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Un sarto
da oscar
Cesare Attolini, uno dei grandi vecchi della sartoria italiana, tramanda i valori del patriarca insieme con i due figli. Perché chi sceglie un loro abito, lo ama fin dal primo sguardo
DI Giancarlo Maresca - FOTO DI Luciano di Bacco

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Tempo medio di lettura: 6' 50''

Nei primi anni 20 c’era una guerra tutta da dimenticare. La voglia di vivere si tradusse in un abbigliamento avido di attenzione, reso contagioso da un legame appena nato e mai interrotto tra moda e musica di tendenza. A metà del decennio la giacca si accorciò e perse la linea a clessidra in favore di una rilassata foggia a sacchetto, che nello stile Ivy league si è conservata fino a pochi anni fa. Intorno al 1927 Frederick Scholte (1866-1949) ideò per il principe Edoardo del Galles un taglio passato alla storia come English drape o London cut. Portando le spalle oltre il loro punto naturale e modellando il torace con più tessuto e meno interni, Scholte ottenne un trapezio capace di migliorare prestanza e importanza.

 

Consentendo abitabilità a un esoscheletro soffice ed efficace, l’impostazione ebbe subito un grande successo. Forse perché era in grado di dare un punto vita anche a chi non l’aveva, forse perché i tempi si stavano evolvendo in una direzione muscolare. All’art déco era infatti succeduto il razionalismo e il design adottava dimensioni imponenti, spessori importanti, materiali consistenti, creando un linguaggio ideale per le esigenze dei regimi autoritari al potere. Anche se alcuni persero il senso delle proporzioni, i figurini dell’epoca ci mostrano ammirevoli esempi di un equilibrio che realizzava il più positivo scopo dell’English drape, ovvero infondere fiducia in se stessi e nel futuro. Il migliore stile dei primi anni 30 non è artificioso, ma anche i suoi più devoti ammiratori, tra cui il sottoscritto, non possono negare che avesse qualcosa di artificiale. L’abruzzese Domenico Caraceni (1880-1940) ne conservò alcuni volumi addolcendo linee e rigidità, ma anche con questa iniezione di morbidezza l’abito imponeva un proprio modo di esprimersi. In una lingua aulica e corretta, certo, ma che tendeva pur sempre a sottrarre spazio all’irripetibilità del momento e dell’individuo.

 

Occorreva qualcuno che desse agli uomini le possibilità che Chanel aveva aperto alle donne, offrendo vestiti a quelle che erano stufe di paramenti. Proprio mentre controllo e solennità erano il paradigma del gusto dominante per una bellezza monumentale, un napoletano pensò di usare le ultime scoperte sul taglio al servizio di una figura maschile concepita intorno ai principi di disinvoltura, incanto e scioltezza. Non dubito che altri maestri stessero studiando in tal senso, ma a emergere tra tutti fu Vincenzo Attolini, anche grazie al sodalizio con un fuoriclasse come Gennaro Rubinacci. Attolini vide nelle generose forme di petto e maniche un fattore di signorile comodità e non di esibizione di fisicità o stato sociale. Ridusse le spalle fuori e dentro, togliendo loro ogni spigolosità in favore di un aspetto naturale, lontano dallo strutturalismo di Scholte quanto dalla raffinata enfasi di Caraceni. In pochi anni si era passati dalla sicurezza di un ancien régime estetico all’ottimismo di Scholte, poi alla serenità olimpica di Caraceni e infine alla gioia del verbo napoletano.

 

 

I tentativi dei due giganti che lo avevano preceduto dimostrano che quanto alla morbidezza Attolini non aveva fatto altro che portare a uno stadio ulteriore ricerche già iniziate. La novità che introdusse non fu tanto nelle lentezze, quanto nella cancellazione della cesura gerarchica tra i due volumi principali della giacca. Nella sua visione la parte bassa non pende più inerte come nell’English drape, ma è tutt’uno con quella alta. Ciò non dipende solo da un garbo di vita allungato e sfumato, il punto è che i davanti risultano come una sola cosa perché è come tali che compiono una delicata rotazione, innescata da un appiombo sbagliato ad arte. La spiombatura, ecco qual è la vera e inestimabile eredità di Attolini, il motivo per cui soleva dire che un sarto crea abiti imperfetti per corpi imperfetti. In effetti è con lui che le giacche, che prima vedevamo cadere diligentemente dalle spalle, ferme lungo il dritto filo del tessuto, cominciano a svolazzare scivolando indietro.

 

La lavorazione che guida il bavero del monopetto verso il bottone attivo, il cosiddetto taglio a tre bottoni stirato a due, se non è una sua invenzione fu comunque adottato da Vincenzo Attolini allo scopo di sottolineare l’apertura dei davanti. Era la forma giusta per un progetto di giacca sempre in movimento, in cui ogni scelta era finalizzata a un’idea grazie alla quale l’uomo poteva finalmente dire ciò che sentiva e non solo chi era. Da quel momento l’abito, non più costretto nella retorica di un’appartenenza sociale o culturale, poteva confidare piccole cose personali, innocue vanità, fugaci felicità di un giorno. Si dice che Vincenzo Attolini sia stato il padre della sartoria napoletana moderna, ma se consideriamo l’influenza della sua opera sono tutti coloro che amano vestire a dovergli qualcosa. Ciò che è certo è che fu padre di tre figli d’arte. Se Claudio e Tullio divennero maestri provetti, Cesare resta l’ultimo vivente dei quattro grandi della sartoria del XX secolo. Tenace come il padre e versato come nessuno in taglio e disegno, assunse precocemente la direzione tecnica della Cæsar di Torino per poi passare alla Vastola, piccola azienda veneta.

 

Accumulò così conoscenze che gli consentirono di organizzare per la prima volta nella storia una linea in grado di lavorare con la stessa cura di un piccolo laboratorio napoletano, ma producendo abbastanza da reggere un mercato internazionale. Il «sartoriale», inteso come realizzazione su scala di capi dalla fattura interamente manuale, è una sua invenzione. Il suo genio è dietro molti duraturi successi. Disegnò la prima linea e organizzò la produzione per Kiton e intervenne massicciamente anche presso Isaia, che recentemente ne ha riconosciuto i meriti. Infine aprì una propria azienda a Casalnuovo (Na), che partita da 30 dipendenti ne conta oggi oltre 130 solo nei reparti produttivi. Gran parte di questo successo è dovuto al talento dei figli Massimiliano e Giuseppe, che sin da giovanissimi si sono impegnati senza risparmio assimilando in profondità la sapienza, il gusto e lo spirito indipendente di famiglia. Quando Paolo Sorrentino commissionò ad Attolini gli abiti di Toni Servillo per La grande bellezza, furono loro, già avvezzi a servire il grande cinema, a proporgli quei capi dai colori subito divenuti iconici. La Cesare Attolini propone tre linee: su modello, su misura e bespoke.

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