Editoriale

maggio 2017

DI Franz Botré
Franz Botré
Franz Botré
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Direttore ed editore
Tempo medio di lettura: 6' 45''

Basta leggere la prima pagina di un quotidiano di qualunque schieramento e di qualsiasi area politica di appartenenza, direi addirittura di qualsiasi nazione, per capire come ormai tutti siano arrivati alle stesse conclusioni: questa società è in default. Questa è una verità lampante, anche se mai apertamente dichiarata, che perdura ormai da anni. È infatti in corso un inarrestabile sgretolarsi della civiltà, o di quel poco che ne rimane. Contemporaneamente, assistiamo inermi a un decadimento della moralità, dei valori. L’Europa arranca e si squaglia come neve al sole, il terrorismo mina la nostra libertà, mentre le «grandi» potenze tornano irresponsabilmente a minacciarsi. Stiamo vivendo in un mondo capovolto, sottosopra.

 

Dove a prevalere e rimbalzare è una sensazione che io trovo avvilente: quasi che il progresso fosse una piaga, oppure solo un’illusione. Siamo caduti e naufragati nella palude del conformismo, della massificazione, del politically correct, dell’uguaglianza, della par condicio, della furbizia, dell’incompetenza, dei senza vergogna, della democrazia. Ecco la parola incriminata: democrazia, ormai ridotta a mangime per le frustrazioni del popolo. Parola con cui a tutti piace confezionare la poca voglia e la codardia di guardarsi con onestà allo specchio, nascondendosi per non vedere le profonde rughe e cicatrici che il tempo ha lasciato sul volto della società.

 

Che tutte le belle (e false!) speranze con cui si infiocchettavano i concetti di libertà, uguaglianza, democrazia fossero destinate a una triste rovina era abbastanza intuibile, prevedibile, direi quasi evitabile. Lo compresi attorno al 1973, due anni prima (di avere l’onore) di servire militarmente la mia Patria. Erano gli anni post ’68, nella società e nelle sezioni di partito si stava preparando il salto politico italico, il tanto inseguito passaggio dalla Dc al Pci. Capitava spesso in quel periodo che andassi a Losanna a trovare mio padre. Curiosando in sala, sugli scaffali della libreria trovai un libretto: era di piccolo formato, all’interno conteneva tantissimi pensieri e aforismi di un professore di letteratura francese, estetica e filosofia che visse a metà dell’800 a Ginevra: Henri-Frédéric Amiel.

 

Lessi qualche frase: «Mille cose avanzano, novecentonovantanove regrediscono», e poi ancora: «La verità pura non può essere assimilata dalla folla, si deve propagare per contagio». Ne fui rapito. Mi sedetti in poltrona e divorai voracemente quel volumetto: fu per me, in quel preciso momento storico e della mia vita, una scoperta illuminante. Il mattino seguente andai in centro, in place de la Riponne, alla Bibliothéque Universitaire: volevo approfondire e conoscere tutto di Amiel. Trovai tutto quello che mi era necessario per capire, conoscere, sapere. Un’infanzia e una giovinezza difficile, fitta di tragedie personali. Questa la vita di Amiel che emerge dalla sua biografia, ma lui, lucido, continua a guardare lontano, trova nella città di Calvino tutte le chiavi per capire e interpretare passato, presente e futuro, alla ricerca dei valori della contemporaneità. Quei valori che già iniziavano a scricchiolare.

 

Due passaggi su tutti, del suo monumentale Journal Intime: «Le masse saranno sempre al disotto della media. La maggior età si abbasserà, la barriera del sesso cadrà e la democrazia arriverà all’assurdo rimettendo la decisione intorno alle cose più grandi ai più incapaci». Frase lapidaria, vera forse più oggi che allora. Pensate al nostro mondo politico, a quello industriale, a quello delle relazioni internazionali. Vogliamo parlarne? Ma la sua frase più famosa è quella che scrisse dieci anni prima di morire, nel giugno del 1871: «Sarà la punizione del principio astratto dell’uguaglianza, che dispensa l’ignorante dall’istruirsi, l’imbecille dal giudicarsi, il bambino dall’essere uomo e il delinquente dal correggersi».

 

Ma non smette, va oltre: «Il diritto pubblico fondato sull’uguaglianza andrà in pezzi a causa delle sue conseguenze. Perché non riconosce la disuguaglianza di valore, di merito, di esperienza, cioè la fatica individuale: culminerà nel trionfo della feccia e dell’appiattimento. L’adorazione delle apparenze si paga». Notazioni attualissime che costringono e obbligano tutti noi a interrogarci. Che cosa intendiamo quando parliamo del concetto di «uguaglianza»? Perché è un tema così sensibile, da difendere a spada tratta, senza ragionare sul fatto che uguaglianza significa appiattimento (spesso verso il basso), annullamento di tutte quelle differenze che stimolano la curiosità, la crescita?

 

Aprire un dibattito su questo, sul valore della disuguaglianza, è un gesto controcorrente, ma dove farlo se non qui, su queste pagine? Evitate infatti di cercare il libro di Amiel: in Italia non c’è, non viene più stampato dagli anni 50, perché le sue verità sono come rasoiate, fanno male, fanno pensare. Del resto, come diceva da Lugano Giuseppe Prezzolini: «L’Italia va avanti perché ci sono i fessi. I fessi lavorano, pagano, crepano. Chi fa la figura di mandare avanti l’Italia sono i furbi, che non fanno nulla, spendono e se la godono».

 

Come non capire e stare dalla parte di Amiel e Prezzolini? Forse è maturato il tempo di creare il partito dei fessi, un regno dei fessi, una repubblica dei fessi! Federale o no, uguale è. Fessi ma ribelli. Fessi ma non coglioni. Fessi ma sempre dritti, mai proni. Fessi ma sempre alla ricerca del valore positivo che dà la disuguaglianza. Perché non se ne può più dell’Illuminismo radical-chic, dell’essere tutti uguali, di questa mediocrazia che ha ucciso l’etica del merito e 2mila anni di storia.

Franz Botré