Editoriale

gennaio 2018

DI Franz Botré
Franz Botré
Franz Botré
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Direttore ed editore
Tempo medio di lettura: 6' 40''

Stivali texani, cappelli a falde larghe, camicie a quadri. I cowboy e il mito della frontiera non hanno mai esercitato alcun fascino su di me, sebbene la cinematografia abbia fatto proprio di tutto per esaltare i protagonisti dell’epopea western, anche per opera di grandi registi italiani come Sergio Leone. No, questo stile non mi è mai appartenuto, non potrei indossare una giacca di daino con le frange modello Kit Carson neppure sotto la minaccia… di un Winchester! Se l’America ha influenzato in qualche modo il mio gusto in fatto di eleganza è piuttosto a Brooks Brothers che penso. A quell’universo di valori estetici ben rappresentato ieri come oggi da Il grande Gatsby, solo per citare un esempio. Non è un caso che 40 presidenti degli Stati Uniti su 45, da Abraham Lincoln a Obama, non abbiano potuto fare a meno di servirsi dai fratelli Brooks.

 

E così, in 200 anni di storia, questo marchio dell’abbigliamento made in Usa è riuscito a perpetuare tra generazioni uno stile inconfondibile, come un’eredità, e diventare parte integrante della tradizione americana al pari del tacchino e della sfilata del 4 luglio. Brooks Brothers è New York, è l’America. Al civico 346 di Madison Avenue, come nelle altre sedi, generazioni di commessi hanno servito i clienti di padre in figlio. Sono stati bravi a instaurare una confidenza e una fiducia tali da far entrare il marchio all’interno di tante singole famiglie, della famiglia americana in genere. Custodire nel proprio guardaroba un abito Brooks Brothers è divenuto per i cultori del gusto un passaggio esistenziale più che uno status symbol, uno dei modi con cui dimostrare agli altri, ma anche a se stessi, di aver raggiunto l’età adulta. Del resto, se dico camicia botton down, cravatta regimental o blazer blu (ma anche cappotto polo coat, calze argyle o bretelle a rigoni) e il mio pensiero va istantaneamente a Brooks Brothers, una ragione ci sarà. Il suo incontenibile successo fu tuttavia anche fra le cause esterne che provocarono un progressivo appannamento della sua immagine.

 

Non mi stupisce che poi sia stato proprio un italiano, nel 2001, a saper cogliere perfettamente lo spirito dello storico brand per connetterlo a dialogare con il presente. Sto parlando di Claudio Del Vecchio, attuale ceo: anche lui da sempre innamorato di Brooks Brothers, dopo essersi aggiudicato all’asta l’azienda, desiderandola fortemente, è riuscito a restituirle l’antico smalto, adattandola alle rinnovate esigenze della clientela, senza però tradirne le origini. Gli italiani, se vogliono, sono i numeri uno. E così, l’uso di materie prime made in Italy ha potuto aggiungere ulteriore qualità e creatività nei capi Brooks Brothers per soddisfare il gusto di uomini che non vanno in cerca dell’effimero, del glamour, ma di uno stile autentico e duraturo. Una bella sfida, vinta ritrovando i valori del passato nella contemporaneità.

 

I cowboy mi hanno fatto riflettere sugli stereotipi. Sebbene la tendenza a ridurre tutto a modelli sia una salvezza per il nostro cervello, a volte una visione eccessivamente semplificata rischia di rivelarsi un boomerang. Quando lo stereotipo si fa caricatura, infatti, le peculiarità positive possedute dai membri di un gruppo vengono esagerate al punto da diventare detestabili, spesso ridicole. Forse è anche per questa ragione che non ho mai apprezzato i cowboy, ruspante rappresentazione di un certo tipo di America. Un po’ come accade quando l’immagine degli italiani all’estero si riduce allo stereotipo di «pizza e mandolino». è inaccettabile, come italiano e soprattutto come milanese! è arrivato il momento di rivedere questa immagine, dato che lo scorso dicembre l’Unesco ha inserito «l’arte del pizzaiuolo napoletano» nel patrimonio culturale immateriale dell’Umanità.

 

Essendo il patrimonio dell’Umanità, per definizione, di proprietà di tutti i cittadini del mondo, questo significa che per gli stranieri, d’ora in poi, sminuire la maestria dell’italiano che sa fare la pizza sarà un po’ come darsi del cretino da soli. Così come lo intendiamo oggi, questo prodotto è il risultato di anni e anni di evoluzioni, manipolazioni materiali, trasformazioni fisiche e cambiamenti sociali che hanno fatto del pizzaiolo il depositario di una sapienza antica, di una tradizione che è parte viva della nostra cultura e che ora è diventata patrimonio comune. 

 

Quando ero ragazzo ricordo che mettevo da parte i soldi per poter godere, ogni tanto, di una buona pizza. Oggi i giovani ne sono saturi e non si fanno mancare piuttosto l’aperitivo, momento che pare diventato irrinunciabile; per la verità, sui grandi buffet dei locali cosiddetti alla moda viene servita anche la pizza, o meglio quadratini di pasta lievitata (spesso male) con mozzarella collosa e pomodoro scadente. Non è certo quella la pizza che è diventata patrimonio dell’Unesco! Come per un bell’abito, anche lei richiede materie prime di qualità e la passione da parte di chi assembla gli ingredienti. Il processo di avvicinamento degli italiani a questo prodotto fu però tutt’altro che roseo. Persino Carlo Collodi la stroncò: per via dei suoi condimenti molli gli attribuì «un che di sudiciume complicato che sta benissimo in armonia con quello del venditore». Oggi invece la pizza attrae addirittura gli chef stellati, che la inseriscono nei menù dei propri ristoranti a fianco di piatti raffinati, a ulteriore testimonianza del fatto che prepararla è un’arte. Ma davanti a un’offerta pressoché sterminata, dobbiamo saper scegliere, come sempre. Ecco perché abbiamo chiesto ai nostri esperti di recensire per voi le 100 pizze più buone d’Italia, da nord a sud, con una selezione dei migliori locali dove l’arte del pizzaiolo esalta le sue qualità, in una sinfonia di gusto per appagare i nostri sensi. Altro che pizza e mandolino!

 
 
Franz Botré