Editoriale

aprile 2018

DI Franz Botré
Franz Botré
Franz Botré
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Direttore ed editore
Tempo medio di lettura: 6' 5''

Progettare, creare e realizzare un giornale periodico è cosa ben differente e diversa dal dirigerlo. Può sembrare uguale ma è diverso, molto diverso. Se poi ne sei anche l’editore, beh, allora l’impresa diventa veramente impegnativa, ardua e complicata. Anzi, diciamo pure che devi essere un pazzo masochista. Soprattutto se non hai contatti, conoscenze e «amici» nel mondo dell’alta finanza, della politica e del sistema bancario. È un mondo inversamente proporzionale, più contatti hai e meno problemi avrai. Non è un caso se proprio negli ultimi tempi abbiamo assistito a veri e propri scempi di quotazioni di aziende senza capo né coda, di aggregazioni e di pastrocchi editoriali improbabili. Sarà per i miliardi immessi sul mercato finanziario dai Pir, i Piani individuali di risparmio, risorse ideate per sostenere (giustamente) lo sviluppo di piccole e medie imprese sane, fondi che invece circolano come ufo nello spazio e non si sa bene dove siano destinati ad atterrare. Sarà per l’Aim, per Borsa Italiana, per la Consob… certo sarà, ma non ci capisco più nulla, anzi, per la verità lo capisco perfettamente! Come dicono qui a Milano: tiremm innanz.

 

Come dicevo, non basta essere un bravo inviato o un bravo giornalista scrivente: per fare questo mestiere, oggi più che mai, devi essere un professionista completo, devi saper gestire la mente, la mano e la materia con grande pertinenza. Devi saper vedere, capire e interpretare la vita a 360°. Devi vedere e dare retta a tutto e tutti. Devi sapere, saper fare e saper far sapere cosa vuoi comunicare e a chi. Escludo da questo mio pensiero i quotidiani, giornali e imprese editoriali che agiscono con logiche simili ma diverse, diverse ma spesso simili. Devi, alla fine dei conti, essere un architetto, un designer del giornale e più in generale della comunicazione. Se penso a Direttori che hanno creato e diretto periodici di grande eccellenza per linguaggio, grafica e immagine come Amica, Vogue, Donna, Mondo Uomo, Annabella, Moda, King, La Voce, Salve, Sette, Max, Vanity Fair, Myster, Playboy, Epoca, Airone, AD, BellItalia, non posso prescindere dal citare veri e propri artisti come Flavio Lucchini, Vittorio Corona, Paolo Pietroni ed Ettore Mocchetti. Tutti professionisti usciti da una scuola etica ed estetica che sapevano e sanno fondere le idee, il linguaggio della cultura e della parola con quello grafico e dell’immagine. Veri Art Director, costruttori di giornali.

 

È a questo tipo di professionisti, al loro stile di lavoro e di pensiero, che guardo ogni giorno quando penso, immagino, ragiono su un servizio, o su un numero di un mio giornale. Nasce un’idea e subito nella mia testa diventa uno spazio bianco che via via si popola di ingombri, di «pesi», le fotografie, un segno grafico, il titolo, l’assonometria delle colonne di testo… è una magia che ogni volta mi incanta, mi diverte e mi appassiona, da più di quarant’anni ormai è sempre identica, non mi stufa proprio mai, anzi. Poi quell’idea, potrei dire quella visione, chiama la mia mano ad agire. Un foglio bianco, oppure un notes, un quaderno, e soprattutto una matita, ben appuntita, oppure il mio fedele Stabilo OHPen Universal, punta fine e tratto deciso.

 

Sono questi gli strumenti che da sempre sono miei compagni nel dare forma a queste visioni nitide, ben chiare in testa, che diventano pagine, schizzi, appunti e varianti che popolano il mio brogliaccio. Un lavoro costante, silenzioso, durante il quale mi isolo (per mezz’ora o per un giorno intero) dal mondo, dalle sue rogne, dalle sue grane, dai tanti opportunisti che mi circondano e mi rubano tempo, energie, pazienza. Io e la mia matita: così mi tuffo quotidianamente in un oceano di storie, persone, idee da raccontare, costruendo intorno a loro quelle architetture perfette (o quasi) che diventano servizi per i miei giornali, fino all’architettura suprema, il giornale completo, che si sfoglia dalla prima all’ultima pagina con ritmo e armonia dove nulla è lasciato al caso, dove ogni mattoncino, ogni tegola, ogni finestra è proprio lì dove deve essere.

 

È proprio raccontando a un grande architetto come Hani Rashid, in occasione di una colazione insieme, come immagino, costruisco e realizzo i miei giornali che è nata l’idea di questa copertina, e di questo numero di Arbiter. A metterci in sintonia è stata proprio la forza insostituibile della matita come strumento capace più e meglio di ogni altro di collegare il cervello e le idee alla realtà. Di dare forma ai pensieri, di dare loro una costruzione logica ed emotiva, di trasformare un’architettura etica in una costruzione estetica. Parlando con Rashid prima, e poi con un altro giovane ma promettente protagonista dell’architettura contemporanea come Simon Kretz, approfondendo il loro mestiere di architetti, questa consonanza è apparsa subito lampante.

 

Poi, come mi hanno confermato, entra in campo la tecnologia con tutta la sua fin eccessiva potenza, che aiuta, che velocizza i processi, che consente di ottimizzare il lavoro. Ma all’inizio di ogni opera, che sia una pagina di giornale o il masterplan di una megalopoli da 50 milioni di abitanti, c’è sempre quel gesto di mettere nero su bianco, di tracciare linee e forme, di dare un senso (ovvero una direzione) al pensiero, che resta fondamentale. Un progetto, qualsiasi progetto, nasce da questo atto unico e assolutamente umano: non per niente, siamo l’unica specie dotata di pollice opponibile. E a che cosa serve questo lusso se non, prima di tutto, a impugnare una matita?

Franz Botré