EDITORIALE CATEGORIA NEWS BOCCIATI & PROMOSSI RUBRICHE EVENTI INVIA LE TUE STORIE
Classico
contemporaneo
Con le sue fotografie d’architettura Massimo Listri ha aperto la via a un nuovo modello di rappresentazione artistica. Opere richieste da musei di mezzo mondo e che arredano le case di raffinati collezionisti. Bill Clinton, per esempio...
DI Gianluca Tenti

Allestimento-Mostra-Atene_0002

Tempo medio di lettura: 5' 55''

Massimo Listri è un’opera d’arte. Un caleidoscopio in costante evoluzione che, con le sue lenti, tutto conquista e tutto sublima nella contaminazione di una Wunderkammer. La sua casa è una dimora fatta d’iperboli. Un portone con affaccio traslato rispetto alla piazza di Santo Spirito nel cuore popolare di San Frediano, quartiere fiorentino caro a Vasco Pratolini. Figlio di lettere e mobilia bibliografica (il suo babbo è il maestro del giornalismo Pier Francesco), varcato il portico di un’esistenza sessagenaria può concedersi il lusso del piacere puro: collezionare bellezza.

 

Un trionfo di coralli e giade. Pezzi scolpiti plasmati di rigore estetico e sapore classico. Non stancano. Come i quadri appesi sopra le collezioni delle riviste d’arte, FMR e AD, le sue palestre. Solo che a osservare meglio, quelli non sono quadri. Ma fotografie. Sue. «Da dieci anni vendo foto a collezionisti e antiquari per i loro arredamenti. Un inglese ha voluto un’immagine di colonnati da mettere appoggiata sopra un sarcofago romano. Che bello! Una fotografia espressione d’arte contemporanea che vive di soggetto classico». Massimo Listri è ospite istrionico non scevro di autocitazionismo, ma in fin dei conti sono stato io a bussare a quadri. «Le donne stancano, anche i nudi stancano nella fotografia. Il classico no», snocciola in un mantra di suggestioni: «Magari una signora ci vede un sogno e un collezionista un tratto metafisico». Tre i suoi formati: 100×120, 120×150, 180×225. Valore da 5mila a 25mila euro. Tre sole macchine in tutto il mondo in grado di stamparle: due in Germania, una a Los Angeles.

 

Massimo-Listri-RITRATTO-OPERA

Massimo Listri, 66 anni. Maestro negli scatti di architettura, ha allestito decine di mostre nel mondo e pubblicato 70 volumi.

 

«Sì, con la fotografia di qualità si può arredare. Immagina una parete asettica con un’unica gigantografia. O una stanza come questa dove ho inserito nel 2005 due fotografie e non vedo la necessità di spostarle». È un fiume in piena questo autodidatta. «A 17 anni proposi a Bolaffi Arte un servizio fotografico. Ma fu con Allemandi che capii di potermi esprimere in piena libertà. Andò così: volevo fotografare poeti che dipingevano. Chiamavo dai telefoni a gettone. Entrai nelle case di Alfonso Gatto, Leo Sinigalli, Cesare Zavattini. E Pier Paolo Pasolini. Andai nella zona San Paolo, a Roma. Mi lasciò una busta con un testo autografo, che custodisco gelosamente. Lui come gli altri non si limitarono a farsi ritrarre. Aggiunsero parole. Fu un libro interessante».

 

L’inizio di una folgorante esistenza. Servizi finanziati da Italstat, Iri. Mentore Giovanni Spadolini, che disse: «Serve un giovane brillante e capace. Chiamate Listri». Nel 1981 l’approdo sull’isola creativa di Franco Maria Ricci. Da lì il salto su AD Italia. Oggi, in un perpetuo altrove. Vaticano, Marrakech, Città del Messico… Alle spalle 3.500 servizi, una settantina di volumi. E le fotografie complemento d’arredo. «Sono lontani i tempi delle foto in bianco e nero 40×50. Nel 2005 hanno inventato una macchina a rullo, queste grandi vasche.

 

La foto? È la somma di mille cose. La pittura, la sua evoluzione di composizione formale, la luce. Anche inconsciamente. Un background di letteratura e cinema. Citazioni. Libri. La tecnica? Importante, come imparare a guidare l’automobile. Poi, quando hai preso la patente, parti e vai. Il resto dipende solo da te». Lo dice lui, che ha spedito anche le sue gigantografie al Quirinale, dove hanno trovato residenza (e da cui è nato il libro Il Quirinale, Treccani, 2016). Sono lontani i tempi nei quali frequentava gli studi di pubblicità, per carpire i segreti della comunicazione.

 

«Presi la mia Sinar e partii», ammette. Banco ottico, pellicola piana, sensori. «La mia Formula 1 che oggi prevede anche la possibilità di montare un dorso digitale. Roba da 80 milioni di pixel». Il resto è carta a sviluppo chimico. Niente a che fare con i plotter.  «Siamo forse dieci nel mondo in grado di lavorare con queste condizioni. Non esistono regole o scuole. Dopo più di 40 anni di lavoro, devo ammettere che è istinto». Quando decide di operare entra nell’ambiente, studia la luce naturale, una via di fuga dietro ciò che osserva. Torna il giorno successivo. Posiziona la macchina. E scatta. Architetture che si fanno quadri. Venus, Jupiter e Jovi ci scrutano compassionevoli. Sono statue, ma sanno d’umano.

 

 

Listri è fatto così. Finiti gli studi al liceo scientifico non ha avuto bisogno di una facoltà per capire il proprio futuro. Si è cibato di curiosità: vedere, anzi osservare. Leggere. Cercare. «Divoravo le riviste di fotografia, non avevo un soldo né mio padre me lo avrebbe dato». Un’esistenza bohémienne, senza telefono né televisore. Adesso che ha conquistato il mondo ammette che il suo universo è qui. A Firenze. In una casa che è una continua conquista. Prima una grande sala, un cucinotto, una piccola camera da letto e un bagno. Poi un annesso. Una scala. Uno sgabuzzino. E quella che il marchese Lotteringhi della Stufa aveva sporzionato, a breve tornerà a essere un’unità completa.

 

«Vivo solo qui. Posso viaggiare, ma al massimo nove giorni. Poi ho bisogno di tornare tra le mie cose. Potrei vivere forse in Messico o nella mia casa di Bangkok, sul Chao Pra. Ma sono semplicemente qui». «Il tempo si è dilatato. Prima la vita era breve e le giornate lunghe. Oggi la vita si allunga e le giornate finiscono subito. Ti sfugge il senso stesso dell’esistenza». Il Walhalla e un interno di Versailles sono i testimoni di questa conversazione. Poi ci sono i collezionisti.

Effettua il login per visualizzare l'articolo completo - clicca qui