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Toscano
un piacere italiano
Dalla terra alle dita di raffinati appassionati. Nato da un incidente del destino, il sigaro di tabacco Kentucky da 200 anni racconta nel mondo il carattere del made in Italy
DI Andrea Grignaffini

sigari

Tempo medio di lettura: 5' 55''

Il fumatore di sigaro Toscano è, in prima istanza, una persona abituata a gustarsi i piaceri della vita con lentezza. Più che un vizio, il sigaro è una presa di posizione nei confronti dell’esistenza, un rimarcare la propria presenza. Il Toscano è elemento scenico e vessillo caratteriale, estetica ed essenza, i due poli all’interno dei quali si arrotola la stessa quintessenza dell’italianità. Un fatto di passione, insomma. Scegliere un sigaro Toscano significa riservarsi la possibilità di sentire divampare il calore tra le dita e accompagnare il suo raffreddamento quando si spegne, per poi riaccenderlo (ecco la dote nascosta del Toscano) rinfocolando la passione. Uno strumento che puoi dominare, guidare, armonizzare seguendo il tuo capriccio.

 

Ascolta l’intervista di Franz Botré su Radio Monte Carlo

 

 

Fino a farlo diventare una sorta di protesi della tua mano e del tuo pensiero, una penna atta a indicare, ma anche un solitario anti-stress rugoso, che si consuma (al tuo posto) nervatura dopo nervatura. Un compagno di bisboccia o di riflessione sempre differente, ciascuno unico a suo modo. Tolta la pipa, è una delle poche cose afferenti al fumo che possono essere tenute spente e poi riaccese senza arrecare disturbo agli altri. E poi c’è la sua forza, che ti arriva dritta, la scelta (di tanti) di fumarlo secco e magari tagliato e quella invece nostra di averlo umido e ammorbidito delicatamente, senza esagerare, con le labbra.

 

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Sementa, il Toscano presentato nel febbraio 2018 con cui Manifatture Sigaro Toscano celebra i 200 anni del sigaro italiano.

 

E poi la progressività non uniforme della fumata, in restringimento se lo si fuma ammezzato o allargamento panciuto se lo si fuma intero. E poi la forza tabaccosa maschile dura e pugnace che non ha pari, genus loci di schiettezza e di dirompenza verace. E poi, ancora, il profumo (sì, va chiamato così, in barba al politicamente corretto dei sopraccigli alzati), il profumo che dà ai vestiti che si integra con la personalità dell’abito, che in questo caso fa il monaco da giorno e da sera, ma pronto a sfidare con la sua veracità grezza anche intemperie e bufere. Per sentirsi un po’ uomini d’altri tempi, capitani nel mezzo dei marosi, condottieri in trincea, santi e navigatori e poeti. Italiani, insomma.

 

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Il trattamento a fuoco diretto cui le foglie di Kentucky sono sottoposte per 15-20 giorni.

 

 

Con un sigaro italiano che ci racconta in silenzio. Ce lo conferma l’architetto Gaetano Maccaferri, vicepresidente di Manifatture Sigaro Toscano e presidente del Gruppo Industriale Maccaferri, secondo il quale «il sigaro Toscano, così come tantissimi altri marchi famosi nati nel nostro Paese rappresenta, al di là dello spazio e del tempo, il made in Italy nel mondo. Ci sono icone nostrane intramontabili che col sigaro hanno esportato uno stile di vita: mangiare italiano, bere italiano, vestire italiano, abitare italiano e concedersi momenti piacevoli in tipico stile italiano e non solo. Ecco, il sigaro Toscano fa parte di queste icone».

 

Questo significa, in poche parole, entrare nell’immaginario collettivo, perché quel che, assieme col fumo, passa a ogni boccata, è il messaggio di una certa intellettualità virile, come se il sigaro fosse in primo luogo necessario a contenere certe interiorità debordanti, incontenibili, da Benedetto Croce a Gabriele d’Annunzio, da Totò a Clint Eastwood (costretto da Sergio Leone a tenerselo tra le labbra per settimane sul set). E pensare che il Toscano nacque per fare di necessità virtù: correva l’anno 1815 quando un violento acquazzone sulla Manifattura Tabacchi di Firenze infradiciò una partita di tabacco lasciata a essiccare al sole. La necessità? Riutilizzare quel tabacco per fare dei sigari economici da vendere ai fiorentini: fu un enorme successo poiché l’acqua fece fermentare il tabacco dandogli un gusto del tutto nuovo. Nacque così la leggenda del sigaro Toscano che, dal 1818, continua a far fumare, scrivere e pensare intellettuali e no, fiorentini e no, da 200 anni a questa parte. «La nostra ricetta», continua Maccaferri, «è molto semplice.

 

 

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Gaetano Maccaferri, presidente del Gruppo Industriale Maccaferri, che nel 2006 ha acquisito da British Tobacco le storiche Manifatture Sigaro Toscano.

 

E come spesso accade con le cose semplici, efficace: tabacco e acqua, fermentazione e stagionatura». Ma non solo, perché «l’approccio è da sempre coniugare tradizione e innovazione. Da un lato, la conservazione e il rispetto per il lavoro manuale come avveniva nell’800, dalla semina, alla raccolta delle foglie di tabacco fino ad arrivare al confezionamento dei nostri sigari, dall’altro lato, l’innovazione, soprattutto per quanto riguarda la capacità di saper seguire l’evoluzione, sia nelle abitudini dei consumatori sia nei loro gusti». Oggi, alcuni efficaci strumenti di monitoraggio della realtà dicono, per esempio, che «da un punto di vista organolettico del sigaro Toscano viene apprezzato il gusto, particolarmente intenso, del tabacco Kentucky curato a fuoco; ma non solo, c’è anche la tipologia di fumata, che si presta a un consumo quotidiano e meno impegnativo rispetto ai caraibici». Inoltre, il suo consumatore è più aperto di altre categorie merceologiche nei confronti delle novità: «Devo ammettere», incalza Maccaferri, «che le novità che proponiamo incontrano sempre il favore del pubblico, e anche quello più affezionato ai prodotti tradizionali sperimenta con entusiasmo le edizioni limitate, realizzate a mano dalle sigaraie di Lucca».

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