Editoriale

aprile 2015

DI Franz Botré
Franz Botré
Franz Botré
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Direttore ed editore
Tempo medio di lettura: 11' 35''

Chi mi conosce da tempo, sa che il concetto delle tre M, mente, mano e materia, regna da sempre in me. Espressione della cultura del fare, del saper fare, e del fare sapere. Sintesi racchiusa in una parola: artigianalità. Un amore nato nel lontano settembre del ’69, in una piccola tipografia, componendo e associando carattere dopo carattere; così mi sono innamorato della mia professione e di una parola magica, che ha stregato 46 anni della mia vita: giornale. Erano ormai quattro anni che mi prudevano le mani, e le meningi. Volevo rimettere mano al mio giornale. Più passava il tempo e più quel contenitore faticava a contenere la mia evoluzione. Nel magazzino, come nel box, nel ripostiglio, così come in cantina, o nella libreria, piuttosto che nella scarpiera o nella cabina armadio, non ci stava più nulla. A meno che non fossero «cose» piccole. Mi sentivo ormai soffocare. Tutto mi andava maledettamente stretto. Tutto ciò che volevo fare era impedito dagli spazi, determinati nel progetto del 2001. Quale miglior occasione dell’Expo per cambiare? Questa voglia di innovare, rinnovare, mettere a punto quanto già ho collaudato in 35 anni di professione… La sentivo come un’esigenza inderogabile, inappellabile, simbolo di un cambiamento, al passo con i tempi, che rigenera, rende migliori, pur senza mai rinnegare quanto di bello e di buono ho costruito nel passato. 

 

Se Monsieur è stata «la rivista dell’uomo extravagante», ovvero di chi condivide registri diversi cercando più domande che risposte, Arbiter è un laboratorio, libero dalla servitù del relativismo. Nel suo asse ereditario, figurano sia l’italianità sia l’internazionalità, sia l’eleganza sia la moda; più di modi, che di moda. Un vero e proprio «magazzino» dove sapersi emozionare ancora dinanzi ai sensi, dove incontrare persone e idee che raccontino i valori del passato, nella contemporaneità. Sfogliando il giornale troverete alcuni esempi di come eravamo 80 anni fa. Sia Monsieur che Arbiter sono nati tra gli anni 20 e 30 del ’900, nell’età aurea del Classico.

 

Fu in quegli anni che si tracciarono le linee guida della cultura dell’eleganza maschile, esteriore e interiore, compresi gli accessori: dal fumo all’orologio, dall’aereo al treno, dall’architettura al design. Dal  1927 al ’34 in Italia esisteva un solo giornale di questo tipo: Lui, per l’uomo italiano, che poi seguendo la grande e fondamentale evoluzione dell’uomo cambiò nome e fu chiamato Arbiter Elegantiarum, rivista di vita maschile. La locuzione fa riferimento ben preciso all’abbigliamento. Palese il richiamo a Publius Cornelius Tacitus, che illustrò la storia e la vita dell’impero romano, nel corso del I e II secolo dopo Cristo, con grande capacità di ritrarre l’animo degli uomini. Raccontò con parole sue la vita e le abitudini aristocratiche più etiche che estetiche del politico e scrittore Tito Petronius Niger, conosciuto come arbiter elegantiae. Lo devo ammettere: ciò che ho studiato e letto nel tempo è confermato dall’emozione e dal piacere che ho provato nel leggere e sfogliare la raccolta dei numeri di Arbiter degli anni che vanno dal 1935 al ’42, dal 1947 al ’60. Un’esperienza unica che ha veramente impressionato non solo me ma tutta la redazione. 

 

Devo però ammettere che il divario culturale, in generale, espresso negli anni che precedettero il ’40 rispetto ai successivi è imbarazzante. Confermo: La Storia siamo Noi! Ringrazio la Fondazione Zegna, e Anna, che mi ha permesso di «vivere» per giorni in Casa Zegna, dove è conservato l’archivio Zegna e anche la collezione della rivista, un’esperienza unica. Rivedere e rileggere la storia, quella vera, in un Paese che ha dimenticato le proprie origini, di quando eravamo una Patria, un popolo di gente più «bella»… Quante cose belle e sane abbiamo stupidamente affossato, sacrificato, distorto, occultato! Arte, letteratura, design, princìpi, manifatture, architettura, serietà, moda, artigianalità, valori. Dal 1945 è stato tutto preso e gettato nella spazzatura. Perché? In nome di che cosa? Era giusto? Non credo. Basta osservare la Germania e il Giappone, come hanno gestito il passato, il presente e il futuro. Arbiter è il «giornale di piaceri e virtù maschili».

 

Introdurre quest’ultima parola, impegnativa e pesante, «maschili», tra tante molto più leggere, è stata una scelta ben ponderata, che mi e ci imporrà un ruolo ben più arduo. Perché non basterà spiegare, dire, enunciare, rispondere, raccontare: si dovrà trovare un modo di educare, o quanto meno di mostrare cosa sia l’educazione al senso civile e morale. Per fare questo non basterà essere preparati e colti, maestri o professori, bisognerà essere d’esempio. Una vera e propria missione, sostenuta dalla tenacia e dal credo, che deve passare attraverso la credibilità e la reputazione, sempre con massima coerenza. 

