Editoriale

febbraio 2018

DI Franz Botré
Franz Botré
Franz Botré
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Direttore ed editore
Tempo medio di lettura: 7' 30''

Essere curioso, osservare e riflettere è un esercizio che pratico da tanti anni. Recentemente, in occasione di Pitti Uomo, Brooks Brothers ha festeggiato in un contesto unico, con la sua prima sfilata fiorentina nel meraviglioso Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, i primi 200 anni di storia. Invitato tutto il sistema moda internazionale, direttori di testate, giornalisti, dealer, responsabili vendite di grandi magazzini internazionali e le più famose celebrità del momento: blogger e influencer.

 

Un défilé classico, elegante, composto, ma allo stesso tempo giovane e rivoluzionario (in puro stile newyorkese), con in sottofondo le note di Empire State of Mind di Alicia Keys interpretate dal vivo dai 53 maestri dell’Italian Philharmonic Orchestra. Emozionante. La stessa emozione che potevi percepire alla cena di gala, organizzata per «pochi» nella bellissima Sala dei Gigli, accanto alla straordinaria Sala delle Mappe, dove trionfante spiccava la bronzea statua di Donatello che ritrae la vedova ebrea Giuditta con l’inebriato Oloferne, prima di tagliargli la testa. Bellezza, cultura, valori del passato da rivivere mentre nella sala riecheggiano, suonate dal vivo, le note di C’era una volta in America di Ennio Morricone. Credetemi, da brivido. Ma da brivido, ahimé, erano anche molti dei commensali. Per diritto di cronaca i più erano stranieri; beffa del destino, per lo più erano americani, inglesi, nordici e di colore. Malgrado il dress code fosse a prova di babbuino: «Cocktail Attire», si sono presentati in jeans, t-shirt a collo largo o maglioni a dolce vita tipo Polo Nord, con scarpe da tennis (i più elegantoni con sneakers variopinte), rigorosamente senza calze e con cappello di ordinanza in lana ben calzato sul testone, alla Gustav Thöni. Seduti come bovari, gomiti e braccia sulla tavola, smarriti tra i tanti bicchieri che si trovavano dinnanzi e alle troppe posate che impugnavano come mazze (colpa di Bobo e Francesco Cerea che hanno preparato delizie troppo importanti, per loro), bevendo con il gomito incollato al tavolo, versandosi il vino o l’acqua a cascata in bocca. Con le orecchie praticamente sul tavolo e i piedi sulle traverse di rinforzo delle sedie dei vicini, dichiaravano in modo inequivocabile il loro «chi se ne frega» nei confronti degli altri, delle regole, del rispetto, della società, della disciplina, della qualità, dell’urbanità. Ero ospite, esattamente come loro. Non ho fatto commenti di sorta, per educazione, tranne alcune inevitabili occhiate fulminanti lanciate a questi scappati da casa ogni qualvolta incrociavo il loro sguardo.

 

Sempre per diritto di cronaca, faccio notare che la maggior parte di questi si comportava come un mucchio di comari in mezzo a tante cinciallegre. Ma questa gente non ha avuto un padre, una madre, non ha studiato in collegio, che so, fatto il militare? No, niente di niente, cani sciolti in libera uscita. Il peggio è che questi soggetti rappresentano il nuovo mondo e modo di comunicare e «vendere» la moda. Una nuova società di professionisti che si vantano di abbattere i codici e le regole dell’eleganza maschile a favore di una pseudo modernità senza regole, che cerca di volta in volta di abbigliare un uomo senza tempo, senza identità, con prodotti di scarsa qualità, omologati, ostentando un finto lusso accessibile, trasandato e per tutti. I conti tornano.

 

Ma io, mi spiace, non ci sto. Mi va bene che certi personaggi vogliano condividere esperienze con me, ma non va assolutamente bene a me condividerle con loro. Lo trovo inaccettabile, irrispettoso nei confronti dei simili. Del resto, come vado scrivendo e dicendo da almeno 12 anni, prima ancora di dividere la società tra ricchi e poveri, tra interisti e milanisti, quelli di destra o di sinistra, la vita va divisa tra i simili e i dissimili! Così come da anni ho abolito il pensiero della par condicio e del politically correct, fenomeni che stanno distruggendo 3mila anni di storia dell’uomo. 

 

L’argomento è di estrema attualità (Paul De Sury docet!). Lo constatiamo per strada, al bar, in metropolitana, in televisione, sui giornali, persino nelle aule dei tribunali. L’uomo che oggi si abbiglia seguendo «la moda e le mode» si veste come un profugo, uno straccione, uno scappato di casa (con tutto il rispetto per i profughi, che quel che hanno lo portano con dignità). Quando lo faccio notare a certi coetanei e colleghi, che con la scusa del casual vestono capi costosissimi, super griffati, in jeans (spesso strappati), t-shirt, scarpe da tennis e giacche o giubbini sfatti, la loro risposta è sempre la stessa: «Sì, perché mi fa sentire… evergreen», oppure: «Sì, dai, fa figo. E poi sono comodo». Chiudo gli occhi, faccio spallucce, scuoto la testa, inorridisco e proseguo per la mia strada. Un vero e proprio declino, inesorabile, della cultura, dell’eleganza, dello stile, del rispetto per se stessi e per gli altri che ormai da anni ha trascinato il maschio in una spirale disassata, falsa, contorta, che ha corrotto le sue certezze, mischiato in un gioco perverso i capi pensati per «lui» destinandoli anche a «lei» ed esibiti con cattivo gusto; segni inconfondibili dell’involuzione dei tempi e della conseguente perdita d’identità del «maschio». Fino a pochi anni fa in certi luoghi di lavoro era obbligatorio presenziare in giacca e cravatta, così come per partecipare o presiedere alcuni avvenimenti istituzionali e sportivi.

 

Oggi tutto sembra cancellato con un colpo di spugna. Con senso di autocritica ripenso a quando iniziai questa mia professione: i colleghi giornalisti che si presentavano in redazione erano persone eleganti, educate, raffinate, nobili d’animo a prescindere dall’ideologia, dallo status, dalla carica. Erano giornalisti, con un grande rispetto per sé, per gli altri e per ciò che rappresentavano. Oggi? Guardatevi attorno, guardateli, guardate su che giornali scrivono, come scrivono, per chi scrivono e capirete tutto. Spesso si può insegnare semplicemente dando l’esempio. Ma il peggio del peggio sono gli esempi negativi che ci offrono coloro che siedono in Parlamento, al Senato, o in un tribunale. Sono esempi deleteri, perché dal vertice calano un modello negativo sino giù nel fondo e nel profondo della società, per poi ripartire verso l’alto seminando l’ignoranza acquisita, tramutandola in pacchianeria, provincialismo, volgarità, cattivo gusto. Ma avete mai visto sulla Rai Un giorno in Pretura? Non si capisce chi-fa-cosa. Ma che modelli di giustizia propongono? Dalla purezza della toga romana ci siamo ridotti alle barbe sfatte e alle scarpe da tennis nei tribunali di oggi. Il dovere etico di magistrati e avvocati deve tornare a essere un impegno anche estetico, da coltivare nella quotidianità. Basta! In nome della vera eleganza: Fate Giustizia.

Franz Botré