Editoriale

giugno 2018

DI Franz Botré
Franz Botré
Franz Botré
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Direttore ed editore
Tempo medio di lettura: 6' 50''

Prima di tutto voglio ringraziare i tanti Lettori che mi hanno scritto per esprimere la completa condivisione e apprezzamento per l’ultimo editoriale di Arbiter. È molto bello e gratificante, per chi esercita questa professione, trovare questo scambio di vedute e opinioni, in un dialogo sempre più intenso che da anni s’è instaurato tra il giornale e i lettori. Sempre più alto, colto, raffinato ma semplice. Questo è quello che volevo, questo è Arbiter!

 

Avrei voluto pubblicare in questo numero tutte le vostre lettere, osservazioni, pensieri, riflessioni, testimonianze, ma… per ora vi dico grazie! Felice e lusingato di aver trovato tanti «simili» tra Voi Signori. Mi riprometto il prossimo numero di dare più spazio e pagine alle lettere, per pubblicarne un’ampia selezione delle più significative. Consentitemi di ringraziare il professor Alberto Donati dell’Università degli studi di Perugia per la lettera, le belle parole e per la sua monografia che ha voluto omaggiarmi: Essere italiani. La riproposizione di un protagonismo culturale perduto. Grazie. Veramente apprezzata, la leggerò settimana prossima mentre volerò verso Hong Kong. Chiudo questo inizio di editoriale riprendendo il concetto dell’italianità, con un significativo passaggio che amo ricordare, dal libro, Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis, pubblicato la prima volta nel 1870: «Cosa è rimasto nella coscienza? Nulla. Non Dio, non patria, non famiglia, non umanità, non civiltà». 

 

Cinquantadue anni prima della pubblicazione dell’opera di De Sanctis, nel 1818 nasceva uno dei grandi piaceri d’Italia. Prima di allora veniva chiamato comunemente «sigaro fermentato», poi come in una fiaba composta d’amore, storia, uomini, donne, tradizione e territorio, nacque il sigaro Toscano. Una delle grandi eccellenze maschili, e non solo, che rappresenta da due secoli il vero carattere del nostro Paese. Per fortuna non è cambiato, anzi a differenza del nostro «Bel Paese» anno dopo anno, secolo dopo secolo si è evoluto, migliorato, riuscendo a coniugare genuinità e tradizione con la terra, la cultura. Esattamente come il vino, la grappa, la pasta e i mestieri d’arte. Le famose tre M a me tanto care: mente, mano e materia. Di cui noi italiani, malgrado i cattivi esempi siamo per cultura e tradizione, piaccia o non piaccia, i numeri Uno! Il primo contatto con il sigaro Toscano l’ebbi al cinema, tra il ’64 e il ’66, all’epoca vivevo nove/dieci mesi all’anno in collegio e al sabato (ammesso e concesso che non fossi in punizione), quando tornavo a casa, i due zii che mi erano rimasti, Giorgio e Arnaldo, mi stracoccolavano portandomi al ristorante, al mare e spesso al cinema. Fu così che entrai in contatto con la fantastica trilogia del «dollaro» delle pellicole dell’immenso Sergio Leone. Come scordare il Toscano a ore 3 o alle 9 che stringeva tra le labbra il mitico Clint Eastwood! I maligni all’epoca dicevano di Eastwood che avesse solo due espressioni del volto, quella con il sigaro e quella senza. Malignità. Film come Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più, Il buono, il brutto e il cattivo.

 

Pellicole uniche che resteranno per sempre indelebili dentro me tra le più belle di tutti i tempi (così come Conan il barbaro e la disciplina dell’acciaio). Un gruppo di attori, film dopo film, ruotavano attorno a Eastwood, da Gian Maria Volonté a Lee Van Cleef, da Eli Wallach al bravo Aldo Giuffré. All’epoca, credetemi, ero un vero bandito, Clint diventò un esempio. Duro, spietato e tenero (quanto basta), fu così che di nascosto dagli assistenti e da mia madre, quando potevo il sigaro prese il posto della sigaretta, quella bianca di carta con dentro il tabacco tritato, che la maggior parte degli «amici», per giocare a fare i grandi, stringevano tra i denti. Ma questo vezzo durò poco, quando entrai nel mondo del lavoro, nel ’69, lo abbandonai sino al 1981, anno in cui feci per Gente Viaggi (il mio giornale di allora) il primo viaggio a Cuba, con me pivello la grande fortuna e privilegio di avere come compagna di viaggio la brava e affascinante Francesca Oldrini di Panorama. 

 

All’epoca l’Isla era un pezzo di Russia e Cina trapiantata ai Caraibi, chi mi conosceva malignava che il Kgb mi avrebbe riconosciuto e messo nelle segrete dell’Avana per sempre. Non fu così, anche perché riuscivo sempre a sfuggire ai rigidi controlli e uscivo di notte (dalla cucina dell’hotel) per i fatti miei. Fu in quel viaggio che ripresi il contatto con i sigari, questa volta non toscani ma cubani. Sino a quel momento non avevo fumato mai più niente di niente, li conobbi, mi piacquero, ripresi dopo 13 anni a fumare il sigaro, cubano, poi inevitabilmente per cultura e tradizione, anche quello di casa, il Toscano. A casa così come in redazione tengo in due humidor ben distinti le due qualità di sigari. Due approcci al fumo uguali ma diversi, diversi ma uguali, due culture simili ma differenti. Dipende dal tempo, dai tempi, dalle persone che mi circondano così come dal luogo in cui mi trovo e vivo il mio tempo. Sigmund Freud, che fumava circa 20 sigari al giorno, per lo più quelli prodotti dal monopolio austriaco del tabacco, affermava che un sigaro tra le labbra o le dita sembra conferisca alla persona l’apparenza simbolica a una certa comunità e permetta di seguire un atto da un rituale, anche di iniziazione.

 

Non solo Freud amava e viveva con il sigaro tra le labbra, c’era anche l’imperatore Francesco Giuseppe e altri Giuseppe, come Garibaldi e Verdi. Ma non solo, basti pensare a Puccini, Totò e Mario Soldati, uno dei più appassionati cantori del fumo lento. Definiva il Toscano, che fu il suo inseparabile compagno di vita fino a 92 anni, «il mio incenso laico». Soldati affermava che «la sigaretta la si può fumare e anzi il più delle volte la si fuma meccanicamente, senza nemmeno pensarci e senza provare piacere. Il Toscano lo si fuma non come una droga, non per l’effetto che produce, ma per il gusto che dà mentre lo si fuma». E il piacere era così elevato che per godersi il Toscano anche quando non aveva voglia di fumare, si era fatto costruire una macchinetta che fumava al posto suo e spandeva l’irrinunciabile profumo nella camera.

 

Franz Botré