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Il ritratto
di Paolo Curto
Si è innamorato del mare da bambino, e del racconto dei paradisi oceanici ha fatto il lavoro di una vita. Attraverso un doppio linguaggio capace di tradurre tutte le sfumature del grande universo azzurro
DI Silvano Martini

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Tempo medio di lettura: 4' 55''

Si è immerso, sempre con macchine (plurale!) fotografiche al collo, in tutti i mari del pianeta, Polo Nord compreso. Non solo: con la forza del suo obbiettivo, ha fatto anche immergere le donne più belle del mondo: Pavlína Porítzková, Elle Macpherson, Carola Alt, Renée Simonsen, per citarne qualcuna. Ma, che fosse un capodoglio inquadrato in controluce dagli abissi alla superficie, o che fosse la bellissima Elle detta «The Body» in stringato bikini, al centro di tutta l’opera di Paolo Curto c’è in realtà sempre stata e solo lei: quella grande distesa d’acqua a fare da orizzonte, a narrare il contesto, a dare un sapore speciale alla luce e ai soggetti via via ritratti, sotto e sopra la superficie.

 

È l’acqua, rigorosamente salata, la cifra più autentica e affascinante per comprendere il lavoro di Paolo Curto, per decenni una leggenda mondiale tra i fotografi di reportage subacquei, autore di diversi speciali di Sports Illustrated (la rivista statunitense che rappresenta una consacrazione per ogni fotografo di moda), e contemporaneamente pittore capace di portare su tela la stessa emozione marina che passa dalle sue fotografie, usando una tecnica di dipinto a olio in grado di rendere le mille sfumature e increspature dei mari. La ninfa Teti come fedele e stimolante compagna non solo di una carriera, ma di un’intera vita dedicata al mare e al suo racconto. «Durante l’infanzia, passata a Venezia, guardavo la laguna davanti al quartiere Madonna dell’Orto e già allora sentivo il fascino di quella che mi sembrava un’enorme e promettente distesa d’acqua. Intuivo che, se l’avessi solcata con una barchetta, avrei potuto raggiungere i luoghi più remoti del mondo», racconta Curto, oggi 81enne, che fedele a questa vocazione dopo avere in effetti solcato tutti i mari del mondo come sognava da bambino ha scelto come buen retiro un luogo immerso nel respiro del Mediterraneo, Pantogia, in un angolino poco battuto della Costa Smeralda.

 

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Una delle fotografie più celebri di Curto, realizzata nel 1976 al largo dell’isola di Madeira «immersi tra una ventina di capodogli».

 

Una sorta di cerchio che si chiude, perché è proprio tra queste acque che tutta la sua avventura umana e professionale è infatti iniziata. «I miei genitori si erano trasferiti in Sardegna, avevo otto anni, e per la prima volta ho indossato la maschera subacquea. Per me è stata una rivelazione: sotto la superficie ho visto per la prima volta in modo nitido quella lingua di sabbia contornata da rocce e alghe che digradava dolcemente verso il blu. Io, oltre quel blu, intuivo tutto il mistero del mare. Da allora non ho più potuto stargli lontano. Durante la mia adolescenza mi capitava spesso di immergermi in scogliere dove nessuno aveva mai nuotato prima, con i pesci che non conoscevano l’uomo e si avvicinavano fiduciosi. Esperienza che non mi è più capitata, nemmeno nei mari più lontani: c’era sempre chi mi portava in posti bellissimi, che però erano già stati esplorati da qualcuno», racconta. Unire a questa visione l’atto del fotografare, e quindi rendere eterni quei momenti di meraviglia vissuti in solitaria, è stato per Paolo un passaggio quasi naturale. Altrettanto naturale è stato lo switch dalla fotografia alla pittura, arte che richiede un livello meditativo ancora più profondo. 

 

 

18«Ho passato ore sulle scogliere solitarie dell’Isola di Pasqua o delle Isole Australi guardando i giganteschi cavalloni provenienti dall’Antartide infrangersi con rumore di tuono, dopo una corsa senza ostacoli di migliaia di chilometri. Girando gli oceani, mi sono imbattuto in ogni genere di pesci e mammiferi e molto ho imparato dai pescatori, prima di tutti i polinesiani, con i quali ho passato un bellissimo periodo negli atolli più sperduti delle Tuamotu. Il segreto del mio lavoro è stato darsi il tempo e la pazienza per capire le abitudini dei miei soggetti marini, e poterli così riprendere nelle migliori condizioni. Sono stato forse il primo a incontrare sott’acqua i giganteschi capodogli al largo di Madeira, ma anche gli orsi bianchi, sempre in immersione, al Polo Nord. Come pittore, invece, fin dall’inizio mi sono concentrato sullo studio delle trasparenze del mare, compito difficilissimo in quanto, non avendo avuto predecessori ai quali ispirarmi, ho dovuto avvalermi unicamente della mia conoscenza del mare. La mia ricerca, ispirata da tutto ciò che è acqua, ha sempre perseguito l’estetica, un aspetto purtroppo abbastanza trascurato nell’arte contemporanea, che privilegia piuttosto il messaggio, l’angoscia o la provocazione. Al di fuori delle afflizioni quotidiane, i miei quadri devono far sognare».

 

 

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