EDITORIALE CATEGORIA NEWS BOCCIATI & PROMOSSI RUBRICHE EVENTI INVIA LE TUE STORIE
Lezione
magistrale
Una cultura personale coltivata con caparbietà fin da giovanissimo, diventata ora (anche) esperienza da condividere con generazioni di allievi. Così la sapienza sartoriale del maestro Luigi Gallo forma i futuri ambasciatori dell’eleganza
DI Giancarlo Maresca - FOTO DI Luciano Di Bacco

DSC_3918

Tempo medio di lettura: 7' 40''

Luigi Gallo è il Bismarck della sartoria. Un po’ come il Cancelliere di Ferro unì e governò l’Impero tedesco, così il maestro lucano ha fondato e presiede la Camera europea dell’alta sartoria (Cedas). Le dimensioni delle due imprese sono di certo a favore dello statista, mentre sulle difficoltà che i due hanno dovuto affrontare sarei più cauto. I sarti sono sempre stati diffidenti, reticenti a comunicare tra loro e ancor più a consorziarsi. Se Gallo è riuscito ad aggregarli è grazie alla costanza, chiarezza e ottimismo con cui ha saputo presentare un’idea moderna di corporativismo, che si può riassumere in un’analisi dei veri problemi della categoria cui fa seguito la proposta di soluzioni concrete. 

 

Nel 1992, quando la Camera nasceva, la sartoria italiana viveva una crescita innescata dall’apertura di nuovi mercati. La domanda di manodopera aumentava, mentre l’offerta si contraeva al punto che alcuni la ritenevano condannata a esaurirsi per via di un cambio generazionale a saldo nettamente negativo. Per motivi che sarebbe lungo approfondire, gli artigiani lamentavano la mancanza di apprendisti e intanto non ne cercavano, almeno non con sufficiente trasparenza. Dall’altra parte, chi era in cerca di una prima occupazione si guardava bene dal rivolgersi a una bottega, a causa di pregiudizi non del tutto immotivati e ancora ben lontani dall’essere sradicati. A quel tempo gli stessi figli dei sarti, molti dei quali sono poi rientrati attirati dal prestigio e dal volume d’affari di papà, non si interessavano affatto al laboratorio. 

 

Per contrastare la crisi delle vocazioni, la Camera si propose di alimentare l’immagine nuova e positiva di un sarto-stilista-modellista, istituendo un corso triennale che formasse professionisti in grado di comprendere e soddisfare sia le esigenze dell’artigianato sia della confezione. Gli altri che avevano pensato a qualcosa del genere si erano poi arrestati di fronte alle difficoltà organizzative ed economiche. Non così Luigi Gallo, che anche grazie all’illuminato sostegno di Pierluigi e Sergio Loro Piana riuscì a far partire il primo corso di studi nell’ottobre del 2007. A distanza di dieci anni esatti, i bilanci della Scuola europea dell’alta sartoria sono decisamente positivi.

 

scuola

Alcuni allievi e docenti della Scuola europea di alta sartoria, giunta al suo decimo anno di corsi. Da sinistra, Grazia Sablone, Giuditta Paone, Cristiana Moschetti, Eleonora D’Aloiso, la professoressa Gina Brancato, i maestri Michele Ombroso, Marco e Luigi Gallo, Luca Amatori, Gloria Massei, Nicola Iobstraibizer, Anton Ambrosino, Lorenzo Plazzi, Victor Saraiva, Federico Civarro, Loren Sörries. Sopra, Gallo osserva il lavoro di imbastitura svolto da Victor Saraiva, allievo brasiliano. L’attività della scuola si è consolidata negli anni: oggi il 90% di coloro che si diplomano qui trova una collocazione lavorativa in boutique sartoriali o in aziende del settore moda.

