Editoriale

dicembre 2016

DI Franz Botré
Franz Botré
Franz Botré
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Direttore ed editore
Tempo medio di lettura: 7' 25''

Il 25 dicembre è il giorno di Natale. Piaccia o non piaccia, è per noi, e per me, la festa dei valori della nostra cultura, quella occidentale, o almeno dovrebbe esserlo. Se non che, negli ultimi decenni, ci siamo persi il significato di questa festa tra le paludi e le nebbie del politicamente corretto, della par condicio e del consumismo sfrenato. E così presepi, angioletti, buoi e asinelli, per non parlare della statuetta di Gesù Bambino, sono stati estromessi dalle scuole e dalle piazze cittadine: simboli cristiani che potrebbero infastidire, guai turbare le coscienze, sarebbe estremamente politically uncorrect, non sarebbero garantite le pari opportunità. Fenomeni (beceri) dell’evoluzione, virus complessi, pericolosi, sono una sorta di cocktail di batteri che uniscono la menzogna, l’ipocrisia, la codardia, la bugia. Virus sempre più dilaganti, che ormai hanno contagiato la nostra società, distruggendo in un ventennio la civiltà conquistata in duemila anni di storia. Ma guardatevi attorno: dove sono i presepi e le immagini del bambinello? Ormai molti non sanno più nemmeno cosa sia.

 

Ha vinto Santa Claus. Per strada vedi solo delle grandi e sbarluccicanti palle colorate, alberi adornati in modo improbabile, renne, bandiere di pace e tanti segni di buon anno, di buona fortuna. Regali, poi regali e solamente regali? Dove ci siamo persi il Natale? Cosa è rimasto del Natale, della nostra cultura, della nostra storia? Che il 25 dicembre fosse la data della nascita di Gesù fu stabilito dal calendario romano nel 335 d.C. La data fu calcolata rispetto ai nove mesi dall’Annunciazione (25 marzo), e la data della Natività avrebbe da quel dì in poi sostituito l’antica festa del sole, festa pagana, che viene così assorbita dalla cultura cristiana e ricompresa nei suoi valori. La festa del sole, festa della luce, era già di per sé un inno alla vita. La vita che nasce, per eccellenza, non poteva che essere simboleggiata da quella del Bambin Gesù.

 

Chiedo perdono per la digressione, ma credo che guardare alla storia sia fondamentale per capire il nostro presente. Per comprendere come quelle che oggi sembrano ormai tradizioni superate, quasi superstizioni, in realtà sono la linfa cui attingono le nostre radici. Sono il fondamento di quel che siamo oggi. Ecco perché il 25 dicembre è e resta il fulcro della nostra cultura («Festus Natalis Dies»), della nostra storia, depositato ormai da millenni nel profondo del nostro cuore, della nostra memoria, nel nostro Dna. Ancora oggi a Roma, sui muri delle catacombe di Domitilla si può osservare un dipinto di una Madonna che ha appena partorito e tiene il Bambino tra le braccia, con a fianco un profeta che indica una stella.

 

Dobbiamo tornare a scavare dentro di noi per ritrovare le nostre radici, il nostro credo. Questo vale per tutti coloro che hanno fede, ma anche per coloro che, come me, con il passare del tempo coltivano qualche dubbio. Troppe persone negative che ho avuto accanto e tanti fatti accaduti hanno logorato nel corso degli anni e cercato di spegnere dentro me la fiamma e la gioia che dà la Natività, il Natale. Ammetto che per qualche tempo ci sono anche riusciti, ma certi valori e certe tradizioni non si possono dimenticare, perché nessuno può tacere e occultare la storia o resistere al richiamo di quei giorni, di quella promessa d’amore, perché ogni qual volta nasce una vita, è la vita stessa che rinasce. Un tema chiave in un’epoca di morte, nel confronto con civiltà che esaltano la morte.

 

Pensare al Natale vuol dire rivivere tempi e valori dimenticati, vuol dire chiudere gli occhi e rivedere tua madre, ricordare i momenti più belli di quando eri bambino tra le sue braccia; la felicità, la gioia e le aspettative che almeno una volta all’anno ti avvolgevano e illuminavano l’esistenza. Non ditemi e non spiegatemi nulla: quello che so e che provo, ormai istintivamente, è che quando arriva il Natale e sento certe musiche, vedo un bambino, guardo negli occhi i miei figli e respiro l’aria di casa mia, sento sempre un magone latente che mi soffoca. La stessa sensazione che provo quando guardo per la ottocentesima volta il film di Frank Capra con James Stewart, La vita è meravigliosa. Sento esplodere in me la positività, il senso di appartenenza e pertinenza ai veri valori, gli stessi tramandati dai bisnonni, dai nonni, dai genitori. E ora giunti a me. Torno a rivivere e capire più del solito che cosa significhi la responsabilità di essere padre, il riconoscere gli affetti e il calore che ti dà una famiglia; la casa torna finalmente a essere un luogo dove vivere è bello.

 

Per contro, esiste il rovescio della medaglia di questa società contagiata dal virus sopra descritto della negatività, della mancanza di valori, rappresentata magistralmente dal film di Mario Monicelli, Parenti serpenti. Ogni volta che lo rivedo rido, mi diverte, perché so che quel virus non attecchirà mai nella mia famiglia. Non ci credete? Chez Botré esiste solo una legge: credere, obbedire e combattere. Sempre! Vivere il Natale significa insomma per me condividere con le persone più care un momento di gioia. Dedicare loro tempo, tempo vero, di qualità, riscoprire il piacere di vivere, con gli altri, il proprio kairós.

 

E significa anche leggerezza (finalmente!), dopo un anno passato tra impegni, corse qui e là per il mondo, preoccupazioni. Fare un regalo in occasione del Natale significa per me donare un qualcosa che strappi la dolcezza di un sorriso. Non sono mai cascato nella nevrosi da regalo, nell’ansia da acquisto che inchioda la maggior parte delle persone quando arriva dicembre. Trovo anzi sia il primo passo verso quella perdita di valori veri che ho detto. Però al contempo mi piace preparare tante piccole o grandi sorprese per le persone che mi sono care. Sorprenderle, stupirle, far capire che proprio in quel momento ho pensato a loro. Così come amo essere sorpreso da quel regalino cui non avevo pensato, che rappresenta una scoperta: noi uomini in fondo siamo fatti così, possiamo essere capiti solo da chi sa cogliere i dettagli. È un gioco, decisamente natalizio, che ho voluto condividere in questo numero di Arbiter, scegliendo alcuni inaspettati «toys for boys» per lui, e dando qualche suggerimento agli uomini che fino all’ultimo non sanno come sorprendere le proprie Jackie.

Franz Botré