Editoriale

ottobre 2017

DI Franz Botré
Franz Botré
Franz Botré
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Direttore ed editore
Tempo medio di lettura: 6' 30''

Di tutte le mie esperienze positive, ma soprattutto negative, con il passare degli anni ne ho fatto un vero e proprio tesoro. E da questo tesoro ho tratto quella che da molti anni è la mia regola di vita, che posso riassumere nel concetto: meglio meno, ma meglio. Una regola che applico a ogni situazione e occasione, non tralasciando mai di mettere al centro, sempre, la bellezza, la bontà e l’eleganza.

 

Se la bellezza abbiamo la facoltà di crearla e di possederla, l’eleganza e la bontà possiamo solo evocarla o riprodurla. Ricercando, senza mai perderli di vista, due aspetti fondamentali: la qualità e l’emozione. Questo insieme di criteri, nel limite del possibile, deve rispondere a tutto ciò che scelgo o che faccio, un’automobile, uno Champagne, una scarpa, un orologio, un abito, un sigaro, un ristorante, una rivista. Ciascuno di questi beni racchiude un mondo, ed è in grado di appagare e svelare le sue meraviglie solo a chi abbia davvero maturato la passione, la conoscenza e la pazienza di sapere attendere e aspettare.

 

Attendere deriva dal latino «ad-tendere», che può essere tradotto in italiano con diverse sfumature, «tendere a», «volgere a un termine», «aspirare». È curioso e significativo come anche il termine «aspettare» per esempio in spagnolo si traduca con «esperar», richiamandoci alla memoria il fatto che aspettare in fondo significhi anche «sperare». Come molto spesso accade, la radice delle parole ci svela lunghi percorsi del pensiero umano. Di conseguenza, chiunque voglia e desideri ottenere il meglio dalla vita, qualcosa che sia bello, buono ed elegante, deve essere disposto ad attendere, deve essere capace di aspettare.

 

Ma non basta, poiché occorrono decine di anni per apprendere l’arte del sapere, del conoscere, dello sperimentare, anche dello sbagliare, senza vergognarsi di quegli errori che aiutano a crescere e migliorare, anzi. Nei primi anni conterà la ferrea disciplina, poi con il passare del tempo servirà far maturare il talento, raffinare l’esperienza. Per giungere alla conclusione che l’estetica non è altro che la diretta conseguenza dell’applicazione dall’etica, dalla conoscenza, dalla cultura del sapere, del fare e del saper fare. 

 

È attraverso questa «filiera» di intelligenza esperienziale e culturale che nascono beni di consumo unici, quelli che solo guardandoli, indossandoli, toccandoli, annusandoli sanno emozionarti e trasmetterti un profondo senso di gratificazione qualitativa e di estrema eleganza. Più passa il tempo e più mi rendo conto che il saper aspettare è un concetto ormai fuori moda; ma per uno come me, che la moda non l’ha mai inseguita, questo è un non problema. Da tempo infatti ho saputo prendere le debite distanze da chi ha posto come parola d’ordine della propria vita l’avverbio «adesso», da chi vive quotidianamente con lo stress del «tutto, ma subito», abituato ormai a soddisfare le sue scelte con un semplice clic su un sito di e-commerce. È un mondo e un modo di vivere che rifiuto, che non mi appartiene.

 

Così come non mi appartiene tutta quella categoria di «new-rich», uomini e donne privi di gusto e cultura che sanno solo apparire ostentando beni di consumo, l’unico vero valore dei quali sta nei tanti zeri del costo, senza aggiungere nessuna reale eleganza in ciò che portano, indossano, guidano, bevono, fumano. Che si nascondono e sdoganano il loro essere dietro al prezzo inutilmente eccessivo di un capo di moda appariscente. Il peggio del peggio lo vedo e lo noto quando viaggio in aereo, soprattutto nei viaggi intercontinentali. In business class c’è una fauna di abbrutiti egocentrici unica al mondo. Uomini, ma ormai anche tante donne e ragazze (ahimè!), che hanno sacrificato sull’altare dell’apparire, della praticità, della moda, del kitsch e del volgare oltre 2.000 anni di storia del costume, dell’eleganza, del fascino e della bellezza dell’essere. Tutti illusi di far credere agli altri, e a loro stessi, di appartenere a una tribù, solo per il fatto di indossare tutti un certo capo, lo stesso orologio, calzando la stessa scarpa o portando la borsa in un certo modo, in un certo contesto. Nessuno di loro vuole rinunciare a sentirsi «speciale»: è commovente osservare come ciascuno, seduto al proprio posto, si atteggi come se fosse il primo fortunato ad aver indossato la tal cosa, l’unico a possedere in originale quell’oggetto, o il più furbo perché l’ha acquistato con il 50% in meno. 

 

Il bello è poi osservare come in un ristorante alla moda, o in aereo, tutti risultino vestiti allo stesso modo, anche se però, dal proprio punto di vista soggettivo, ciascuno sia convinto di essere e di apparire originale. Quello che non hanno capito queste persone è che alle vette elitarie dell’eleganza, dello stile, del gusto, del fascino e, perché no, della moda, non si arriva per nascita, né tanto meno grazie al denaro. È un percorso difficile ma non impossibile, comunque accessibile a tutti, purché si attinga da un solo inesauribile serbatoio: quello della bellezza intrinseca.

 

Se ci riflettete, è come per il denaro: tutti possono averne, ma nessuno ne possiede mai abbastanza. Quello che voglio ribadire è che se un bene di consumo è elegante, buono e bello, lo sarà per sempre. Ognuno di noi può crescere ed essere arbiter del proprio stile, della propria eleganza, senza mai farsi condizionare dalla moda e dalle disponibilità economiche. Perché chi ha recepito e fatto suoi i sacrosanti codici etici, estetici, qualitativi ed emozionali, applicandoli e rispettandoli con ferrea disciplina, avrà in tasca un passepartout universale, e il piacere di sapere come ottenere il meglio dalla vita.

Franz Botré