Editoriale

giugno 2016

DI Franz Botré
Franz Botré
Franz Botré
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Direttore ed editore
Tempo medio di lettura: 7' 40''

La storia ha consegnato agli atti che nel 1861 la penisola italiana venne riunita in un unico stato sovrano, autonomo e indipendente con la proclamazione del Regno d’Italia unitario. Vero, sulla carta, ma in realtà come scrisse Massimo Taparelli, il marchese d’Azeglio, non fu così allora, e non lo è tuttora. Alla fine del 1860 scriveva il d’Azeglio: «Gli italiani hanno voluto fare un’Italia nuova e loro rimanere gli italiani vecchi di prima. Pensano a riformare l’Italia e nessuno si accorge che per riuscirci bisogna, prima, che si riformino loro». In una lettera sulla integrazione italica continuava: «L’ozio avvilisce, il lavoro nobilita: perché l’ozio conduce uomini e nazioni alla servitù, mentre il lavoro li rende forti e indipendenti. L’abitudine al lavoro modera ogni eccesso, induce il bisogno, il gusto dell’ordine.

 

Dall’ordine materiale si risale al morale; quindi può considerarsi il lavoro come uno dei migliori ausiliari dell’educazione». Su come strutturare il governo di un Paese era geniale: «Meno partiti ci sono e meglio si cammina. Beati i Paesi dove non ve ne sono che due: uno del presente, il Governo; l’altro dell’avvenire, l’Opposizione. Un tale stato di cose è segno della robusta salute di una nazione». Molti sono gli scritti, le lettere e i discorsi illuminati che fece in Senato; quello che non capisco, anzi, che capisco benissimo è perché tutte queste felici intuizioni e questi buoni propositi abbiano preso poi un’altra strada, scrivendo di conseguenza un’altra nostra storia. D’Azeglio alla fine sintetizzò il suo pensiero in una storica frase da 54 battute: «Abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani».

 

Vi sono dubbi e incertezze sull’attribuzione di questa frase, oggi diventata un dogma: è effettivamente da ascrivere al d’Azeglio, o fu piuttosto di Ferdinando Martini? Resta il fatto che chiunque ne sia l’autore, ha centrato il fulcro del vero problema italiano già 155 anni fa. Non è stata mai unita perché l’Italia è storicamente frazionata da est a ovest, da nord a sud, in almeno tre parti; anche se in realtà per motivi storici e socio-culturali le suddivisioni sono anche molto più numerose. Sette, otto, pensateci? Semplifico, rimanendo sulla divisione in tre: dalle Alpi alla bassa Padana, da Roma in giù, e poi, e poi piaccia o non piaccia, ci sono loro: i Maledetti Toscani. Sono una realtà italiana (italianità che non è per tutti così scontata visto che, è innegabile, dal 1943 l’Italia è un feudo americano gestito dalla Sicilia…). Vado ripetendo da anni che sono un uomo della vecchia destra italica, quella legata a La Marmora a Minghetti, quella legata all’onore, alla patria, alla meritocrazia; ideali che rivivo quotidianamente nei valori del passato, ma coniugati alla contemporaneità. Valori ormai dimenticati, e defunti alla fine dell’800, sostituiti dal pensiero obsoleto del cattocomunismo, dell’eguaglianza sindacale, sempre e a tutti i costi, della par condicio, del politically correct, dell’anarchia (ma non quella vera, storica, quanto piuttosto quella intesa e interpretata, che serve solo per creare caos, scompiglio).

 

Sono tutti germi di una società ipocrita, irrispettosa e indisciplinata che ha trasformato la libertà in un tumore, quello della democrazia. Del resto, noi che viviamo da 70 anni tra il 44° e il 47° parallelo, non siamo stati capaci di trovare uomini e politici credibili che sapessero dettare e far rispettare regole con disciplina ferrea, in difesa dell’interesse dello Stato, ovvero di tutti noi. Lasciando il Paese dal 1945 nelle mani di chi sappiamo. Ognuno ha fatto i suoi porci comodi, gli interessi personali e di partito, cercando sempre di farsi grande per sostenere la fede nelle proprie ideologie alla faccia delle esigenze reali del Paese. Tutti a belare, a inseguire 100 e un partiti di quaqquaraquà. Anche chi predicava il ritorno ai territori, a un federalismo che valorizzasse il meglio delle diverse «italie», si è rivelato un bluff (federalismo e leghismo sono morti e sepolti con il professor Gianfranco Miglio).

 

Tutti, tranne loro, quei geni del genio Toscano, che un bel mattino si alzano e si ribellano contro tutto e tutti, alla faccia di tutto e tutti. Una stirpe a sé nel gran misto italico, che da sempre si distingue per originalità e capace di spaiare le regole, anche quelle più scontate e stagnanti. Non è un caso se, negli anni, ho dedicato diverse copertine e grandi servizi a personaggi cresciuti tra i campanili delle contrade tosche: a Leonardo da Vinci, a Oriana Fallaci (prima, molto, molto prima che l’Italia la riscoprisse), Curzio Malaparte, Galileo Galilei, Giovanni Spadolini, Emilio Pucci, Gino Bartali, Dante Alighieri, Indro Montanelli, Michelangelo Buonarroti… sino alla pubblicazione integrale de Il Nuovo Principe di Niccolò Machiavelli, nel 2013.

 

Non è nemmeno un caso il fatto che abbia avuto per anni come condirettore il Gianluca Tenti, toscano che più toscano non si può, così come non è un caso che ogni qual volta ci si incontri si faccia qualche bischerata con Stefano, Il Ricci, o sotto lo sguardo severo del Conte Ugolino a Castagneto Carducci con Gaddo della Gherardesca. Negli anni questi tipi toscani li ho conosciuti, studiati e vissuti con nordica ammirazione. Perché? Perché mi piace di loro il piglio, il carattere, il genio, l’antipatia, la fantasia. Perché storicamente sono dolci ma irosi, intelligenti e ironici, capaci di brutalità eleganti, incapaci di stare fermi, soprattutto nelle idee. È proprio scavando nel loro carattere, e soppesando il segno che hanno lasciato nella storia (dalla politica alle arti, alle lettere, al cinema), che ho messo in fila un centinaio di motivi per cui l’Italia resta comunque in debito con questa «stirpe dannata».

 

Stirpe che ora sembra aver rialzato la testa, con il baricentro della politica drasticamente spostato da Matteo Renzi da Roma alla Toscana, ed è tornata alla ribalta dopo anni di torpore. Firenze, odiata e amata «capitale» di questa terra, proprio a giugno celebra la sua apoteosi, calamitando l’attenzione del mondo dell’eleganza maschile con Pitti, diventato ormai un evento nell’evento, che coinvolge tutta la città. Genialità toscana anche questa capacità di diventare polo mondiale, e per di più in un settore chiave dell’italianità, come la moda maschile. Un caso? Maledetti toscani, rieccoli al timone dell’Italia, come quando «inventarono» la nostra lingua, le banche, la teoria della politica, l’arte. È il loro momento.

Franz Botré