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Essere mondo
e bottega
Con l’esperienza del Bespoke Atelier, Zegna dimostra come solo sull’artigianato più puro e sapiente si possa costruire un grande brand globale. La regola? Soddisfare il singolo, per piacere a tutti
DI Giancarlo Maresca - FOTO DI Laila Pozzo

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Tempo medio di lettura: 6' 30''

Via Bigli è una stradina di Milano che collega via Manzoni e via Pietro Verri. Sarebbe parallela a Montenapoleone se solo non fosse storta, caratteristica che ne fa l’angolo più riparato e silenzioso del quadrilatero della moda. È qui, al civico 26, che Ermenegildo Zegna ha voluto la sua sartoria. L’antica casa di Trivero realizza una collezione maschile basata su una disinvolta quanto classica contemporaneità e nei suoi negozi è in grado di proporre anche il privilegio del servizio Couture, i cui meriti descrissi due anni fa da queste stesse pagine.

 

Credo che abbia sentito il bisogno di spingersi ancora oltre, offrendo ai clienti più esigenti una via di personalizzazione assoluta quale solo l’artigianato può garantire e questa via si è concretizzata nel progetto Bespoke. L’asimmetria tra le dimensioni del marchio e quelle di un laboratorio è quindi solo apparente, perché l’idea che c’è dietro è di una purezza degna di un’azienda che ha la storia e l’autorevolezza di un’istituzione. Innanzitutto la sartoria non è collocata fronte strada bensì in un appartamento, rispettando l’abitudine tutta italiana di vivere la bottega del sarto come luogo appartato. Gli arredi sono in uno stile anni 50 che racconta l’epoca d’oro del nostro Paese ed evoca ottimismo, semplicità, chiarezza. La sala principale è calda quanto razionale, con un grande banco per lavorare e mostrare i tessuti, un tavolo con qualche sedia, scaffali carichi di stoffe e una grande specchiera a tre ante.

 

 

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L’ingresso e la sala principale della sartoria, il cui gusto anni 50 è una raffinata citazione degli anni d’oro dello stile maschile e di quello italiano in particolare; i tessuti, tesoro dell’atelier.

 

Di fronte a quest’ultima c’è una pedana circolare, che sollevando l’uomo e l’abito dal suolo traduce in gesto il sottile piacere di staccarsi da tutto il resto per dedicare del tempo esclusivamente a se stessi. Bespoke è però un progetto e come tale va al di là di queste mura, per quanto accoglienti. Dovunque si trovi, il cliente può chiedere di essere raggiunto dal sarto e discutere con lui ogni scelta. Il maestro che dirige il laboratorio è Angelo Pecora, figlio d’arte con un indiscusso talento per il disegno. Di ogni capo è in grado di abbozzare con rapidità un figurino in cui le richieste prendono rapidamente e materialmente forma, mostrando sin dall’inizio le soluzioni che meglio si armonizzano tra loro e con il concetto che il committente ha di sé e del vestire.

 

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La discreta pedana che costituisce il «palcoscenico naturale» della sartoria: il punto in cui l’eleganza si eleva.

 

Bespoke è nato per tradurre il gusto del singolo in abiti unici, ma anche belli e realizzati a regola d’arte. Per arrivare a tanto mette a disposizione una selezione di tessuti ad alto significato, che per coprire ogni esigenza non esita a spaziare al di là della pur sterminata produzione del lanificio di famiglia. Dietro tutto ciò c’è lo stilista Alessandro Sartori, con cui è possibile confrontarsi anche direttamente in atelier per un consiglio, e sullo sfondo l’impronta inconfondibile della Ermenegildo Zegna, incrollabile nel perseguire un’ideale di eleganza attuale, confortevole, duratura e discreta, mai aggressiva. Lo spessore concettuale del progetto Bespoke mi ha colpito, ma non mi ci soffermerò oltre per evitare di trascurare gli aspetti pratici. Ogni capo è creato a partire dalle misure dirette e non da un misurometro.

 

Il lavoro si svolge secondo la tradizione, dalla punteggiatura manuale degli interni sino alla stiratura. Ed è impossibile non stupirsi che un colosso internazionale abbia voluto mettere le migliori risorse a disposizione del singolo utente, addirittura del singolo pezzo. Altro che economia di scala: qui i numeri sono quelli di una bottega di paese. Anche se ogni volta si concentra su un’esigenza specifica, è inevitabile che una sartoria degna di questo nome abbia un’impostazione propria, come quella che consente di distinguere la mano di due pittori diversi anche se dipingono lo stesso soggetto. Ho potuto notare che tendenzialmente la spalla è costruita, ma lavora con assoluta naturalezza. Un effetto dovuto sia al taglio sia alla preferenza per i canapi in lana, più docile rispetto al lino, adottati anche per gli interni dei quarti anteriori. Quando è possibile, si effettua una misura appena prima della chiusura delle spalle, che è l’ultima operazione. Non ho visto imbottiture e anche il lato basso viene compensato in sede modellistica erodendo qualcosa dal dietro e dal semiscollo, piuttosto che infilando una spallina. Il concetto è che la simmetria non deve essere solo ottica, ma anche tattile.

 

I particolari più caratterizzanti della giacca, ovvero linea e dimensioni dei baveri, altezza e apertura del cran, ampiezza delle spalle, vengono proposti in sintonia con la corporatura e il ruolo sociale del cliente. Un cran alto indirizza l’attenzione sul volto ed è quindi indicato per chi utilizza molto il linguaggio verbale, mentre l’uomo riservato si gioverà di soluzioni che lo distinguano senza metterlo in piena luce. Si ritrova tanto della fede di Zegna nella comodità dell’accollatura che non appoggia né risale molto alta, preferendo scivolare verso le spalle. I pantaloni sono ancora più diversi tra loro delle giacche.

 

A partire dall’apertura del fondo, non ci sono degli standard. Se Zegna è la più grande casa al mondo a dedicarsi esclusivamente all’abbigliamento maschile è perché non riproduce un gusto sempre uguale, né si limita a venderne uno diverso solo perché è nuovo. Tutti sappiamo che le cose cambiano inesorabilmente, insieme al modo con cui le vediamo. Per interpretare questo processo non c’è nulla di meglio che lavorarci di persona, ed è forse questo il motivo di un impegno così meticoloso per dei fatturati tutto sommato trascurabili. La consapevolezza che pensando sempre e solo ai molti si può finire in una regione del tutto astratta, mentre soddisfacendo il singolo si può cogliere quello che, almeno in quel momento, piace concretamente a tutti.

 

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