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Il papà
dei sogni
Walt Disney ha saputo creare una memoria collettiva che unisce cinque generazioni e taglia il globo trasversalmente scavalcando embarghi, mura e dittature. Con la sola forza dell’immaginazione
DI Gianluca Tenti

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Tempo medio di lettura: 9' 10''

L’unico modo per iniziare a fare qualcosa è smettere di parlare e iniziare a fare. Se puoi sognarlo, puoi farlo. Pensa, credi, sogna, osa. In qualche modo non credo che ci siano sommità tali che non possano essere scalate da un uomo che conosce il segreto di realizzare i sogni… Così parlò Walter Elias Disney, il babbo (dalle mie parti, terra di Dante, Collodi e Montanelli, si dice così) di tutti i sogni. L’uomo capace di trasformare un sogno in un impero che ancora oggi, oltre mezzo secolo dopo il suo ricongiungimento con l’universo dei propri sogni, è tra le multinazionali più importanti del pianeta terracqueo. Sì, perché tra i suoi innumerevoli pregi (e premi), la stella che brilla di più è la genesi di una memoria collettiva che unisce cinque generazioni e taglia trasversalmente il globo scavalcando embargo, mura e dittature. Con la sola forza dell’immaginazione. O, per meglio dire, dell’imagineering, un ibrido tra immaginazione e ingegneristica che sono poi i motori di quella massa polposa chiusa entro il cranio e chiamata cervello, ovvero un potenziale sottoutilizzato dagli esseri umani.

 

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Peter Pan – 1953

Disney (nato a Chicago nel 1901) fu l’inventore di un processo che, partendo dal tratto di un carboncino, animava una tavola di cartone immacolato, salvo irradiarsi di quei color pastello che scoprì come regalo negli anni 10 del Secolo breve da zia Margareth. Da allora, da un’infanzia non particolarmente felice, Walt è stato capace di crearsi un mondo parallelo dove tutti noi, più o meno inconsapevolmente, torniamo ogni volta che ne avvertiamo l’esigenza. Un mondo che è un po’ Isola che non c’è (Peter Pan, 1953) un po’ Burbank, sede fisica della fabbrica dei sogni che porta il nome di Walt Disney Studios dalle parti di El Pueblo de Nuestra Señora la Reina de los Ángeles del Rio de la Porciúncula de Asís, al dì presente Los Angeles. Il babbo dei sogni. Come altro definire il papà di Mickey Mouse, Donald Fauntleroy Duck, l’animatore di Biancaneve, Pinocchio, Dumbo, Bambi, Cinderella, Alice, Peter Pan, La bella addormentata nel bosco, dei Dalmatians, la mano che seppe estrarre la Spada dalla roccia e superare le insidie di una scrittura da Nobel come quella di Rudyard Kipling nell’immarcescibile Libro della giungla. Talento, abilità. Ma anche sconfitte. Di quelle che ti forgiano, salutari. Certo, si potrà obiettare che l’agiografia di un eroe dei tempi moderni stucchi di mielismo celebrativo. Ma provate a immaginare un mondo in bianco e nero, dominato dal muto. Metteteci un giovane allampanato, in gilet di lana senza maniche, con le maniche della camicia tirate su, una tavola colorata di pastelli e la forza del proprio pensiero. Dell’idea. Del sogno.

 

 

Non servì molto altro per dar vita e forma ai sogni dell’infanzia. A renderli immortali. A colorarli. A musicarli fino a reclutare le voci più belle della terra per farne colonna sonora (su tutti l’interpretazione di Louis Armstrong tenuta inspiegabilmente in un cassetto sino al 1994).

 

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Mary Poppins – 1964

Di sicuro Walter Elias la propria strada la conosceva bene. Ce l’aveva dentro. E riuscì a tirarla fuori. Era nato a Chicago all’alba del ’900. Quando l’unico pensiero era la convivenza forzata con una sorellina, si era ritrovato a Marceline nel Missouri, perché lì i genitori Elias Disney e Flora Call si erano spostati cercando fortuna. Le distanze che copriva seduto nella classe più economica del treno a vapore sul quale viaggiava con la piccola Ruth Flora erano un viaggio verso l’ignoto. Piangeva quella piccola. E lui, fratello maggiore, non voleva che quel singhiozzo le si strozzasse in gola. Così iniziava a raccontarle storie. A parlarle di scoiattoli che giocavano. Di conigli che ballavano. Di topi che avevano un’anima. Era il suo universo. Sarebbe diventato quello del mondo. Per amore di Ruth Flora aveva atteso il compimento dell’ottavo anno per andare a scuola. Insieme a lei, in un mondo nuovo, dominato da lunghe distanze da colmare. In quei racconti si era formato Oswald, coniglio fortunato, che avrebbe rappresentato il suo primo successo. Ma non era per la gloria che tagliava le strade di Marceline. No, il padre si era ammalato. E lui doveva arrotondare. Così inforcava i pedali della propria bicicletta, quando lanciava i giornali sui gradini delle villette. Crescendo ancora si sarebbe ritrovato a Kansas City.

