Editoriale

luglio 2016

DI Franz Botré
Franz Botré
Franz Botré
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Direttore ed editore
Tempo medio di lettura: 8'

Ci si accontenta ormai del pettegolezzo, di vivere spiando dal buco della serratura. Ma ora è il momento di tornare a vivere: aprite quella porta!

 

Conosco molto bene il significato del sostantivo maschile «pettegolezzo» e dei suoi sinonimi come chiacchiera, ciancia, maldicenza, indiscrezione, voce, calunnia, diffamazione. Un termine che nell’accezione più generale significa «discorso malizioso e indiscreto, su qualcuno, specialmente sulla sua condotta», ma anche «chiacchiera inopportuna o indiscreta o malevola». È insomma un modo di comunicare disdicevole, che tende a travisare la verità senza costruire nulla, senza produrre cultura; anzi, distrugge il valore di quel poco che, nel ristretto circuito culturale dell’Italia contemporanea, viene costruito. Oggi, sempre più spesso, il termine pettegolezzo è tradotto e sostituito da una parola inglese molto più ruffiana e politicamente corretta: gossip. Questa parola ha conquistato il mondo intero mistificando il concetto di fondo, rendendone il significato ingiustamente più leggero, più accettabile, più sterile rispetto alla negatività che il termine porta con sé. Quante volte ci siamo sentiti dire, o meglio bisbigliare: «Ho sentito dire… Dicono che la signora… Ma lo sai che lui…».

 

Sinceramente, e detto in maniera del tutto personale, questo mondo di chiacchiere sottobanco non solo non mi appartiene in nessun modo, ma soprattutto non mi interessa proprio. Mi rendo però conto che oggi il vizio della maldicenza, del racconto per sentito dire, della curiosità morbosa sul privato delle persone è lo sport che va per la maggiore nella nostra società, a tutti i livelli, in tutti i Paesi del mondo e in tutte le religioni. Non ho mai amato il voyeurismo, come non ho mai provato l’attrazione di mettermi a spiare dal buco della serratura, perché quando ho avuto la sensazione o il sospetto che al di là di quella porta ci fosse qualcosa che mi potesse interessare, intrigare, attrarre, sono sempre andato oltre. Ho sempre preferito varcarla, quella soglia, per scoprire di persona che cosa ci fosse oltre e soddisfare il mio interesse, le curiosità, i dubbi. Spesso scoprendo dolci realtà, in altre situazioni incontrando al di là della porta la cruda realtà. In un caso come nell’altro, sono sempre andato oltre.

 

Mi rendo conto però che in questo ambito non faccio testo: infatti non ho mai speso in vita mia una lira per acquistare una rivista di gossip, così come ammetto che avrò aperto l’home page di Dagospia, la furba creatura web del geniale Roberto D’Agostino, non più di sei volte, a esagerare. Quando mi è capitato di farlo, ho avuto l’impressione di essere proiettato sulla scena del Satyricon di Petronio Nigro, l’arbiter elegantiarum della Roma imperiale di duemila anni fa. Mi sono sentito sinceramente a disagio. Comprendo che questo distacco dal mondo del pettegolezzo sia una mia tara, e proprio per questo riconosco con lealtà e senza alcuna critica l’acume di imprenditori come appunto D’Agostino, e più di tutti Urbano Cairo, che ha saputo costruire su questa sete di pettegolezzo l’impresa editoriale più fiorente del nostro Paese: un’offerta allargata di riviste che hanno fatto del gossip una formula vincente, e che vendono mese più mese meno un milione e 500mila copie ogni settimana.

 

Titoli strillati, personaggi riciclati da reality e varia televisione, l’indiscrezione come strumento di narrazione, la necessità di mettersi in mostra come benzina quotidiana. Tanto di cappello, devo riconoscere che Cairo è stato lungimirante nell’intuire che di questo ha sete il nostro Paese, che questo è il mercato, che questa è la cultura (?!?) di cui la gente ha bisogno, e di cui si compiace. Fare un’impresa di successo significa vedere e soddisfare un bisogno latente e diffuso. E il bisogno, a quanto pare, c’è.

 

Ultimamente ero a Firenze per Pitti Immagine; nella lounge di Arbiter a ogni edizione passa il mondo che conta nel sistema moda italiano, da Claudio Marenzi a Maurizio Marinella, da Stefano Ricci a Luciano Barbera ma anche, come è capitato, il ministro allo Sviluppo economico Claudio Calenda o il sottosegretario all’editoria Luca Lotti. Le persone arrivano in lounge, si fermano un attimo, si parla, si beve un caffè, spesso ci si fuma un sigaro o una sigaretta e poi via, la vita continua e a nessuno interessa un bel nulla. Mercoledì 15 ero come sempre nella nostra lounge quando arriva Daniela Santanchè, anche lei tra i vari suoi business pure editrice di riviste di gossip, che mi chiede la cortesia di poter usare un piccolo spazio delle nostre sale per incontrare un cliente.

 

Ci conosciamo professionalmente da anni, non ho nessuna difficoltà: lo spazio in lounge c’è, quindi la faccio accomodare, le faccio portare acqua e caffè, e chiudo la porta. Poco dopo la raggiunge anche Dimitri d’Asburgo Lorena, come Daniela finito, nelle ultime settimane, al centro del cosiddetto gossip. Nel frattempo io continuo i miei affari, facendomi anche gli affari miei, sino a quando il gruppo che era riunito nell’altra sala, gestito da Daniela, concluse il suo appuntamento: escono, mi ringraziano, salutano: «Arrivederci, grazie». Per me, una situazione del tutto normale, scontata. Passano due minuti e saltano fuori uno alla volta tanti zombi che iniziano a far domande stupide, supposizioni e maldicenze, a porre indiscrezioni volgari di bassa macelleria. Non capisco e non mi adeguerò mai, non riesco ad appassionarmi al pettegolezzo neanche quando lo vedo nascere intorno a me. Della serie: non me ne frega nulla! Capisco però che sia un bisogno, un’esigenza per comunicare. Perché quando non c’è nulla di serio di cui parlare, o meglio quando non si vogliono affrontare argomenti seri, ecco che si comincia a parlare, o meglio a sparlare, possibilmente degli assenti.

 

È una pratica che serve per alimentare e mantenere i rapporti interpersonali, a dare e far circolare una certa immagine di sé, a veicolare una sorta di equilibrio sociale e la conseguente distribuzione dei rapporti di potere. A creare alleanze, coalizioni, a sostenere il chiaro spirito di corpo e l’identità di un gruppo. È la formula scelta da chi all’azione preferisce la chiacchiera, da chi ha rinunciato a vivere l’esperienza e ha scelto la sua rappresentazione, meglio se mediaticamente impattante, meglio se condita da qualcosa di sessualmente intrigante e magari di scabroso. Allora sì che la gente legge, si precipita in edicola, si incolla alla tv. Tutto, pur di non vivere la vita in prima persona. Pur di non affrontare la paura di allontarsi per una volta dal buco della serratura e cominciare a vivere veramente.

Franz Botré