Editoriale

agosto 2018

DI Franz Botré
Franz Botré
Franz Botré
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Direttore ed editore
Tempo medio di lettura: 13' 30''

Le carte geografiche raccontano e spiegano come il mondo sia cambiato nei millenni, nei secoli. Ma mi affascinano soprattutto perché raccontano anche come sia cambiata la visione del mondo. Ogni mappa è un’enciclopedia di sapere. Mi hanno sempre conquistato, per anni sono state fonte di sana ispirazione, di creatività e di immensa fantasia. Nella mia libreria, accanto a vecchi e nuovi libri geografici e geopolitici, conservo tante carte nautiche a ricordo e testimonianza delle immersioni compiute nei mari del mondo: dall’amato Mare Nostrum al Mar Rosso, dai Caraibi alle insenature della costa a nord di Vancouver, dai mari delle Maldive, frequentati per trent’anni, a Mauritius, dalle Seychelles sino all’Oman. Un libro a me caro e che conservo con cura è un vecchio Atlante Geografico Metodico dell’Istituto Geografico De Agostini, curato dal professor Luigi Visintin. Lo conosco a memoria, pagina dopo pagina, cartina dopo cartina. Per molti anni quell’Atlante fu il mio luogo di evasione, il mio iPhone, il mio computer, il mio iPad. Era il mio grande lusso. Mi fu regalato da mia madre nel 1960 per il mio primo giorno di scuola. Questa mattina, dopo tanti anni, l’ho aperto. Sulla prima pagina vi è scritto di pugno da mia madre: Botré Francesco Classe IB. Scorrendo le pagine, ho la piacevole sensazione di ritrovare e tornare a giocare con un vecchio compagno di scuola.

 

Quando lo sfogliavo mi soffermavo a guardare e leggere le foto, le cartine, gli elementi di astronomia, la climatologia, la tettonica terreste, la visione del planisfero, le razze, i popoli e le loro lingue, l’Italia e le sue Regioni, l’Europa e le sue nazioni, l’Asia, l’Africa, le Americhe, l’Australia, le terre polari. L’ho sfogliato migliaia di volte, fermandomi su ogni cartina, su ogni foto, su ogni spiegazione, così per anni e anni. Ogni lettura un viaggio; anzi, pensandoci, fu proprio da quel momento che iniziai a viaggiare. Dal nord al sud, dall’est all’ovest, nei deserti o tra i ghiacci, ogni pagina era per me una bellissima fiaba. Ero un fantasioso esploratore dell’Ottocento, sempre pronto a partire per nuove avventure, con la sana fame di conoscere, vedere, sapere, vivere. In otto anni ho fatto il giro del mondo senza spendere una lira! E ho imparato che spesso, nella vita, immaginare vale più di sapere. Non ho mai vissuto le carte geografiche come strumenti della scienza, piuttosto le ho sempre percepite come mappe collegate ai massimi sistemi del potere, dell’autorità e alla creatività legata all’evoluzione dei tempi. Basta rileggere, dopo 58 anni, il vecchio Atlante per capire come le mappe siano cambiate, come continuino a modificarsi. Così come sono cambiati i confini, le nazioni, i poteri, le popolazioni, le loro culture. Un libro che conservo sulla mia libreria, molto più recente del vecchio Atlante, è del 2013 e vi consiglio di leggerlo. Si intitola La storia del mondo in dodici mappe e l’ha scritto Jerry Brotton (edito da Feltrinelli).

 

Interessante seguire il cambiamento della percezione del globo attraverso i secoli, la storia dell’uomo, la tecnologia, le guerre. Fa riflettere su una cosa: quello che non cambia mai è questa Italia! Mi sorprende, infastidisce, delude questa mancanza del senso dello Stato, della Patria. Una nazione che ha compiuto 150 anni dalla sua costituzione e che non ha ancora capito niente di niente. Questa incomprensibile voragine o mancanza si traduce in comportamenti privi del minimo senso del rispetto per le regole e per le persone, dalle questioni più piccole a quelle più grandi e importanti. Non passa giorno senza che nei miei va e vieni milanesi svoltando in via Saffi o in via Zenale, così come in via Leopardi o in via Francesco Ferrucci, manchi l’occasione e l’appuntamento con il destino di trovarmi sdraiato sul cofano il solito (o la solita) imbecille di turno. Che sbattendosene l’anima delle regole, di tutto e tutti, percorre con la sua bicicletta o motorino la via in controsenso. E attenzione, guai rimarcare l’infrazione o il pericolo: ben che vada ti prendi un sano vaffa. La mia tentazione sarebbe quella di fare retromarcia e fare come fanno Aldo, Giovanni e Giacomo: pfrrt, e poi ancora pfrrt. 