 

Altro giro, altra corsa. Era arrivato anche Roy, il terzo fratello che porterà avanti l’impresa quando nel 1966 Walt Disney raggiungerà i propri sogni. No, non era stata una giovinezza facile. Diviso com’era tra la voglia dell’impegno e la ricerca della felicità. A 16 anni aveva persino bluffato sull’età pur di rendersi utile nella Grande guerra. Autista volontario in Francia con la Croce Rossa. Perché quella guerra doveva essere vinta, pensava il giovane Walter Elias, mentre gli amici andavano al cinematografo. 

 

Tornato negli Stati Uniti si era messo a lavorare più seriamente su quella passione per il disegno. Aveva perfezionato le forme del coniglio inventato per la piccola Ruth Flora. E Oswald aveva portato i primi guadagni. Peccato che il giovane Walter Elias non avesse i soldi per tenerlo in vita. E che si fosse ritrovato con l’affidarlo agli interessi degli Universal studios. Così negli anni 20 si era visto obbligato ad abbandonare quel tratto, dopo averne visto lo sviluppo in ben 26 cortometraggi, per divergenze con chi contava in quegli Studios. Ed era stato in quel momento che il sogno era stato più forte delle avversità. Ben presto, infatti, rinchiudendosi nel garage di casa con il fedele Ub Iwerks, si erano messi a disegnare un nuovo eroe.

 

L’America amava Felix il gatto? Loro avrebbero risposto con un topo. Pensate, Iwerks dovette produrre fino a 700 animazioni al giorno per dar corpo a quell’idea. Walter Elias ne cambiò persino l’anagrafe, da triste Mortimer a ridente Mickey. Facile no? Neppure per ipotesi. Perché Disney non era nessuno. E se non fosse stato per il titolare del Colony Teather a New York nel lontano 1928, quel topo non avrebbe mai fischiettato sul grande schermo. Invece fu un successo. E che successo per quel Steamboat Willie. Il raggio di sole in una vita in bianco e nero. Topolino sono io, arrivò a dire Walt Disney mentre decollava sulle ali della fantasia. Certo ci sarebbero state le Silly Symphonies.

 

 

La musica che entrava nelle orecchie di spettatori ignari della bidimensionalità della proposta cinematografica. Con quei cortometraggi che univano le famiglie e le aiutavano a superare le ombre cupe della Grande depressione. Solo quando si sentì pronto, osò. Archi, tanti archi. Orchestre. Tratto morbido. Technicolor. La rivoluzione portava il nome di Snow white, libera interpretazione dei fratelli Grimm. Per spiegare come fece a dar corpo al sogno basta riflettere su pochi numeri. Qualcosa come 750 disegnatori e artisti, 24 disegni al secondo, 82 minuti di produzione. Tradotto: oltre 250mila tavole da disegno assemblate per far sognare a occhi aperti intere generazioni di fanciulle. Correva l’anno 1937 e tutto sembrava finalmente in discesa. E invece incombevano le nubi della Seconda guerra mondiale che vedrà requisiti gli Studios, quindi anche quelli di Disney. No, non devono essere stati anni facili neppure nella Hollywood dei sogni.

 

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Frozen – 2013

Nel 1941 ad esempio, il nostro licenziò tutti, compresi i sindacalisti, per uno sciopero che giudicava senza senso. Lui, viscerale anticomunista, non poteva accettare quelli che considerava i ricatti di certi collaboratori. Per questa sua inclinazione contro tutto ciò che puzzasse di nemico, divenne intimo di J. Edgar Hoover con il quale condivideva riflessioni su figure che sembravano infiltrati nella produzione cinematografica. Ciò nonostante non volle mai concedere il proprio Mickey Mouse alla propaganda militare. Furono semmai i militari impiegati nella missione suicida in Vietnam a scegliere di fischiettare la musica di quel topolino per farsi coraggio.

 

Tornando alla guerra, quei tempi erano stati troppo pesanti anche per un sognatore come lui. Che aveva visto raffreddare entusiasmi e profitti su lungometraggi che, in seguito, avrebbero ottenuto i meritati trionfi. A iniziare da Pinocchio, rielaborato rispetto alla favola impegnata di Collodi. Solo per definire il volto e le movenze di quel burattino fece rifare oltre 124 bozzetti (curioso che attorno a questa favola si siano complicati l’esistenza fior di artisti, non ultimo Roberto Benigni ci si è frantumato quando era ancora fresco di Oscar). Che cosa ha reso però immortale Walt Elias Disney?

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