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Calma
e misura
La serenità è il tratto che distingue il sarto partenopeo Pino Peluso: taglia a mano libera e confeziona giacche che, se fossero vino, sarebbero uno Champagne
DI Giancarlo Maresca - FOTO DI Luciano di Bacco

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Tempo medio di lettura: 4' 25''

Pino Peluso è nato 45 anni fa a Caivano, in una casa che si confondeva col laboratorio di famiglia. La sua culla fu accanto al banco di taglio e il suo gioco il cucito, finché la passione divenne professione in un modo naturale come lo è da ragazzi diventare uomini. Papà Francesco, sarto, e mamma Genoveffa, ricamatrice, collaborano tutt’oggi col figlio. Per quanto si possa contestarli, contrastarli, talvolta dimenticarli sino a quando la maturità non ci consenta di vederli al di là dello schermo dell’ego, i genitori sono i nostri primi maestri e per lui lo furono due volte, nella vita e nell’arte. Sono la prima cosa di cui mi parla e la più importante per capire la persona, perché se il tratto che distingue Pino Peluso è la serenità lo si deve a una solidità affettiva cui questi tempi liquidi ci hanno disabituato.

 

Chi veste su misura non va da un sarto qualsiasi, né sceglie il proprio solo per i prezzi o la linea. Altrettanto determinante è l’atmosfera che si respira in bottega, che in questo caso è luminosa sotto tutti gli aspetti. Dopo gli esordi in provincia, Peluso spostò la sua sartoria a via Martucci, a pochi metri da piazza Amedeo. Ora ha trovato la collocazione ideale nella panoramica via Posillipo, in tre ambienti da cui il mare di Napoli sembra potersi bere come un aperitivo. Sebbene disponga di un paio di belle vetrine fronte strada, non vi troverete esposta alcuna mercanzia. Pino Peluso è orgoglioso del suo mestiere e non vende nulla, se non il proprio lavoro. Non propone cravatte, camicie o calzette, né ha ceduto alla tentazione di vendere se stesso come tanti sarti, veri e farlocchi, che vanno vagando per mezzo mondo (naturalmente la metà più ricca) in trunk show organizzati da specialisti delle pubbliche relazioni. Una cosa è andare a Mosca a casa di un cliente, ben altra fare il burattino col metro al collo in una sala d’albergo dove il Mangiafuoco di turno ha riunito un po’ di spettatori paganti. 

 

«Vado all’estero raramente», mi dice, «per servire singoli clienti quando non possono venire qui a Napoli. Del resto, quando l’Italia era una grande potenza cinematografica erano gli attori a venire da noi, non noi ad andare a Hollywood. Ora che qui dicono che manchi sono in tanti a inseguire il denaro dove sembra ce ne sia tanto, ma nelle corse all’oro si arricchiscono in pochi e quasi mai sono i cercatori. Il guadagno viene dopo la soddisfazione, sia per importanza sia nel tempo. Nel senso che un artigiano si realizza facendo onestamente e al meglio il proprio lavoro, il resto viene dopo. è la soddisfazione a portare il profitto, non il contrario. E le gratificazioni non mancano. Un sarto che sappia fare il proprio mestiere con orgoglio da un lato e modestia dall’altro può godere di privilegi rari. Disponiamo dei numeri privati degli uomini più potenti e possiamo sviluppare con loro una confidenza unica. Credo dipenda dal fatto che li tocchiamo, il che scardina la corazza che simili personaggi sono costretti a crearsi per motivi di privacy e sicurezza».

 

 

Tecnicamente, il maestro Peluso può vantare una preparazione particolarmente completa. Dalla confezione industriale, che ha frequentato sin da piccolo perché la madre viene da una stirpe di confezionisti e grossisti, ha mutuato la pignoleria. Quando si producono grandi numeri non si può tornare indietro per riparare un eventuale errore, ciò che esce deve essere perfetto. 

 

Dalla scuola artigianale ha imparato che oltre la perfezione, che è fissa, c’è la bellezza, le cui regole cambiano invece caso per caso. «Quel che si impone all’abito si impone a chi lo indosserà. Così quello che cerco non è una geometria valida per tutti, quanto la soluzione che giovi alla figura del singolo. In ogni dettaglio di un capo ciò che conta non è la misura, ma la proporzione, ovvero la relazione con le altre parti e col corpo di chi lo ha commissionato. Sono convinto che l’ampiezza delle spalle debba tener conto del volto e l’altezza in vita dei pantaloni vada stabilita secondo lo specifico rapporto tra tronco e gambe».

 

«Che cos’è che fa la differenza?», gli chiedo.

 
 
 
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