Ho stilato una mappa, anzi una classifica degli indisciplinati, menefreghisti e maleducati che vanno oltre le regole del Codice stradale e dell’urbanità: vincono i ciclisti, seguiti dagli scooteristi e dagli Smartisti. Tutte e tre le categorie appartengono alla banda di frustrati del traffico e dall’evoluzione tecnologica dei mezzi di trasporto. Un popolo di strafottenti, di geni pronti a tutto, anche a farsi investire pur di arrivare prima del prossimo. Ma il peggio, come ho visto e rilevato in via Leopardi, è che tutto questo avviene davanti agli occhi dei vigili urbani, intenti a parlare e fumare (in quattro con due macchine): uno scooter e due biciclette in contromano, io che suono il clacson, impreco, mi scappa qualche «per bacco, per bacco»; loro si voltano, guardano la situazione dall’alto in basso e tornano a parlare e fumare. Della serie, chi se ne frega. Professionisti dell’ordine capaci solo di rilevare infrazioni e fare multe per chi parcheggia in divieto di sosta. Multe giuste e sacrosante, ma dovrebbero essere altrettanto inflessibili nei confronti delle suddette tre categorie di idioti che ormai invadono Milano. 

 

Giriamo la pagina dell’Atlante, ed ecco una persona che involontariamente (?) ha cambiato la mappa del nostro Paese: parlo di Mario Monti quando assunse la carica di capo del Governo. Un professore di economia con alle spalle cinquant’anni di studi sapeva bene (?) che penalizzando la nautica, i produttori di auto di qualità e i prodotti/accessori di alta gamma in generale, avrebbe sì fatto piacere ai tanti votanti invidiosi che odiano «i benestanti», ma avrebbe anche dato un colpo ferale alle produzioni e ai servizi che affermano il nostro Paese nel mondo e generano valore diffuso e condiviso. D’altra parte sapevano perfettamente i suoi predecessori e successori che le coccole alla frammentazione delle imprese, anziché alla loro aggregazione (per dar vita a economie di scala, sostenendo le possibilità di innovazione e internazionalizzazione) avrebbe ridotto la competitività del sistema, ma favorito la raccolta dei favori di tanti votanti… Ancora una volta nessuna politica per lo Stato, ma la goffa e spasmodica ricerca dei voti, in una continua campagna elettorale che guarda solo al consenso, anziché al Bene degli italiani.

 

E via con le migliaia di assunzioni nella Pubblica Amministrazione e con le promesse (recenti) di un demenziale «reddito di cittadinanza» che minano non solo la sostenibilità del sistema ma anche la nostra credibilità internazionale. Nel passato recente poi, la politica può contare su un nuovo potente alleato, sull’unico vero fattore aggregante della nostra Nazione: no, non il lavoro o la famiglia; non il credo religioso e neppure il calcio. L’invidia. È facile convincere le centinaia di migliaia di giovani fancazzisti, che non studiano né lavorano, le altrettanto popolose schiere di incompetenti e pigri para-lavoratori sindacalizzati che solo un sistema inetto e garantista (solo per loro, peraltro) non è capace di espellere o emarginare, che «uno vale uno». Anzi, secondo questa mentalità bacata, se un individuo ottiene risultati è solo perché è un corrotto o un corruttore, è un disonesto o ha amici «in alto». Se poi è una donna, è perché «l’ha data via». E avanti così, a sproloquiare di tutto e di tutti senza impegnarsi a costruire niente.

 

Chi ha successo, anche se piccolo, non ottiene consenso e non diviene un esempio; risulta al contrario il polo aggregante dell’invidia. Un parafulmine al malcontento. Andare in piazza un giorno sì e l’altro pure a urlare «onestà», e non «competenza», equivale a sostenere che (come nel mondo folle e sanguinario di Pol Pot) l’imbelle nullafacente, proprio perché non ha mai fatto nulla (e dunque non ha mai avuto l’occasione di essere disonesto) è il miglior governante possibile. Mi domando se l’universo degli invidiosi preferirebbe farsi operare da un cardiochirurgo onesto oppure da uno competente. Che dite? In questo quadro desolante, dove il sondaggio di oggi prevale sull’obiettivo della nazione di domani, alligna e si riproduce l’assenza del rispetto. Un paio di settimane fa ero a cena con alcuni amici (di quelli veri) e parlavo con un loro ospite, un imprenditore sessantenne, bulgaro. L’età è importante, perché rivela il suo aver vissuto nel suo Paese il periodo della dittatura comunista. Cercavo di spiegargli (nonostante il suo sbigottimento) che in Italia esiste una parola che cela una violenza inaudita e il totale spregio delle regole del vivere civile e dei diritti dell’individuo. Mi riferivo al termine «cautelare».