 

La struttura è ormai solida e altrettanto sono le aspettative di impiego, visto che per i diplomati della scuola i dati evidenziano una percentuale di inserimento nel lavoro pari al 90%. «I neodiplomati, oltre al diploma di studi, ricevono l’attestato di Socio junior della Camera europea dell’alta sartoria», racconta Gallo, «che permette di attingere ai consigli e alle consulenze dell’associazione e di poter partecipare all’appuntamento biennale di moda della Camera europea dell’alta sartoria: durante questi défilé anche i neodiplomati possono presentare le loro creazioni di fronte a un pubblico scelto, e ai mass media nazionali e internazionali». Ho potuto constatare che una buona parte degli allievi viene dall’estero, prova che l’istituzione gode di credibilità internazionale, anche fuori dall’Europa. Tra gli altri discepoli Gallo mi presenta il trentenne brasiliano Victor Saraiva, di cui ammiro alcuni figurini maschili e femminili ricchi di talento.

 

Un altro entusiasta frequentatore della scuola, Lorenzo Plazzi, di propria iniziativa mi mostra una giacca da camera di suo disegno. Mi dice che già al secondo anno di corso uno studente che si applichi è in grado di realizzare un capospalla interamente da solo, dal disegno alle rifiniture. Dunque Gallo è un fine stratega, un capace uomo di relazioni e un tenace condottiero, ma non bisogna dimenticare che è prima di tutto un sarto. Nacque a Roccanova di Potenza nel 1944, settimo di nove figli. A sette anni venne fulminato dalla figura di Luigi Briamonte, lo zio elegante che hanno avuto tutti coloro che sono stati bambini negli anni 50 e 60. Entrò con entusiasmo nella migliore sartoria dei paraggi, tanto che a 22 anni ne aprì una tutta sua. Ma il paese gli andava stretto e così nel 1968 decise di trasferirsi a Roma, dove lavorò con Domenico Caraceni. Collaborò a lungo con Angelo Litrico, che gli affidava alcune delle commesse più importanti. Da lui apprese che un abito si distingueva per la linea e i dettagli, ma nella vita contavano le relazioni e il modo di coltivarle. Si può dire che il segreto del successo di Gallo sia nell’applicazione di questo postulato.

 

DSC_3503_1

Luigi e Marco Gallo all’ingresso della boutique in via Flavia 45 a Roma

 

Quanto alla linea, la sua fonte di ispirazione è l’allure disinvolto degli attori americani della sua adolescenza, da James Stewart a Steve McQueen. La sua icona è Gregory Peck, ma sa anche che una riproduzione letterale dei capi dell’epoca risulterebbe datata. «L’abito deve essere attuale», sostiene. «Quando guardiamo Vacanze romane, o qualsiasi altro film del passato, l’abbigliamento ci suggerisce l’anno in cui venne girato molto prima di vederlo nei titoli di coda. Vestire bene significa anche questo, esprimere il proprio tempo. Quindi ciò che si può fare è riproporre uno spirito, non copiare un oggetto. Lo stile di un abito, anche quello che ci sembra immortale, per poter rivivere va ogni volta tradotto nel linguaggio estetico contemporaneo. Altrimenti si fa archeologia, filologia, non eleganza. Il vero scopo deve però essere precorrere i tempi, non seguirli quando anche tutti gli altri sono su quella stessa rotta. È questo che intendo per alta sartoria: intuizione, attenzione, conoscenza e carattere.

 

 

Talvolta bisogna dissuadere il cliente da scelte azzardate: la scelta del tessuto, per esempio è individuale e soggettiva, certo, ma non è scontato che un determinato tessuto possa star bene a tutti; e nessun altro meglio del tuo sarto può saperlo». Continua: «I capi che mettiamo con piacere sono quelli che ci valorizzano e allo stesso tempo ci fanno stare a nostro agio, due qualità che non devono mai mancare, né separarsi. La risposta alle esigenze del committente è quasi sempre evidente, ma sappiamo anche che l’evidenza è proprio il luogo dove le cose si nascondono meglio. Con l’esperienza si impara che a ogni situazione corrisponde un tipo di tessuto e che il tessuto giusto porta già dentro di sé le indicazioni sulla foggia da assegnargli. Quel che bisogna fuggire e far fuggire è da un lato la voglia di stupire, dall’altro quella di imitare. L’eleganza è infatti nel somigliare a se stessi e solo a se stessi. Dunque ha a che fare con l’originalità, non con la stravaganza». 

Effettua il login per visualizzare l'articolo completo - clicca qui