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La rivoluzione

nel taschino

L'oggetto che oggi abbiamo tutti e che portiamo sempre con noi non ha tradito la promessa di rivoluzionare il modo di fare fotografie. Ma «l'occhio» o ce l'hai o non si impara

DI Franz Botré
Tempo medio di lettura: 3' 30''

La fotografia è sostanzialmente due cose: primo, avere l’occhio, e cioè la capacità di costruire taglio e inquadratura (dote che o la si ha o la si ha, non ci sono alternative). Secondo, avere uno strumento, possibilmente sempre a portata di mano, che traduca quello che l’occhio vede, con l’esatta inquadratura di visuale, in immagine catturata, fatta propria, eterna. Ho avuto la fortuna di ricevere da madre natura, e poi di esercitare negli anni tanto nella vita privata che per il mio lavoro, una discreta capacità di «vedere» le immagini, di capire immediatamente quando guardo delle auto in pista o quando passeggio nel bosco con il mio cane (cieco), quali dei miliardi di fotogrammi che mi passano davanti agli occhi sarebbero una bella fotografia. Potrebbero diventare la copertina di una rivista. Dal punto di vista della predisposizione naturale, quindi, ho la dotazione necessaria. Vedo, inquadro la storia e l’architettura della foto, e so già cosa scriverò, come impaginerò il servizio, dove metterò titolo e sommario. Deformazione professionale.

 

Per fare tutto questo serve quell’oggetto, quel marchingegno che traduce la capacità di vedere in fotografia. Sin dal 1969 ho fotografato con strumenti professionali importanti: Canon FT L2, Nikon F, Nikon III e V. Macchine fantastiche, resa ineccepibile, luminosità e risultati che mi hanno sempre emozionato. Con un difetto, però: l’obbligo di portare sempre con sé corpo macchina e la lunga litania degli obiettivi, l’80, il 135, il 500 catadiottico… «tanta roba», è il caso di dire, scomoda e ingombrante, pesante, non sempre agevole in una vita fatta di continui viaggi di lavoro. Quando è arrivata l’ultima generazione di smartphone, ammetto di aver guardato inizialmente con sospetto le promesse che i diversi brand facevano rispetto alla qualità delle fotocamere integrate, le lenti, le decine di mega di pixel. Curioso come sono, ho subito voluto provare, e subito mi sono dovuto ricredere. Le fotocamere degli smartphone sono davvero strumenti in grado di soddisfare le manie perfezionistiche di un pignolo quale io sono.

 

E la possibilità di visualizzare, tagliare e ritoccare al momento l’immagine scattata, bé, regala davvero sensazioni uniche. Ma, soprattutto, a far la differenza è la consapevolezza di avere nel taschino della giacca uno strumento in grado di sostituire egregiamente tutto quel set di corpi macchina e di ottiche elencato sopra. Di svolgere lo stesso servizio, con una qualità che in molti casi è incredibilmente migliore. Una rivoluzione che tocca tutti, tutti i giorni. Dai miliardi di fotografie scattate in tutto il mondo e postate sui social network, alle poche immagini di qualità che nascono nell’anima digitale di uno smartphone ma, per diventare cultura dell’immagine, hanno bisogno di un luogo speciale, unico, che le sappia esaltare. Un giornale, un giornale di carta. Composto con la sapienza artistica di chi sull’immagine di qualità ha costruito una professione, e una credibilità. «Locked» è questo: uno spazio dove la tecnologia incontra la qualità e la cultura dell’immagine. E non è finita qui: chissà cosa ci riserverà nei prossimi anni la tecnologia, quella sana, condivisa e al mio servizio, per realizzare e pubblicare fotografie e giornali sempre più belli, interessanti, performanti. Buona visione. 

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