Editoriale

giugno 2017

DI Franz Botré
Franz Botré
Franz Botré
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Direttore ed editore
Tempo medio di lettura: 6' 25''

Nel 1967 avevo 12 anni, facevo la seconda media. Vivevo e studiavo nove mesi all’anno alla Casa Natale Pio XII di Desio, a casa potevo andarci solo il sabato pomeriggio e la domenica, a patto che non fossi in punizione, come spesso capitava. Altri due mesi li trascorrevo in colonia, prima a Piancavallo e poi a Spotorno con la Caritas Ambrosiana. In mezzo, un mese di vacanza con mia madre. Oggi sono felice, sereno e orgoglioso di quegli anni, ma all’epoca tutto questo non mi piaceva per nulla, anzi ero uno scapestrato ribelle.

 

La televisione la potevi vedere (solo programmi scelti e selezionati) se te lo meritavi, la radio la sentivamo di nascosto in bagno dopo le 23.00, il film solo la domenica, proiettato nel salone, idem il dolce. Quando riuscivo a tornare a casa, c’era un conflitto immenso dentro me tra quel che imparavo in collegio e la realtà fuori da quelle mura. Ogni volta era un match, sul ring del mio essere il «diavolo contro l’angelo». Ero perennemente in lotta con me stesso, con la vita fuori e dentro le mura, dal collegio alla casa, sempre pronto ad affrontare a muso duro gli angeli e i diavoli. Poco alla volta diventai un cocciuto e indomabile ribelle.

 

Cominciai a seguire con interesse la musica di quegli anni, sia italiana sia straniera. A casa avevamo un vecchio giradischi. Il disco che prima di allora avevo ascoltato sino alla distruzione dei solchi era un 33 giri del GP di Monza del ’64, con le registrazioni dei passaggi in velocità della Ferrari di Surtees, Cabral, Bandini, Clark, Stewart: un disco che mi ha rapito il cuore e occupato le meningi, a vita, senza che me ne accorgessi. Trovai per casa un 45 giri che mia zia, allora ventiduenne, ascoltava di continuo: San Francisco, di un certo Scott McKenzie.

 

Proprio lei, la Lella, mi regalò per Natale un paio di pantaloni ocra, con le tasche alla carrettiera, alti passanti, senza pince, abbinati a una camicia millerighe velluto color mattone con tanti piccoli fiorellini ocra e scarpe desert boot Clarks color cognac. Non vi sto a raccontare il mazzo che mi fece al rientro in collegio il rettore: «Perché ti sei vestito da zingaro? Con quel cinturone da pirata e quelle orrende scarpe che sembrano sempre sporche e che non si possono nemmeno lucidare! Cambiati per cena, se vuoi mangiare». Quella aggressione verbale l’ho capita poi, nei primi anni 70, condivisa e fatta mia prima del militare, nel 1975. Tornando alla canzone, mi pareva un pezzo niente male, orecchiabile, con un buon ritmo; mi sembrava scritta con intelligenza. Più che una semplice canzone era un vero e proprio inno dedicato al mondo del «flower power», vale a dire agli hippy. Di certo, la preferivo a Io, tu e le rose di Orietta Berti. Cominciai a comprare e seguire riviste come Big, Ciao Amici e più tardi Ciao 2001 (oltre all’imperdibile Autosprint!). Attraverso quei settimanali di musica scoprii e conobbi la musica, un mondo. Dal filmato dei Beatles, All You Need is Love, ai Doors, Cream, Jefferson Airplane, Procol Harum, Who, Ten Years After, sino all’epocale Festival Pop di Monterey, dove l’allora chitarra sconosciuta di Jimi Hendrix sconvolse, scioccò e diede via all’inizio dei grandi raduni musicali degli hippy, culminato con le epiche giornate di Woodstock, nell’agosto del ’69. Me lo ricordo benissimo, come fosse ieri, perché un mese dopo, il 18 settembre, iniziai a lavorare. Quegli anni hanno comunque lasciato un solco profondo in me.

 

Ho imparato ad apprezzare la musica, tutta, dalla classica alla beat, da quella rock a quella italiana. Ho imparato a leggere e studiare i grandi fenomeni di massa con il giusto distacco, prendendo il meglio di ciò che personalmente ho capito e mi hanno dato, senza mai farmi abbagliare dalle chimere e dalle fiabe colorate. Quel mondo fatto di ragazzi e ragazze che da San Francisco, da quella luminosa California, la «costa d’oro» dove tutto ebbe inizio, si illudevano di trovare nella contestazione, nell’amore libero, nella pace e nella marijuana la felicità è svanito, si è dissolto in me come le nebbie del Golden Gate, due anni dopo che iniziai a lavorare, era il 1971. Scoprii che la realtà era diversa, molto diversa e troppo distante dai proclami dei figli dei fiori. Ciò nonostante posso dire, oggi, che per chi come me ha vissuto quell’epoca, ma anche per le generazioni dopo la mia, che l’hanno conosciuta solo a posteriori, che qualcosa di quel grande sogno di libertà, amore, fantasia è bene portarselo sempre dentro. Non mitizzarlo, ma coltivarlo con intelligenza, tenerlo vivo, farlo germogliare (così si fa con i fiori, no?). Non per contestare, come andava di moda allora, ma per guardare avanti con entusiasmo. Perché oggi mi trovo sempre più circondato da gente grigia, che si affanna per problemi grigi e mediocri. Se questa gente mettesse sul piatto quel 45 giri di Scott McKenzie, come ho fatto io da adolescente, forse troverebbe lo spunto per ricominciare a vivere una vita a colori.

NB. Con una storia di copertina così, non potevamo che inventarci qualcosa di psichedelico. Bene, ci siamo detti, che Woodstock sia. In collaborazione con gli amici di Radio Monte Carlo abbiamo scelto le migliori canzoni della hippy generation e abbiamo preparato una compilation perfetta per accompagnare la lettura di questo numero. Qui potrete godervi 33 brani di vera, grande musica, da Mr. Tambourine Man ad Alabama Song. Una colonna sonora della Summer of Love che vi accompagnerà per tutta l’estate.

Franz Botré