 

Monsieur è stato creato su un progetto circolare, in cui ogni settore della vita è equivalente, in quanto equidistante dal centro. In sostanza, è il gusto dell’uomo di gusto. Arbiter, anche se privato dalla classica locuzione «Elegantiarum», per non sbilanciare troppo il riferimento sull’abbigliamento, si sviluppa invece seguendo la figura ideale di una piramide, che ha per base, sì, il vestire. Una figura che ha dato vita a una mia riflessione, ragionata e studiata. La quadratura del cerchio, il nuovo assetto del giornale, così ridisegnato. Vedete, da tanti anni ormai assisto a lanci e rilanci di centinaia di testate. In sostanza nulla cambia mai, tranne la grafica o i formati dei giornali (sempre più piccoli per mille ragioni…), ma la costruzione architettonica del pensiero e dei contenuti, quella no, resta la stessa, pittata con altri colori, ma senza reali cambiamenti. La cartina al tornasole di quel che dico? Osservateli.

 

Nel breve tempo di sei mesi tornano come prima, al punto di partenza. Molti direbbero, come va di moda oggi ogniqualvolta un soggetto racconta la sua idea, «la filosofia del…». Non scherziamo, nessuna filosofia dietro il progetto di Arbiter, ma tanto pensiero, e confronto, quello assolutamente sì. È molto semplice. Al giorno d’oggi, che tu produca un vino, una scarpa, un mobile, un abito, una macchina o un giornale, un punto d’arrivo deve essere sempre al vertice estremo del nostro triangolo di costruzione. Senza mai distrarsi e perdere di vista l’obiettivo: la Qualità  e l’Emozione. Il fattore QE è fondamentale.

 

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Esso nasce nel vertice in basso del triangolo, dalla profonda cultura Etica: sarà questa a determinare e creare il vertice contrapposto al piede del triangolo, quello Estetico. In sostanza, l’Estetica è la consecutio dell’Etica. Le due, insieme, elevano lo spirito della vita verso l’alto, verso il vertice QE. Quello che conduce verso questo vertice è un percorso che riguarda tutti, nessuno escluso, rispetto alla posizione sociale in cui vive. Perché mai dovremmo vivere tutti allo stesso modo, pareggiati verso il basso? Questo appiattimento e abbruttimento della vita sembrava per molti la normalità. No, non mi sta bene. Tutti uguali, forse, ma vivendo al vertice. E badate bene, non è questione di denaro, ma di cultura! Del resto, emozione, etica ed estetica, collegati con l’esperienza emozionale, osservata solo nella dimensione del «qui ed ora», è una visione piccola, effimera. Sigmund Freud direbbe che si tratta di puro «processo primario», vale a dire una scarica immediata della pulsione. Per contro la cultura, l’arte, la tradizione e la storia rappresentano la stratificazione dell’esperienza umana.

 

Grazie a loro il vissuto emozionale si fa più sfaccettato e assume un grande valore radicato, profondo, ragionato. Freud direbbe che in questo caso è il «processo secondario» ad affermarsi! Del resto, nello sviluppo ontogenetico dell’individuo «la storia» è rappresentata prima di ogni cosa dalle relazioni con i genitori. Attraverso l’esperienza del triangolo edipico, il bambino si fa uomo imparando l’etica del rispetto della legge del Padre e perfeziona il suo gusto estetico riconoscendo la Madre come oggetto del suo amore; è in questa fase che impara a dilazionare e a dare un valore al Piacere che possa trascendere l’immediato e l’effimero. 

 

Seguendo questi ragionamenti, pensieri e geometrie, ho tramutato Monsieur in Arbiter. Dalla naturale scissione a ritroso della formula geometrica ho ottenuto un triangolo, un quadrato e un cerchio. Simboli di perfezione, profondi, zen. Universali, tradizionali, idea delle divinità, materici, un punto di partenza. Queste figure geometriche comporranno mese dopo mese il giornale attraverso le idee, i sensi e le persone. Guidate dall’Etica che determinerà l’Estetica, per un giornale che ogni volta lo sfogliate e leggete possa Emozionarvi e cedervi quella Qualità che tutti noi in redazione perseguiamo. Un giornale di cui essere orgogliosi, da esibire, perché coerente e pertinente a Voi. Un giornale uguale a prima, ma diverso.Del resto, ognuno di noi è quello che legge.

 

Il primo numero di Arbiter, non a caso, lo dedico a Charles-Edouard Jeanneret-Gris, più noto a tutto il mondo come Le Corbusier. L’architettura e l’urbanistica saranno il suo destino e la sua gloria, ma amava definirsi «uomo di lettere». Non si diplomerà mai in architettura, perché aveva una visione più ampia di quella disciplina, legata più alla cultura dell’Umanesimo che alla tecnica. Un pensiero in cui arte, progetto dei dettagli, architettura, urbanistica, teoria, religione e letteratura erano visti come una semplice entusiasmante unità, al centro esisteva l’uomo.

Franz Botré