Editoriale

aprile 2016

DI Franz Botré
Franz Botré
Franz Botré
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Direttore ed editore
Tempo medio di lettura: 10' 15''

Le regole esistono e sono state create per facilitare il corso della vita. Semplice no? Se tutti le rispettano, tutti vivono bene. Concetto, e compitino, facile. Facile per me, perché fin dalla nascita ho convissuto e ho imposto a me stesso le regole che mi hanno insegnato i vari maestri di vita. Certo è che se mi guardo attorno e annuso l’aria che quotidianamente respiro, da nord a sud, sento un nauseabondo fetore di carogne, con uno spiccato retrogusto di vigliaccheria, tendente alla codardia e alla disonestà. Nulla di nuovo sotto il sole: è la sintesi degli ultimi quattro secoli di storia della Penisola.

 

Quando mi fermo e ci rifletto, sono sopraffatto da un grande senso di sconforto, di impotenza; come uomo, come giornalista e come imprenditore posso solo rabbrividire. Passano pochi attimi e riprendo il controllo, la lucidità. Da dentro mi parte l’urlo di battaglia, che da quando avevo otto anni ha accompagnato la mia vita: Memento Audere Semper! Anche se parte dell’infanzia l’ho vissuta in Svizzera, a Losanna, chi mi conosce sa quanto ami Milano, la Brianza e soprattutto l’Austria, molto più della Germania. Di conseguenza è facile supporre e pensare quanto sia amante dell’ordine e della disciplina dell’acciaio. Regole che esercito quotidianamente su me stesso e che esigo da parte di tutti, nel rispetto di tutto e tutti; tra le mura di casa così come in redazione, per la strada o tra la folla che mi circonda. Leggendo i quotidiani e vedendo qualche telegiornale, mi rendo sempre più conto che la maggior parte dei colleghi, anche quelli che «contano», amano buttare in prima pagina articoli e argomenti inesistenti, insostenibili, veri e propri faziosi castelli di carta basati e creati sulla becera polemica, fondata sul nulla, che a nulla porta. Il peggio è che alimenta la schiera dei minchioni (vedi la definizione che ne dà il Devoto Oli/Le Monnier) che a vent’anni credono ancora a Babbo Natale. Ormai viviamo criticando e polemizzando gratuitamente su tutti e su tutto il mondo che ci circonda. Ma sapete che siamo rimasti l’ultimo paese «civilizzato» a comportarsi in un modo così ignobile e irresponsabile?!? Mi spiego meglio.

 

Come asserisce il presidente del Consiglio Matteo Renzi, l’Italia del Nord e in particolare quella del Nord-est, va meglio della Germania, cioè la nazione più forte economicamente d’Europa. Ha perfettamente ragione. Ma vado oltre: immaginate una nazione che parta dalla Baviera, scenda a Vienna per poi arrivare a Milano, passando da Trieste, Venezia e Verona? Tutta esperienza per la prossima vita. Ciò che ha detto Renzi non è per nulla una stupidaggine. Anzi, come scrissi tre anni fa, spero che stia sempre più vicino al pensiero tedesco, almeno ha una visione di come opera e agisce una nazione seria e ordinata. Basti vedere e leggere le bordate che stanno sparando contro Renzi tutti i vecchi parrucconi, che per più di 70 anni si sono fatti solo i cavoli loro. In difesa delle loro ideologie, dei loro partiti, dei loro interessi personali, delle loro aziende e delle aziende degli amici; sbattendosene altamente delle esigenze della Nazione, del buon senso che andava applicato per andare oltre, per risolvere i problemi dell’Italia. Tutti lì per anni e anni a difendere se stessi in barba al buon senso, decidendo cose che andavano contro gli interessi del popolo ma esaltavano i loro pensieri, la vittoria ideologica. Tutti uguali da sinistra a destra al centro. Bella roba: tutti a farsi i cavoli loro alle spalle di tutto e tutti, sindacati irresponsabili compresi. 

 

Sono ancora lì a parlare e a dividere il mondo tra sinistra, centro, destra e alternative varie. Ridicoli e patetici. C’è un mondo che viaggia a duemila all’ora e questi stanno ancora lì a decidere con logiche già obsolete 30, 40, 60 anni fa. Ma basta! Quel mondo lì, per fortuna, non c’è più! Cosa hanno quindi da contestare e rimproverare oggi al presidente del Consiglio? Almeno il dottor Renzi (che per come la vedono ancora i vecchi parrucconi sarebbe dall’altra parte della mia barricata), piaccia o non piaccia, guarda dentro ai problemi e alle esigenze del Paese. Vero, 100 ne pensa e 10 ne fa, ma vivaddio qualcosa fa! Anche perché coloro che lo hanno preceduto negli ultimi 30 anni non erano certo dei Quintino Sella… Sta cercando di seguire ciò che ha fatto la Germania dopo la Prima e Seconda guerra mondiale, dopo la riunificazione, creando una forte economia industriale e una nazione salda, cercando di mantenere sempre la rotta e un fulcro ben preciso, l’interesse della nazione, del popolo. Sono stati capaci e hanno saputo perdere le guerre, ma non la dignità di popolo. Non fraintendetemi, anche lì ci sono furbi, i ladri e i codardi, a tutti i livelli, politici e amministratori compresi (molto meno che da noi), ma con una grande e sostanziale differenza: chi sbaglia, paga e sparisce dal palcoscenico. Qui diventano tutti primattori e star. Ma secondo voi da dove deriva l’efficienza milanese e lombarda? Semplice, da Wenzel Anton von Kaunitz.

