia l’idea dello Stato è, appunto, troppo giovane per aver attecchito davvero, come dimostrano i nostri continui rigurgiti secessionisti.

 

Noi stentiamo a giustificare la tinta mogano dei ritratti ufficiali di Silvio Berlusconi (che pure è visibilissima nelle fotografie di Mitterrand), anzi ne facciamo da decenni oggetto di dileggio; troviamo azzimate le giacchette con cui Luigi Di Maio cerca di darsi un tono, passando invece sotto silenzio l’omaggio folcloristico-devozionale a san Gennaro; ridiamo dell’aumento di peso ponderale di Matteo Renzi e delle sue camicie tese sul ventre, mentre in Francia, non fosse stato per l’exploit di un giornale e di una casa editrice all’epoca governata dall’italiano Ernesto Mauri, nessuno avrebbe pubblicato le foto di Hollande che si infilava in motorino nel portone dell’amante.

 

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