 

La custodia cautelare; il sequestro cautelare. Ovvero, azioni intraprese dalla Giustizia (?) contro la libertà del singolo, senza che un Tribunale si sia espresso in modo consapevole e informato, attraverso una rispettosa dialettica delle parti (accusa e difesa). È una follia frutto di un sistema forcaiolo populista. Beh, la cosa che ho scoperto è che in Bulgaria questa «usanza» non esiste più fin dalla caduta del muro di Berlino. Così come negli Stati Uniti: prima di spedire Madoff in prigione per più di cent’anni, il signore in questione è rimasto libero fintanto che un Tribunale non l’ha condannato in via definitiva. Nel nostro Paese la pubblica accusa e sempre più spesso gli «autorevoli» colleghi della stampa decretano sentenze prima ancora che un qualsiasi Tribunale si sia espresso. Qualche esempio? Enzo Tortora, Gabriele Cagliari, le maestre della scuola di Rignano non hanno insegnato nulla… E tanto meglio se il poveretto in questione è personaggio per qualsiasi ragione noto o famoso: allora il tintinnar di manette e il sequestro preventivo danno letteralmente l’orgasmo agli invidiosi nullafacenti.

 

Ma votanti! Chissà mai che domani o dopodomani a un qualche magistrato, tanto per cambiare, venga voglia di mettersi a fare politica. È così che mutano e si modificano le mappe del Belpaese. Una mappa che non mi piace per niente, un modo di vivere e affrontare la vita che non mi appartiene, perché sono uomo nato e formato dalla disciplina, con una bussola che indica punti cardinali precisi, netti, che non consentono indugi, zone d’ombra in cui imboscarsi, piccole o grandi trattative. Patria, Dovere, Etica, Onore, a segnare le quattro direzioni fondamentali per far sì che, in una società che affonda sempre più miseramente verso il basso, la mia vita continui a puntare in alto, al meglio, al bello, al buono. Per orientare la propria rotta tra queste coordinate, ecco messi in mappa altre quattro parole guida: il Credo, quella forza fatta di consapevolezza che ti permette di guardare e andare oltre gli ostacoli, o quelli che ai pavidi sembrano ostacoli; la Famiglia, un’ambito all’interno del quale i valori si formano, si tramandano, vanno oltre il tempo e spesso lo spazio (come sto constatando da padre che si è trovato ad avere una figlia a Barcellona, a percorrere la sua rotta, con le sue forze, e un figlio che a sua volta sta costruendo una sua famiglia autonoma, indipendente, libera); il Merito, che è il riconoscimento delle capacità e dell’ingegno personale, ma anche dell’impegno che si mette ogni giorno in quel che si fa con passione; infine, la Cultura, quella che ci rende unici come italiani, e che spesso ci dimentichiamo di avere seguendo falsi miti senza storia e senza radici.

 

Ecco, riflettendo su questa mia bussola mentale, e quotidiana, mi accorgo che alla fine la mia vita e il mio mestiere sono questo: fare un giornale significa tracciare ogni mese una mappa, una carta nautica con coordinate e rotte, indicando dove stanno le secche della codardìa, dove i pirati, per evitare gli squali e le piovre o di arenarsi sugli scogli della corruzione. Ma anche una mappa che indica dove si possono ammirare splendidi coralli. In questo numero presentiamo una ricerca quali-quantitativa, condotta su un campione di 500 lettori di Arbiter, dalla quale emergono i gusti, le passioni, le curiosità di chi ogni mese sfoglia questo giornale scoprendo o confermando una rotta lungo la quale indirizzare la vita. E allora, da marinaio-comandante, cresciuto con lo spirito di Carlo Fecia di Cossato, di Angelo Belloni, di Luigi Ferraro, di Teseo Tesei, non mi resta che dirvi: «Issate le vele, barra al centro e alla via così». Le tempeste non ci spaventano, perché ci fanno crescere.

 

Franz Botré