Editoriale

agosto 2016

DI Franz Botré
Franz Botré
Franz Botré
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Direttore ed editore
Tempo medio di lettura: 7' 15''

La storia, e il mare nostrum, hanno creato e formato nei secoli eccellenti marinai e grandi navigatori. Alcuni, come Cristoforo Colombo, Giovanni Caboto, Alvise da Mosto, Giovanni da Verrazzano e Amerigo Vespucci, hanno compiuto imprese epiche, acquisendo il diritto di entrare nella leggenda della marineria, della navigazione. Ci sono altri capitani e ammiragli di cui vorrei raccontare le gesta, la gloria, nomi e volti che meriterebbero di essere conosciuti, uomini tutti d’un pezzo che hanno vinto battaglie leggendarie in tutte le epoche. Ci sono però anche uomini che le loro battaglie le hanno fatte e le fanno senza punterie, dispiegando il loro valore e coraggio nella sfida con il Dio Mare. Uno su tutti: Giovanni Visin. Un personaggio che la grande Storia ha tenuto all’oscuro, ma che la storia l’ha fatta, eccome. Giovanni nasce e cresce fuori dagli attuali confini italiani, a Prcanj (Perzagno), cittadina posta sulle sponde occidentali delle Bocche di Cattaro, in quello che è oggi il Montenegro.

 

Erano 1.238 abitanti (oggi non credo siano molti di più), di cui 90 capitani di lungo corso e 400 marinai. Tutti vivevano di mare, tutti parlavano veneziano e italiano, come capita ancora oggi a chi ha la fortuna di solcare e immergersi nelle cristalline acque montenegrine, conosciute anche come «i Caraibi dell’Adriatico». Il giovane Visin impara a leggere e a scrivere in italiano studiando nel convento francescano di San Nicola. A 12 anni si imbarca come mozzo a bordo di velieri che da Perzagno battono tutte le rotte dell’Adriatico, sino a quando, diciottenne, entra all’Accademia Marittima Superiore di Trieste, all’epoca vanto dell’Imperiale Regia Marina mercantile austriaca. Vent’anni dopo aver accumulato esperienza e risparmi, Visin va a Fiume, e commissiona al cantiere di Andrea Zanon un veliero da trenta metri. Dieci mesi più tardi, il varo. Il brigantino era talmente bello, filante e veloce che lo battezzò «Splendido».

 

Con quel veliero Giovanni compì, in sette anni, il primo giro del mondo di un naviglio commerciale. In un passaggio del suo diario, Visin scrive: «Il coraggio, la speranza e la perseveranza mi condussero a buon fine. Mi sono convinto che la potenza dell’uomo consiste nel far di se stesso la debita stima. Si ricordino adunque tutti quelli che volessero seguire il mio esempio che la perseveranza rassoda l’intelletto e il cuore di chi la possiede. L’uomo presti fede a se stesso e si convinca che la perseveranza ha alcunché di decoroso che aggiunge nobiltà e importanza ai concetti e alle sue azioni». Concetti e azioni che ha imparato a regola d’arte un velista triestino dalla V maiuscola, Vasco Vascotto, uomo che ha partecipato alle più importanti sfide veliche degli ultimi anni.

 

Sarà un caso: Vasco da Gama, Vespucci, Visin e Vascotto? Io non credo al caso; esiste un minimo comune denominatore che lega uomini uniti dall’amore per il Dio Mare. Uomini mentalmente forti, coraggiosi, intelligenti, disciplinati, positivi, perseveranti, altruisti, tenaci, ma capaci di rimanere sempre con i piedi per terra dinnanzi alla potenza della natura. Che, quando la invocano, le danno sempre del «Voi». Consapevoli  del fatto che, come scrisse Joseph Conrad, «non c’è niente di misterioso per un marinaio se non il mare stesso, che è padrone della sua esistenza e imperscrutabile come il destino».

 

Èquello stesso coraggio, spirito di avventura, eroismo, amore e altruismo che trovo nel rileggere le affascinanti avventure di Tintin, il piccolo reporter belga dal ciuffo biondo (esattamente come l’inafferrabile Kairós…) che ha conquistato intere generazioni di lettori. Ma pochi sanno che questo personaggio da fumetto non è una invenzione fantastica che la magica matita di Georges Remi, in arte Hergé, ha messo su carta, ma che il disegnatore si è ispirato infatti all’amico Léon Degrelle, personaggio scomodo che (pure lui!) la storia ufficiale ha sempre tenuto ai margini. Tintin entrò nella mia vita alla fine degli anni 50; all’epoca vivevo a Losanna, i giornali e i libri che mia madre comprava e mi leggeva raccontavano delle sue avventure, del fido Milù, di capitan Haddock, e in poco tempo divenne così il mio giornalino di riferimento.

 

Un reporter, Tintin, che sin da piccolo mi ha affascinato, conquistato, da cui ho imparato. Oggi, 50 anni dopo, osservando molti genitori (incolti) che lasciano i loro figli dalla mattina alla sera, al ristorante come in spiaggia, in balia di fumetti demenziali e di cartoni volgari, brutti, pacchiani, fatti male e sempre più violenti, beh, sono sempre più convinto del fatto che se leggessero loro le avventure di Tintin, potrebbero insegnargli qualcosa. Che cosa? Imparare a diventare uomini coraggiosi e non dei codardi, ad amare e non a odiare, comprendendo e difendendo i valori dimenticati da questa società. Imparerebbero a capire il mondo attorno a loro. Imparerebbero a capire, per esempio, che in Turchia non c’è stato nessun golpe, piuttosto una teatrale messa in scena attraverso la quale il sultano

 

Erdogan potrà giustificare l’ultra islamizzazione di un Paese che da Atatürk in poi ha fatto della laicità la propria forza. Penso di saperne abbastanza di militaria per affermare che se i vertici dell’esercito turco avessero deciso di sbarazzarsi di Erdogan, non avrebbero agito con questi modi da operetta. Non avrebbero mandato per le strade quattro blindati con a bordo ragazzini ventenni privi di inquadramento, di credo, più che pronti al sacrificio pronti piuttosto ad arrendersi all’arrivo dei primi manifestanti. Dove sta la disciplina? Dove sta la perseveranza, per tornare a Visin e a Degrelle, che sola può portare al compimento di grandi imprese, anche a costo del sacrificio? Quello a cui abbiamo assistito è la conferma che bisogna tornare a riflettere sul passato e su quelle figure capaci di trasmettere un’idea di vita improntata sui valori. Ritornare alla storia e ai suoi volti, quelli noti e quelli rimasti oscuri. Ma attraverso le gesta dei quali, oggi, ci è consentito costruire il futuro.

Franz Botré