Editoriale

febbraio 2016

DI Franz Botré
Franz Botré
Franz Botré
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Direttore ed editore
Tempo medio di lettura: 7' 20''

C’è una parola che unisce e contraddistingue noi italiani da tutto il resto del mondo: eleganza. Dal nord al sud, dall’est all’ovest viviamo attorno a questo sostantivo femminile, a questo fulcro magico, a questa locuzione latina: elegantia. O, meglio ancora, alla radice della parola che arriva dell’antica Roma: «eligere». Cioè scegliere. In questo termine è racchiuso un significato ben preciso; un orizzonte di senso molto ampio e profondo, che definisce un modo d’essere, di pensare, che va ben oltre al modo di vestire, di abbigliarsi. Questo è ciò che penso e scrivo, è l’elemento qualificante e distintivo della mia persona, la caratteristica comune che mi lega ai miei nobili collaboratori e, soprattutto, a tutti gli attenti, sofisticati ed educati lettori di questo mensile.

 

Riguardo al fatto che sia una cultura diffusa non metto certo la mano sul fuoco, soprattutto se guardo alla cultura maschile (?) espressa da tanti altri mensili che parlano di uomini distanti dal mio concetto di eleganza, perché la moda, il fashion non mi appartengono. No grazie! Perché il peggior nemico dell’eleganza, ovvero di questa capacita di eligere, di scegliere con cultura e pertinenza, non è certo la globalizzazione, l’appiattimento mondiale di gusti e di pensiero che gioca a renderci tutti uguali. Chi dice questo è colui che cerca e accampa scuse pur di non ammettere la verità. Perché il vero tarlo è l’ignoranza, quella volgare e fasulla imitazione di modelli abietti, eccessivi, pratici, kitsch, molto lontani dalla equilibrata misura che porta alla naturale eleganza. Quest’ultima tocca le sfere più sensibili e raffinate della vita, il portamento, i valori, i gesti, l’urbanità, il modo di esprimersi. Inevitabilmente coinvolge il gusto, la personalità, l’educazione. Infatti, non a caso, l’educazione è come l’eleganza: se non c’è l’hai non puoi certo fingere di averla.

 

Sarà capitato certamente mille volte anche a voi (ammetto  che, personalmente, mi succede sempre più spesso): quando sei in giro per il mondo, da Los Angeles alle Maldive, da Hong Kong a Mosca, ma anche a Parigi, di sentirsi chiedere, con una sorta di ammirazione più che di constatazione: «Are you Italian?». Ogni volta rispondo Yes, Yi, Oui, Ja, Da con grande soddisfazione e orgoglio. Ma come fanno a riconoscerci senza che abbiamo pronunciato una sola parola? È evidente: perché dentro alla nostra spontanea eleganza percepiscono e ritrovano la storia antropologica e artistica italiana.

 

Vedono e riconoscono il nostro gusto innato nel saper comprendere come accostare i colori, il nostro istinto naturale nella capacità di sperimentare i tessuti, i relativi tagli, come coordinare magistralmente gli accessori. Dall’abbinamento tra giacca, camicia e cravatta, piuttosto che dall’intrigante polsino con il gemello della camicia in sintonia con l’orologio, o dalle proporzioni che legano il fondo e il taglio dei pantaloni con il modello della scarpa armonizzati alla cromia della calza.

 

Così si plasma e cresce il fascino italico, così si erge la nostra bellezza, quella naturale, vera, che da oltre 20 secoli si nutre di conoscenza, di sapere, di cultura. I francesi la chiamano «nonchalance». Il segreto sta nel suo essere perenne. È da molti mesi che volevo dedicare la copertina a questo tema, anzi all’uomo che duemila anni fa ha dato vita e creato le basi di tutto questo pensiero e modo di essere: l’Arbiter Elegantiarum per eccellenza, Tito Petronius Niger. Furono gli scritti di Publius Cornelius Tacitus, nel primo secolo dopo Cristo, a farci conoscere la vita quotidiana del primo Impero, e i personaggi che la caratterizzarono. Tra questi Petronio, Arbiter di ogni eleganza, che visse nella cerchia più ristretta della corte imperiale, anzi fu addirittura l’istitutore dell’adolescente Nerone. Fece una brillante carriera politica, e fu lui a scrivere quello che viene considerato dagli storici il maggior romanzo che c’è pervenuto dal mondo latino, il Satyricon.

 

Insomma, Petronio era qualcosa di più di un «semplice» modello di eleganza per l’epoca. Era un uomo nel senso più ampio del termine, un modello di stile di vita, una vera e propria guida all’arte di vivere, del pensare a 360 gradi, per tutti, ma sopratutto per l’imperatore, che lo considerava in tutto e per tutto «arbitro» di ogni sua azione o pensiero, negli eleganti atteggiamenti quotidiani quanto negli scritti poetici.

 

Ecco perché ancora oggi l’essere italiani costituisce una patente di eleganza riconosciuta in tutto il mondo. Un grande plusvalore, un vero e proprio vantaggio competitivo per la nostra nazione. Il merito va a quell’uomo con la tunica. Come rendere omaggio e dare un valore artistico a questo personaggio, Petronio, il cui volto si è perso nel giro dei secoli? L’idea l’ho trovata in un battito di ciglio. Lo rappresenterò attraverso un’immagine antica, ma moderna: commissionerò un mosaico. Sì, ma a chi lo faccio fare? Semplice, ho attinto dalla conoscenza dei mestieri d’arte, e ho scelto la massima istituzione che, non solo in Italia ma possiamo dire nel mondo, rappresenta l’eccellenza in questa particolarissima arte, la Scuola Mosaicisti del Friuli di Spilimbergo.

 

Qui giovani da tutti il mondo vengono per imparare una tecnica antichissima, massima espressione della capacità di unire mente, mano e materia nella produzione di un manufatto unico. C’è voluto tempo, mesi, perché quella musiva è un’arte che richiede saggezza e pazienza, perché i materiali devono vivere, e riposare, per dare il loro meglio. L’undicesima copertina di Arbiter è nata così, pietra dopo pietra, non nell’atelier di un artista-pittore, ma in una scuola d’eccellenza, dal dialogo tra maestro e allievo (anzi, allieva), con strumenti semplici e senza tempo.

 

Al di là del risultato finale, sorprendente, ho amato questa copertina fin dal primo momento proprio per questo percorso fatto di tanti singoli giorni, di piccoli progressi portati avanti un frammento alla volta. Pezzi di pietra scelti ogni volta diversi per la loro forma, lucentezza, spigolosità. Scelti, appunto, «eletti» dalla mano sapiente dell’artista. Ecco che anche nell’opera che vedete in copertina c’è tanto di quella sapienza che distingue gli Arbiter di oggi. Valori del passato che continuano a essere vivi nella contemporaneità.

Franz Botré