Editoriale

febbraio 2017

DI Franz Botré
Franz Botré
Franz Botré
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Direttore ed editore
Tempo medio di lettura: 7' 45''

Fin dall’infanzia ho cercato sempre di ascoltare e assorbire come una spugna, tutto da tutti. poi la sera, nel mio letto, riflettevo e ripassavo al setaccio della mia anima, della mia educazione e della mia giovane cultura, tutte le cose che nel corso della giornata mi avevano affascinato, stupito, amareggiato, erudito. Quindi, con il pugno, strizzavo forte forte la spugna, facendo cadere e fuoriuscire tutto ciò che non mi apparteneva, che consideravo negativo e nocivo per la mia esistenza, per quella presente ma soprattutto per quella futura. Così facendo ho imparato, conosciuto, selezionato e mi sono evoluto con grande velocità.

 

Questo modo di affrontare l’esistenza è talmente radicato in me da essere ormai diventato una vera e propria disciplina e regola di vita. Ci sono persone che nel corso della vita ti lasciano nella spugna, nel cuore e nel cervello, una traccia profonda e indelebile del loro sapere. Sul momento lo percepisci, lo apprezzi ma non sai, né tanto meno riesci a immaginare, la ricchezza che queste persone ti stanno dando, quanto quel che resta nella tua spugna in quel momento ti coinvolgerà, plasmerà, segnerà, modificherà e darà forma all’uomo e alla personalità del tuo essere. Sono quei Maestri che per fortuna o per sfortune la vita ti ha fatto conoscere. Gli anni 60 hanno segnato, caratterizzato e determinato molto del mio futuro, così come hanno segnato quello del Paese. Nel ’61 ero alle elementari, nel ’67 frequentavo le medie, il 18 settembre del 1969 ho iniziato a lavorare. Proprio alle medie, alla Casa Natale Pio XI, ebbi modo di conoscere professori e assistenti fantastici, tutti sotto la ferrea direzione di un uomo unico: don Antonio.

 

Tra questi assistenti c’era Diego, un ventitreenne geniale quanto indeciso, mezzo prete, laureando in storia dell’arte o al Conservatorio, non ricordo bene. Sta di fatto che dopo le lezioni, nelle ore di studio raccontava l’arte e la pittura attraverso la musica e viceversa. Mi fece conoscere, apprezzare e immaginare la vita raccontandomi la musica di Modest Petrovicˇ Musorgskij. Mi diceva: «Ascolta, chiudi gli occhi, inizia a immaginare, a disegnare, colorare, fotografare, filmare, scrivere. Non senti che Musorgskij ti sta dettando?!?». La prima musica che ci fece ascoltare fu Una notte sul Monte Calvo. Chiusi gli occhi, pensai, immaginai, colorai. Quella notte dormii malissimo, con la zucca assediata da spiriti maligni e demoni che volevano portarmi via. Andò meglio, anzi benissimo, quando mi fece ascoltare la suite per pianoforte Quadri da una esposizione, una vera iniezione di piacere e di adrenalina per l’anima e per il cervello.

 

Così ho imparato ad apprezzare, analizzare, conoscere l’arte, facendola passare sempre dalla famosa spugna magica. Diego mi ha affascinato e coinvolto raccontandomi del giovanissimo Petrovicˇ, di come e perché fosse entrato sin da giovanissimo (come allora ero io) nella scuola militare russa, di come da giovane ufficiale conobbe un grande musicista, Dargomyžskij, che a sua volta gli fece conoscere altri cinque musicisti, i quali tutti insieme crearono la Scuola nazionale di San Pietroburgo, meglio conosciuti come «il Gruppo dei Cinque». Le sue lezioni mi coinvolsero, acculturarono, ma non mi fecero scattare nessuna molla.

 

Quella molla che invece scattò, facendomi impazzire, e mi trascinò allorché iniziò a raccontare la storia, agli inizi del Novecento, di un altro gruppo di cinque artisti. Mi raccontò di Boccioni, Carrà, Russolo, Severini, Balla, guidati del poeta e scrittore Filippo Tommaso Marinetti e del loro Manifesto futurista, degli 11 punti e dei principi cardine di quel movimento, del modo di concepire l’arte, la modernità, il coraggio, l’audacia, la ribellione, la guerra, l’amore, la patria, l’automobile, il volante, la corsa, la bellezza della velocità. Tutto quello che leggevo e vedevo rapì la mia mente, il mio cuore, il mio corpo. Non avevo ancora compiuto 12 anni, ma avevo capito che cosa mi piaceva e cosa cercavo dalla e nella vita. Due anni dopo, avevo perfettamente in testa cosa avrei voluto fare da grande: ciò che faccio oggi. Iniziai a lavorarci. Da quel dì le arti, l’amore, la patria, l’audacia, le auto, le corse e la velocità divennero il mio credo.

 

Furono proprio i futuristi a vedere nell’auto il simbolo di una nuova cultura, facendo della velocità una vera e propria rivoluzione. Sempre attuale, oggi come allora, il futurismo racchiude in sé il culto del tempo veloce, del dinamismo. Una religione, che è diventata oggi il parametro etico ed estetico della modernità. Scriveva infatti Marinetti: «Se pregare vuol dire comunicare con le divinità, correre a grande velocità è una preghiera». Pensate, malgrado la demonizzazione e repressione negativa attuata in tutto il mondo negli ultimi decenni, al significato di ciò che racchiude questo sostantivo femminile. A quante grandi aziende utilizzano in positivo nelle loro campagne pubblicitarie il vocabolo «velocità» per affermare la bellezza, la magnificenza, le prestazioni, l’eccellenza dei loro prodotti? Dal web alle banche, dalle automobili alle compagnie aeree, sino alla letteratura, all’arte. La velocità è contemporaneità, è efficienza, è essere agili di cervello, è afferrare al volo concetti e opportunità. «Per cultura, tutti vogliono essere veloci», spiega John Baldessari, il grande artista concettuale americano che riflettendo sul tema della velocità e dell’auto ha realizzato per Arbiter la nostra copertina.

 

L’abbiamo incontrato per un’intervista esclusiva a Los Angeles, mentre trasformava con la sua arte un’auto da 585 cavalli destinato a correre in pista alla Rolex 24 Ore di Daytona. Ecco un film che ritorna. L’arte che riflette sul mondo, che usa il concetto di velocità come chiave di lettura per raccontare la contemporaneità. E che inevitabilmente mette al centro della scena un’automobile, simbolo e significato di tutto questo. Quanto l’automobile sia una passione che fa parte della mia vita, ho già raccontato in tantissime occasioni. Che l’automobile oggi, tra guida autonoma, tecnologia sempre più invadente, limiti e vincoli alla circolazione, sia diventata ormai, nella quotidianità, quasi una frustrazione, è evidente. Per noi appassionati di velocità, non resta che tornare in pista. Perché siamo uomini fatti per tenere giù il piede fino all’ultimo centesimo di secondo.

Franz Botré