 

Non fatevi ingannare dal nome, non è tedesco ma è austriaco. È da anni che volevo parlare di lui, raccontarvi chi era l’uomo che nel ’700 ha disegnato e progettato Milano. Attorno ai 40 anni Kaunitz divenne cancelliere e responsabile della politica estera di ben quattro imperatori austriaci, da Maria Teresa a Giuseppe II e da Leopoldo II a Francesco II (ovvero dal 1753 al 1793). Quando Maria Teresa lo incaricò di studiare Milano e tutti i suoi problemi, abilmente e con intelligenza li affrontò uno dopo l’altro, con ordine e disciplina. All’epoca Milano era molto peggio, per esempio, di Napoli e di Palermo; dopo un secolo e mezzo di dominio gli spagnoli avevano lasciato una città umiliata sotto tutti i punti di vista, quella Milano descritta nei Promessi Sposi da Alessandro Manzoni. Gli austriaci arrivano nel 1714 a Milano, trovano una città allo sfascio, abitata da sfaticati, bari, sudici, ladri, evasori incalliti, fuori controllo. In poco più di 40 anni Milano riassume il suo ruolo primario sul piano architettonico, culturale, economico ed etico. Basta dare uno sguardo retrospettivo alla Milano kaunitziana per capire i tangibili benefici sociali, politici e fiscali portati dal principale esponente del dispotismo illuminato e fautore delle riforme nell’Impero di Maria Teresa.

 

La città cresce intorno a uomini unici come Giuseppe Piermarini (!), Pietro Verri, Cesare Beccaria, Giuseppe Parini e Ruggero Boscovich. Senza dimenticare il famoso Mailänder Kataster, la monumentale opera di censimento di tutte le proprietà fondiarie del Ducato di Milano, che ha costituito il Catasto teresiano. Nacquero diverse istituzioni fondate o patrocinate dal governo austriaco, dal Teatro alla Scala all’Accademia di Brera (ex convento confiscato ai Gesuiti), dalla Biblioteca Braidense alla Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde, per poi seguire il completamento del Duomo e la realizzazione della Villa Reale di Monza. Non so chi sarà il nuovo sindaco di Milano, mi auguro però che non sia di sinistra, di destra, di centro o di pinco pallo: mi auguro che sia una persona per bene, sensibile, ricco di contenuti etici e di buon senso. Quello che vorrei è che andasse a studiarsi come eravamo, chi ha messo le basi e perché ha fatto diventare grande Milano, e ricordarsi di dedicare uno straccio di via o piazza a Wenzel Anton von Kaunitz!

 

Vorrebbe dire dare un segnale importante di valorizzazione delle radici più vere e autentiche della città, per una Milano che continua a essere al centro del mondo, vivace nell’elaborare e proporre quella cultura che è diventata in molta parte la base teorica del made in Italy che il mondo ammira e desidera. Una città che proprio ad aprile mostra tutta la sua forza di attrazione globale con il Salone del Mobile: un evento nato per raccontare la capacità del saper fare della città e di quel suo hinterland allargato, la Brianza, dove da secoli lavorano i più bravi artigiani-falegnami del mondo. Un tessuto industriale grazie alle commesse del quale hanno potuto emergere geni creativi come i fratelli Castiglioni e la generazione di architetti e designer che dal 1930 in poi hanno saputo tradurre in oggetti di vita quotidiana l’intelligenza italiana.

 

La copertina che dedico ad Achille Castiglioni vuole riportare l’attenzione su persone autentiche che con studio, passione, ma anche con leggerezza hanno davvero dato un contributo fondamentale alla crescita del nostro Paese (un aspetto da sottolineare, in anni di personaggi costruiti dal marketing che appena disegnano un birignao vengono definiti «designer» e vivono il loro quarto d’ora di celebrità senza lasciare davvero nulla dietro di sé, nulla che possa diventare patrimonio comune…). Durante la settimana del Salone, Arbiter porterà un racconto di questa «cultura del ben fare» in un luogo simbolo della città di Milano, la casa di Alessandro Manzoni: uno spazio quasi sacro, in controtendenza rispetto alle location fashion e di moda dove pascolerà il popolo del Fuorisalone. Qui il grande don Lisànder ha scritto le opere immortali che hanno raccontato in maniera insuperabile proprio quello «spirito di Milano» che collega nei secoli soggetti diversissimi, ma unici, come il Kaunitz e Achille Castiglioni.

Franz Botré