Editoriale

aprile 2017

DI Franz Botré
Franz Botré
Franz Botré
-
Direttore ed editore
Tempo medio di lettura: 7' 20''

Come ben sappiamo, uno dei punti focali dell’eleganza maschile è il corretto equilibrio e la giusta armonia che esiste, c’è e sta, tra l’orlo di un pantalone, la calza e la scarpa. Sempre e comunque nel rispetto dei tempi, dei luoghi, delle condizioni, delle occasioni sociali, del singolo giorno, per ogni singolo soggetto. Nel rispetto di se stessi, della pertinenza dell’essere, tralasciando quella dell’apparire.

 

L’apparire, così come l’autostima, sono infatti i modi più efficaci che l’uomo utilizza per entrare in contatto con gli altri, per farsi vedere, notare. Nulla di nuovo sotto il sole: è la funzione della moda e delle mode dare una forma sociale più o meno condivisa, per emulazione o per opposizione, alla rappresentazione di sé. Così come spesso accade, anziché trovare accorgimenti e dettagli che ci rendano unici, ci affanniamo a rincorrere quegli elementi che ci rendono tutti simili, e i modi di abbigliarsi diventano così scontati, ma «di moda». Per la maggior parte delle persone è un processo naturale, perché le persone psicologicamente tendono seguire e uniformarsi, sia nel modo di esprimersi, di essere, di comportarsi, sia nel vestire, alle persone considerate di «rango superiore», quelli catalogati oggigiorno come vip. Un tempo, nemmeno tanto lontano, 15, 20 anni fa, gli esempi erano le classi di raffinata cultura, i nobili, i grandi attori internazionali, gli imprenditori e manager di fama internazionale. Si tratta di un mondo superato. E, anzi, oggi le cosiddette Very Important People sono nella quasi totalità dei casi le meno indicate a porsi come riferimento per l’uomo Arbiter.

 

Guardatevi intorno, accendete il televisore, sfogliate un rotocalco e vedrete questi supposti maestri di eleganza: attori, calciatori e cantanti. Non ci siamo. Come dimostra il fatto che noi i nostri riferimenti di stile ce li andiamo a cercare ogni mese fuori dal caravanserraglio dei famosi, e li troviamo tra i professionisti: avvocati, medici, professori, manager, giovani e meno giovani. Gente comune, ma che ha fatto della ricerca e della qualità, anche nell’abbigliarsi, una passione, con cultura e sensibilità. Ecco chi sono i nostri modelli. Persone come noi, ed è naturale che sia così. La componente psicologica, nel delicato equilibrio tra l’apparire e l’essere, va infatti unita a quella psichica, che si innesca nell’uomo nel momento del vestirsi, perché è un atto che fa scattare il meccanismo della competitività, sia sociale sia sessuale. Il fatto è che è cambiato l’uomo. Tutti i giorni mi rado la barba (con pennello e una o cinque lame) così come tutti i giorni riservo attenzioni alla camicia, al gemello, alla cravatta, alla giacca, all’orologio, al pantalone, alla calza (sempre e solo per la vita, blu!) e alla scarpa.

 

È la mia divisa quotidiana, sempre più spesso anche per il week-end. Tutto questo è molto strano, sapete perché? Perché se cammino per le strade e osservo le persone che mi passano al fianco, non faccio che vedere e notare uomini, giovani e ragazzi che indossano e si vestono di tutto ciò che per cultura non gli appartiene. Anzi, che molti detestano, contestano, non capiscono. Sembrano compagnie pronte a partire per il Vietnam, per l’Iran, tutti addobbati da capo ai piedi da modelli di concezione militare. Field-jacket, camicie kakhi, giubbotti mimetici, da aviatore, chinos con cento tasche, eskimo, zaini da fanteria, per non parlare degli anfibi, una vera mania, soprattutto portati in estate a oltre 30 gradi, slacciati e senza calze. Un immenso esercito di riformati, che hanno dovuto mimetizzarsi camuffandosi da maschi per cercare di affrontare e contrastare un esercito composto da Donne vere, dalla spiccata personalità e inserite dalla vita in nuovi ruoli.

 

È un classico esempio di come la moda abbia saputo plasmare a suo favore quanto è di fatto già accaduto nella società, in Italia come nel mondo. Sacrificando secoli di storia della cultura maschile e del bel vestire sull’altare della praticità, dell’urbanizzazione, dell’omologazione, spingendo e schiacciando l’eleganza verso il basso. Questo perché sono venute meno tutte le diverse tipologie di uniformi, quelle che contraddistinguevano e sottolineavano una vita maschia del vestire, fatta di rispetto e disciplina, di eleganza e virilità.

 

Va da sé che il tutto attecchisce con più facilità negli uomini che operano, vivono e sono affascinati da questo sistema, che sono predisposti a seguire le chimere e le logiche dettate dalla moda. La cosa non mi appartiene e non mi è mai appartenuta. Anzi, vi devo confessare che apprezzo e che mi piacciono le caviglie, scoperte, depilate e abbronzate, ma quelle che appartengono al sesso femminile. Ecco perché non mi sono mai posto il quesito se mettere o non mettere il calzino. Per me la calza è come la cravatta, come l’orologio, è un punto focale dell’eleganza maschile quanto la giacca e la scarpa. Vi dirò di più: la calza sta alla scarpa come la camicia sta alla giacca. Ma voi andreste in giro con la giacca a contatto diretto con la pelle, senza la camicia? Oggi vediamo sempre più pantaloni all’acqua alta, modello Venezia, che arrivano a metà di polpacci maniacalmente depilati: trovo tutto questo un cambiamento epocale del concetto di virilità.

 

Peggio ancora è vedere spuntare gli orridi fantasmini, quelle aberranti mutande da piede che fanno capolino tra la scarpa, la caviglia e l’orlo del pantalone. Abbiate pazienza, ma non hanno nessun diritto di entrare nella cabina armadio di un uomo. Vi confesso che anche a me succede alcune volte di non mettere le calze. È quando cammino sulla spiaggia, quando sono ospite in barca (anche perché con le calze scivolerei), quando mi tuffo e faccio una nuotata, quando faccio apnea e quando faccio la doccia. Le calze, dopo, le ho sempre ai miei piedi, perché la scelta del calzino segna la distanza tra l’essere e l’apparire. Strette, alte, che arrivino perfette un dito sotto il ginocchio, di cotone o in lana cruda, di cashmere o di seta, in estate come d’inverno, in montagna e al mare, persino quando faccio le immersioni metto i calzari, prima delle pinne. Non c’è fashion che tenga: a tutto c’è un limite, e la calza è proprio, forse, quell’ultima strisciolina di virilità che segna questo confine.

Franz Botré